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CELEBRITY HOTEL

 

lfred Bimerson alzò la faccia dalla rivista da due soldi che gli teneva compagnia in quella notte velata di nebbia e si trovò davanti un capellone con gli occhialini tondi e una strana camicia anni settanta. Lui non sapeva che farsene degli anni della contestazione. Per lui un capellone era semplicemente uno che aveva litigato col barbiere. Il tizio gli chiese se c'era una stanza. Al gli rispose di no. Era sicuro che quel barbone non potesse pagare, e poi l'albergo era realmente al completo. Il giovane insistette pretendendo che controllasse. Lui aveva controllato sbuffando ma non osando contraddirlo. Due giorni fa Gordon, il direttore, lo aveva beccato non propriamente sobrio e se quel pisquano hippy avesse piantato una grana, niente di più facile che ci avrebbe rimesso il posto. Tanto l'albergo era pieno. Che controllasse anche lui, e poi raggiungesse i suoi amici fricchettoni in qualche ostello scalcinato.
Il computer segnalò che era libera la 301. Al Bimerson rimase perplesso a grattarsi la testa. Primo era sicuro che non ci fossero camere libere. Secondo l'albergo aveva 300 stanze.
"Allora posso andare su?" gli chiese il figlio dei fiori.
Eppure non aveva bevuto... Doveva essere quel computer infernale che aveva cominciato a dare i numeri.
"Signor Bimerson?" lo incalzò il tizio.
Come diavolo faceva quel ragazzo a conoscere il suo nome? Lui non aveva il cartellino sulla giacca, e non si era presentato.
"La chiave per favore." Stavolta in tono piuttosto perentorio.
Al era piuttosto confuso, e la cosa lo stava facendo infuriare. Si sentiva preso in giro.
"Ok la prendo da solo" fa il tizio con aria scocciata facendo il giro intorno al bancone della reception e prendendo la sua chiave.
Albert la guardò come se fosse un oggetto alieno. Da dove cazzo arrivava quella là? Non c'erano chiavi che aprissero la 301 in alberghi con 300 stanze! Fece per aprire bocca e obiettare la cosa ma il capellone se n'era andato. Anzi era svanito. Aveva lasciato i documenti sul tavolo. Decise che avrebbe registrato il nuovo ospite a fine turno. Riabbassò la testa sulla sua rivista e ricominciò a fantasticare sulle tette di non sapeva quale cantante.
Ancora una volta la grande porta girevole all'ingresso iniziò a girare. Fuori c'era una brutta nebbia, un tempaccio, eppure quella notte nessuno sembrava volersene stare a casa propria!
Quando dalla porta entrarono Rita Hayworth e Humphrey Bogart per poco non cadde dalla sedia. Rimase lì a bocca aperta mentre Bogy gli chiedeva la maledetta chiave della stanza. Non poteva che essere uno scherzo. Guardò alle spalle della donna che lo aveva fatto sognare da ragazzo alla ricerca della telecamera o del buontempone di turno. Bogart o chi cazzo era per lui lo agguantò per il bavero della camicia.
"Vuoi morire?" gli chiese con un tono noir che gli fece accapponare la pelle.
Lui balbettò cose incomprensibili che gli valsero una espressione schifata da parte dell'attore morto. Fu malamente sbattuto all'indietro sulla sedia e anche i due nuovi impossibili avventori fecero il giro intorno al bancone per prendere le loro chiavi per stanze che non esistevano.
"Buonanotte bambolo, e scusalo ma è un po' nervoso stasera." Disse con un tono di scuse caldissimo Rita.
Ancora una volta farfugliò qualcosa che non erano parole, ma la diva era andata.
Al si mise una mano davanti la bocca e provò a sentirsi l'alito. Possibile che ne avesse scolato una senza nemmeno accorgersi? No nessuna traccia di alcool. Allora stava impazzendo. Era l'unica soluzione. Ancora una volta la porta iniziò a girare. Dapprima fu solo piena di nebbia poi come in un gioco di prestigio uno degli scomparti si riempì della figura di un uomo. Anche quello conosceva. Anche quello gli avrebbe chiesto la chiave di una stanza che non esisteva. E l'avrebbe trovata. Al sapeva chi era l'uomo che avanzava verso il bancone. Lo aveva visto anche troppe volte guardarlo in quello strano modo dai muri della camera di suo figlio.
"Una camera amico" disse secco Jim Morrison.
Al non rispose. Era in preda al panico più nero. Alzò le mani davanti al viso e aggirato il bancone se la diede a gambe. Urlava come un pazzo.
"Ehi amico non prendere fuoco così... Non ti montare la testa quaggiù siamo tutti la stessa cosa."
Ma Al aveva già imboccato la porta girevole ed era scomparso nel nulla. Il dio lucertola era rimasto da solo nella hall e dall'interfono una voce aveva cominciato a parlare con tono di scuse.
"Ci scusi signor Morrison è che quel portiere è morto da meno di tre ore. Vede il titolare non è potuto venire e così abbiamo preso quello lì al volo. Non abbiamo avuto il tempo di spiegargli niente."
"Di niente." Rispose comprensivo Jim raccogliendo il documento di Lennon che era caduto a terra dal bancone.

Massimo Guetti