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ANIMA ELETTRICA

 

Mi insegue con zelo imbecille la Morte
Perché non mi ha mai perdonato
Di averle piantato dei fiori nei buchi del naso.
(George Brassens, Supplica per essere sepolto sulla spiaggia di Galenzana)

 

i diressi verso la vecchia Jessie, mentre la pioggia mi corrodeva le ossa.
Era una brava bambina, la vecchia Jessie; un'ambulanza di ventidue anni e mezzo, ma non li dimostrava. Io invece dimostravo il doppio dei miei cinquantasei anni; tempo volato via su questa maledetta vettura, anni che sono andati a farsi fottere.
"Ehi, Doyle! Brutto bastardo! Ti decidi a darti una svegliata stanotte?"
Il turno di notte è il peggiore in assoluto. Di notte la gente decide di tagliarsi le vene per raggiungere la madre morta, oppure vola giù dal sesto piano spacciandosi per l'angelo del Signore. Puntualmente mi arrampico fino al sedile del guidatore ed osservo questa città psicopatica; questi palazzi miseri, così artificialmente elettrofili.
"Finalmente, Doyle! Temevo che fossi annegato nel cesso!"
Lavoro con Frank da sedici anni. E' alto un metro e sessanta e peserà una tonnellata; io mi sono rassegnato, ma lui non vuole ammettere che non gli si rizzi ancora. Così passa le notti a raccontarmi le sue fantasiose scopate, tra un morto e l'altro. Una volta una tizia dalle tette grosse, che lavorava per non so quale agenzia di sondaggi, mi ha chiesto quale aspetto preferissi del mio lavoro. "Mi piace quando la gente muore" le ho risposto.
Gli psicotici che si sparano in bocca vogliono soltanto crepare; ed io arrivo baldanzoso, per trasportarli in ospedale, per tentare di salvargli la pelle. Fossi in loro io mi incazzerei; in realtà il mio lavoro è una mancanza di rispetto. C'è gente che vuole morire in pace.
"Ore 23:06, incidente stradale in Dark Street. Ripeto, incidente stradale in Dark Street" la radio aveva cominciato a gracchiare in anticipo quella notte. Strano.
Un brivido mi attraversò la spina dorsale; speravo che non lo facesse, ma mi ero dimenticato che Frank era uno stronzo col brevetto.
"La prendiamo noi, centrale. Vettura 666." Rispose.
"Imbecille" mugugnai nella sua direzione "lo sai che non posso iniziare senza una sigaretta."
Frank mi guardò. Aveva il petto in fuori, come un giustiziere. Vista così, la pancia era enorme.
"Fumerai dopo. Il dovere ci chiama, Doyle. Ricordati che noi siamo il pronto soccorso degli Stati Uniti!"
"Mi chiedo quando la smetterai con queste merdate" biascicai, schiarendomi la gola da un oceano di catarro. Poi impugnai il volante e partii.
La città mi sfotteva, malefica; mentre tentavo di guidare decentemente, bordelli si alternavano a bische ai lati della strada. New York rimaneva la Grande Mela, ma di notte pullulava di vermi.
"Cazzo, fermati Doyle!"
Frenai bruscamente, rischiando di sputare l'anima. Poi squadrai Frank, imbestialito.
"Devo... devo vomitare..." disse soltanto, ed aprì lo sportello. Portai una mano alla fronte, sconsolato, poi decisi di accendermi una sigaretta.
I segmenti di fumo si mescolavano ai torbidi gorgoglii del mio assistente, che pareva stesse vomitando tutti gli organi interni. Quando ebbe finito io spensi la sigaretta, proprio mentre risaliva, zuppo d'acqua e non solo.
"Mangiato troppo anche stasera, eh?" chiesi bruscamente.
"Merda" fu la semplice risposta.
Rimisi in moto. L'impeccabile pronto soccorso degli Stati Uniti era in fottuto ritardo.
"Che ore sono?" domandai, mentre rischiavo di ammazzarmi alla guida.
"Le undici meno cinque"
"Che cazzo hai detto?" sbottai allibito.
"Mi hai chiesto che ore sono, Doyle. Sono le undici meno cinque."
"Ti va indietro l'orologio, fratello. La radio ha detto che l'incidente c'è stato alle undici e cinque circa... saranno almeno le undici e un quarto adesso."
Frank non rispose. Prese a tossire e temetti che mi vomitasse all'interno della vecchia Jessie. Per fortuna il pericolo era passato. Altri cinque minuti ed arrivammo in Dark Street. Frenai e mi guardai intorno; la pioggia, come piscio degli angeli, continuava a scrosciare senza interruzioni. Era proprio una nottata da incidente, pensai.
"Sembra tutto tranquillo" osservò Frank. In effetti non vedevo nessun morto ammazzato che rantolava sull'asfalto bagnato, consumando gli ultimi spasmi di vita. Poi mi girai.
Era un tir bianco, sfavillante nell'acqua, che in confronto la vecchia Jessie al massimo gli tirava una sega. Tentai di mettere in moto freneticamente, ma il bestione veniva proprio verso di noi. Al mio fianco, Frank stava vomitando. Bestemmiai; ormai avevo capito che la vecchia Jessie ne aveva ancora per poco.

