UNA QUESTIONE D'ONORE
ppoggiato
alla finestra Faryd Erdogan contemplava la distesa scura e compatta dei tetti della parte
antica di Istanbul. La casa dove risiedeva si trovava tra i grandi pinnacoli appuntiti
della Moschea Blu e la zona d'ancoraggio dei traghetti che solcavano pigramente lo stretto
del Bosforo. Il traffico caotico si stava attenuando, e il ritmo ossessivo di una musica
mediorientale saliva dalla strada combinandosi all'aroma delle spezie e del pesce alla
griglia. Uomini e donne passeggiavano con calma lungo la via che costeggiava il mare
giungendo fino al porto.
Faryd maledisse quell'umida notte d'estate che lo faceva sentire, se possibile, ancora
più solo. Gettò il mozzicone della sigaretta che sparì nell'ombra del vicolo
sottostante e andò in cucina. Prese la bottiglia di raki e se ne versò un bicchiere
tagliandolo con appena un po' d'acqua. Ne mandò giù un sorso e il liquore, fortissimo,
quasi gli tolse il fiato.
Dov'era finita Amina, perché non tornava?
Come se qualcuno avesse voluto esaudire la sua domanda, udì bussare alla porta. Si
precipitò ad aprire e la scena che gli si presentò lo lasciò senza parole. Amina, la
sua unica figlia di diciotto anni, era lì in piedi sul pianerottolo ridotta in condizioni
pietose, il volto tumefatto e gli occhi neri sotto le ciglia sottili trasformati in pozzi
di disperazione.
Singhiozzando, la ragazza gli gettò le braccia al collo.
"Oh, papà... non sai che gioia rivederti!"
Faryd l'aiutò a entrare in casa e la fece accomodare in soggiorno, poi chiuse la porta e
tornò da lei. Prese una sedia e le sedette accanto.
Amina era sotto shock. Sragionava. Balbettava. Cercò di rassicurarla. Parlava a scatti,
con un tono di voce isterico e un tic nervoso le faceva di continuo lisciare la gonna
strappata nel gesto d'abbassarla. Poi, lentamente, cominciò a riprendersi e il respiro
divenne più regolare.
Era ancora scossa e si massaggiava il corpo, ma non riusciva a trattenere la collera:
"Dobbiamo chiamare la polizia! Bisogna che arrestino quel maiale prima che rifaccia
ad un'altra ciò che ha fatto a me!"
Faryd la strinse a sé accarezzandole i lunghi capelli mossi che aveva sempre ostentato
con orgoglio: "Chi è stato?"
"Un uomo grasso, con un pulmino arancione. Mi ha avvicinata mentre andavo a un
appuntamento con delle mie amiche, in un locale giù a Kumkapi. Era da un po' che mi
seguiva, poi ad un tratto me lo sono ritrovato di fianco e mi ha minacciata con un
coltello."
"Gli avevi dato da intendere qualcosa?" l'interrogò il padre. Alle volte
bastava poco: un atteggiamento equivoco, una bella ragazza vestita in un certo modo...
Davanti a quelle cose gli uomini si lasciavano trasportare dall'istinto.
"No!" urlò Amina agitata. "Mi ha costretto ad accompagnarlo in una strada
buia dove aveva parcheggiato quel pulmino schifoso e dopo mi ha legata ed imbavagliata.
Per due giorni mi ha violentata, rideva e se gli opponevo resistenza mi picchiava, finché
una volta in cui non c'era mi sono liberata e sono riuscita a fuggire."
A Faryd sembrò d'impazzire. Non voleva credere che tutto ciò fosse capitato ad Amina, la
carne della sua carne. Il solo pensiero gli dava il voltastomaco. Quell'infame aveva
abusato di lei come dell'ultima delle sgualdrine. Un'offesa simile andava lavata col
sangue.
Amina guardò suo padre negli occhi, decisa a sgravarsi fino in fondo dal disagio che
l'opprimeva: "Mi ha fatto sentire così sporca, capisci? Come una cosa senza
valore..."
Ma Faryd non riusciva più ad ascoltare ciò che diceva. Il suo volto, segnato dalle
rughe, si era indurito al punto da sembrare una maschera di pietra. Senza proferire una
parola andò in cucina a cercare qualcosa, e sua figlia avvertì il tintinnio di una
bottiglia che batteva contro il vetro di un bicchiere, come se si stesse versando da bere.
Per la prima volta, da quando era piombata in quell'incubo spaventoso, Amina si rilassò.
Tra le mura domestiche si sentiva di nuovo al sicuro e non voleva più pensare a niente,
se non a ricominciare.
Da dietro, uno spago robusto le cinse il collo soffocandola.
Con disperazione lottò contro il suo aggressore, graffiandogli le mani e le braccia,
tentando di chiamare suo padre in aiuto. Nonostante si dibattesse e scalciasse con tutta
l'energia di cui era capace quella presa, simile a una morsa, la teneva bloccata senza che
riuscisse a muoversi.
Com'era potuto entrare? Si chiese in uno sprazzo di lucidità mentre la sua mente veniva
sommersa da un caos di pensieri.
La vista s'annebbiò e non distinse più nulla. Sentiva solo che i polmoni reclamavano
aria e le bruciavano come se andassero a fuoco.
Alla fine, sconfitta, cessò di lottare. Reclinò il capo in avanti e spirò.
Suo padre la tenne così ancora per qualche momento, le mani solcate dai segni profondi
lasciati dallo spago, sincerandosi che fosse davvero morta, dopodiché la lasciò andare e
l'osservò piegarsi e crollare in una posa scomposta.
La consapevolezza di averla perduta lo ferì con la violenza improvvisa di uno schiaffo;
come poteva avere compiuto un gesto talmente orribile? Allora risollevò quel corpo inerte
tra le braccia, che tante volte l'avevano fatta giocare quando era ancora bambina, e
iniziò a piangere. La fierezza, le paure, i sogni di quella giovane donna... non restava
più nulla. Tutto se n'era andato insieme a lei.
Faryd si sentì come se gli avessero sradicato il cuore. Cogli occhi velati di lacrime
cadde in ginocchio: "Amina perdonami", balbettò come se potesse ancora udirlo,
"ma l'ho fatto per riscattare il tuo onore."
Francesco Grimandi |