GIUSTIZIA
a pioggia
cadeva fitta sulla città, spinta da un vento furioso. Parecchi lampioni erano spenti. Per
la strada solo un cane randagio smagrito, che vigilava stancamente sul suo territorio,
come un re senza corona e senza potere.
Gennaro premette un tasto sul suo orologio digitale e il quadrante s'accese d'azzurro.
Erano le tre e dieci di notte. Tempo di andare. Uscì dalla macchina e si incamminò verso
il vicolo, mani in tasca, capo chino. Cinquanta metri dietro di lui uno sportello si aprì
e si richiuse. Nel silenzio della notte, i passi dell'uomo che iniziò a seguirlo
risuonarono distinti, scanditi come un conto alla rovescia.
Gennaro inspirò e tirò dritto, cercando di non mostrarsi agitato, pensando a suo figlio
e sua moglie. Presto li avrebbe riabbracciati. Appena oltre l'insegna spenta del Sali e
Tabacchi, girò a destra, inoltrandosi nel solco buio che si apriva tra due vecchi
palazzi. Sentì l'uomo alle sue spalle fare lo stesso, ed un moto d'ansia lo prese alla
bocca dello stomaco. Strinse più forte la presa sulla pistola. Carne contro metallo,
sangue contro piombo, in quel momento una cosa sola. Proseguì, senza voltarsi. Venti
metri, dieci, cinque. Arrivò al portone. Era aperto, lo sapeva. Entrò e si diresse alle
scale. Mentre saliva la terza rampa, sentì un cigolio flebile venire dal basso. L'uomo
che lo seguiva era entrato a sua volta. Ma ormai lui era quasi arrivato. Fece a due alla
volta gli ultimi gradini e si ritrovò di fronte alla porta.
Con sicurezza tirò fuori la pistola dalla tasca e sparò due colpi alla serratura. I
boati riecheggiarono nella quiete del palazzo addormentato. Con un calcio forzò
definitivamente l'entrata e si introdusse in casa. Prima che il suo pedinatore potesse
raggiungerlo, si inoltrò nel corridoio buio e controllò le stanze, una a una. La camera
da letto era l'ultima.
"E' finita" pensò, entrandovi. Giovanni Del Garzo, che si era già alzato dal
letto, lo vide con l'arma in pugno ed una maschera di paura calò sul suo volto. Non fece
in tempo a dir nulla. Gennaro premette il grilletto, con rabbia. L'uomo che lo seguiva
entrò nella stanza in quel momento. Si voltò a guardarlo, lentamente, con rassegnazione.
- Pasqua', lo sapevo che eri tu a seguirmi.
Pasquale Iovine, agente di polizia, non disse nulla.
- Perché non mi hai fermato?
- Al mio posto, avresti fatto lo stesso.
Gennaro annuì, una crosta di disillusione sul suo viso.
- E tu, al mio posto, che avresti fatto?
- Non lo so, Genna', davvero, non lo so.
- Aveva ammazzato mia moglie e mio figlio! Ed era libero, per un cavillo legale! Che
avresti fatto tu, Pasqua'?
Scoppiò a piangere. Il suo collega Pasquale fece un passo verso di lui.
- E' finita Genna', dammi la pistola.
Gennaro tirò su col naso, e si asciugò le lacrime con la manica del giubbotto.
- Io sono un poliziotto, e servo la giustizia. Non è ancora finita.
- Genna', dammi la pistola!
- Io servo la giustizia. Ed è questa la fine giusta. Addio Pasqua'. Torno dalla mia
famiglia.
- No! Gennà, no!
S'infilò la canna dell'arma in bocca. Chiuse gli occhi. E fece fuoco. Pasquale si lanciò
verso di lui. Troppo tardi.
Impotente, si accasciò sul corpo senza vita del collega. E pianse fino a che ebbe lacrime
da versare.
Giuseppe Pastore |