 

Quando ormai ne ero fuori, mi faceva male tutto. Aiutai Frank ad uscire da quel labirinto di lamiere, ma lui era davvero troppo grasso; dopo una serie di tentativi, il mio compagno riuscì a ricadere sull'asfalto, vicino a me. Sedevo per terra in mezzo alla strada, con la puzza di bruciato che mi inquinava le narici e la pioggia che mi bucava l'anima; vi presento New York by night, ragazzi.
Controllai se avevo ferite, ma incredibilmente ero indenne. Anche Frank aveva solo qualche graffio. La buona vecchia Jessie invece se l'era cavata male; giaceva dietro di noi, rovesciata su un fianco, con un intrico di lingue infuocate che affioravano dal finestrino. L'animale bianco che aveva tentato di farci la pelle era finito contro un palo, poco più in la; era in fiamme. Lo fissai per qualche istante, augurandomi che il guidatore stesse bruciando vivo.
Mi alzai; avevo voglia di fumare. Accesi una sigaretta mentre in lontananza si distinguevano le luci di due ambulanze.
"Una di quelle è la 431" osservò Frank "la guida Jack Daniel's"
Jack Daniel's si chiamava in realtà Jack Morales, ma in centrale era conosciuto solo con il suo soprannome. Era andato a sbattere sei volte, in stato di ubriachezza; una volta aveva investito una vecchietta, poi aveva finto di soccorrerla. Non mi spiegavo come mantenesse ancora quel posto.
Jack Daniel's frenò e scese traballando, seguito da un altro che non conoscevo.
"Merda, è ubriaco!" sbottai.
"Cazzi suoi. Piuttosto, facciamoci vedere." Frank cominciò ad agitare le braccia in direzione di Jack. Il vecchio ubriacone sembrava non notarlo.
Mi avvicinai. Intanto il tizio che era con lui osservava la vecchia Jessie e scuoteva la testa, costernato. Dal canto mio, afferrai per un braccio Jack Daniel's e strillai:
"Diosanto, Jack! Ho rischiato la pelle!"
Lui non mi guardò neanche ed andò oltre. Imprecai; possibile che fosse così ubriaco da non accorgersi di me?
Nel frattempo Frank mi aveva raggiunto, ora stava al mio fianco.
"Cos'è, un merdoso gioco? Questi fanno finta di non vederci..." gli dissi.
Alzai gli occhi al cielo; la luna brillava di una luce infetta, i suoi raggi sporchi si perdevano nella morbidezza della tenebra. Ascoltai Jack Daniel's che parlava al collega, davanti alla vecchia Jessie che bruciava:
"E' schifosamente ingiusto. Li conoscevo anche, Frank e Doyle... due gran pezzi di lavoratori. Porco diavolo."
Continuava a piovermi in testa, ma non avvertivo nulla. La mia mente era un vuoto, neanche uno straccio di sensazione. Poi mi venne in mente qualcosa.
"Frank?"
"Sì?" era vicino a me, con il suo pancione in fuori e lo sguardo spento.
"Dimmi che ore sono."
"Sono... mmm... le undici e sei minuti."
"Frank... il merdoso incidente che aveva annunciato la radio... quello era il nostro incidente, fratello. Siamo fottuti."
Si sedette sull'asfalto fradicio, temevo che l'acqua portasse via anche lui.
"Eh già... può darsi che tu abbia ragione." Si limitò a rispondere.
Mi guardai intorno. Alla mia destra, Jack Daniel's caricava due corpi, avvolti in un telo, sulla sua ambulanza; da uno dei lenzuoli sporgeva una pancia gigantesca. A sinistra, la vecchia Jessie era ai suoi ultimi sbuffi.
Sopra di noi, invece, la pioggia si andava lentamente affievolendo, insieme alla luna. Forse si sarebbe spenta anche lei; presto non sarebbe rimasto nulla, ad eccezione del biancore emanato dai lampioni, ingabbiati nella loro triste anima elettrica.

 

Nota dell'autore
Questo racconto, ispirato al film Al di là della vita, è un omaggio all’arte e al genio di Martin Scorsese. Non smetterai mai di farmi innamorare di te, Martin.

Emanuele Di Nicola