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IL GATTO

 

a donna sollevò gli occhi dal libro che stava leggendo: si sentiva osservata, era a disagio: di fronte a lei, sulla poltrona di damasco rosso era sdraiato un gattone di pelo fulvo, dagli occhi incredibilmente verdi; quegli occhi la fissavano, immobili, due smeraldi che brillavano ancor più al fuoco del caminetto acceso; "Che ti prende, Rufus? Io non ti sono simpatica , vero? Già, tu sei il gatto di Andrea, non mi meraviglierei se ti avesse incaricato di sorvegliarmi, durante la sua assenza; e smettila di fissarmi così, bestiaccia", la donna alzò la voce e il grossi micio scivolò giù dalla polttrona, ma solo per cambiare postazione; da un divanetto più lontano riprese a fissarla.
Allora lei, a disagio, lasciò la stanza, tanto tra poco sarebbe uscita, era l'ora di truccarsi e vestirsi, in attesa che il suo amante venisse a prenderla; comunque quel gatto la stava condizionando, riusciva a trasmetterle una strana inquietudine; doveva provvedere, in qualche modo.
Molto, molto più tardi, quando la donna rientrò a casa particolarmente soddisfatta della serata passata, trovò il gattone beatamente sdraiato sul suo letto, che dormiva; innervosita, lo scacciò "Fila via, bestia malefica, via dal mio letto e dalla mia camera"; il gatto corse verso la porta, ma arrivato lì, si voltò verso la donna e le soffiò contro; per un attimo lei ebbe paura: quelli erano gli occhi e i canini di una belva; prese una pesante spazzola d'argento dalla toeletta e la lanciò contro il felino, che sparì miagolando, probabilmente lo aveva colpito.
Il giorno dopo il gatto scomparve, non si trovava più, con grande preoccupazione dei domestici, che sapevano quanto il padrone tenesse a lui; nel pomeriggio arrivò alla villa una ragazzina, figlia dei vicini, con Rufus in braccio, chiaramente morto; un sottile rivolo di sangue gli usciva da un orecchio, segnato da una vasta contusione. La ragazzina piangeva, il gattone era stato per parecchio tempo suo unico compagno di giochi; era una ragazza particolare, sempre sola, con uno sguardo sfuocato, che la faceva passare per un po' tocca; vagava per i boschi con Rufus al seguito, raccogliendo piccole pietre, con cui costruiva degli strani minuscoli tumuli, il cui significato sfuggiva a tutti.
La donna capì subito di essere stata la causa della morte del gatto, e un brivido di orrore le attraversò il corpo, di fronte allo sguardo della ragazzina: "lei" sapeva, sapeva chi era stato ad uccidere Rufus; scacciò quel pensiero molesto e incaricò un domestico di seppellire il felino, ma la ragazza si fece avanti chiedendo di poter tributare le ultime esequie al gattone, sapeva dove seppellirlo, e poi "Il signor Andrea sarebbe stato contento", continuò, mentre guardava in modo strano la donna, cosicchè quest'ultima pensò che l'avesse spiata, magari quando si incontrava con l'amante vicino al fiume... "Sto diventando paranoica" si disse; allora lasciò Rufus alla ragazzina che si diresse verso i boschi; arrivò in una specie di semicerchio di pietre, che lei chiamava cerchio magico, con al centro una roccia che assomigliava ad un cavallo: c'erano edera e felci dappertutto; arrivata lì, con una piccola zappa scavò una buca e piangendo vi depose Rufus, dopo averlo baciato ripetutamente; ricoprì la fossa, vi costruì sopra uno dei suoi soliti piccoli tumuli e tornò a casa, non dopo aver accarezzato il cavallo di pietra, pregandolo di fare compagnia al suo amico felino. Passarono i giorni, ormai era estate, le finestre della villa restavano aperte di notte; proprio in una notte di luglio, la donna, che dormiva profondamente, fu svegliata da un miagolio insistente, sotto alla finestra: balzò a sedere sul letto, quello era il miagolio di Rufus, lo riconosceva, ma no, come era possibile... scese di corsa, con il cuore che batteva forte, guardò fuori, vide i tre cani che gironzolavano sotto la finestra, tranquilli; pensò ad un incubo, chiuse i vetri, ma come fu a letto, il miagolio ricominciò, più insistente e le pareva, più vicino, non all'esterno della villa, ma all'interno, in qualche stanza lontana dalla sua; "Domani bisogna cercare questo gatto" si disse, mentre nascondeva la testa sotto il cuscino; passò una notte orrenda, senza poter dormire; appena si assopiva, il miagolio ricominciava. Quando al mattino chiese ai domestici di cercare il gatto che l'aveva importunata per tutta la notte, la guardarono come se fosse pazza: non c'erano felini nei dintorni e come sarebbe stato possibile, con i cani che giravano liberi per il parco, solo Rufus era in amicizia con loro, ma Rufus... e comunque nessuno aveva sentito nulla. Per qualche notte non ci furono miagolii di gatti a disturbare il suo sonno, ma incubi orrendi, nei quali vedeva gli artigli del felino morto sporgere dalla terra, e dietro a loro il muso del gattone, nero di terriccio, in parte decomposto, un occhio solo spalancato a fissarla, mentre lentamente tutto il corpo usciva dalla fossa, riprendendo vita, con una scia di sangue che gli si allargava intorno; veniva verso di lei, soffiando e digrignando i denti, emanando un insopportabile puzzo; allora si svegliava, urlando, sudata, e in preda all'orrore.
Decise di rivolgersi ad un medico, gli parlò del gatto e della sua ossessione, lui le consigliò uno psicoanalista e nel frattempo le prescrisse dei barbiturici, perché potesse dormire senza incubi. Per qualche notte tutto fu tranquillo, poi, una sera, si era appena addormentata, il miagolio esplose più forte che mai, questa volta fuori della porta della sua camera: era un suono strano, orribile, come se le corde vocali dell'animale, se era un animale "la cosa" che emetteva quei suoni, fossero in parte corrose; quasi cadde dal letto per la paura e rimase lì, inginocchiata per terra, mentre sul pesante legno della porta si accanivano gli artigli di quello che pareva un gatto enorme; i feroci miagolii aumentavano di intensità e lei cominciò ad urlare, forte, sempre più forte, ma perché nessuno accorreva, mentre, strisciando, piangendo e gridando, si dirigeva verso la porta; intanto, con voce sconnessa, pregava "Rufus, perdonami, perdonami, basta, torna da dove sei venuto, sei un mostro, sei morto, sei..."; in quel momento la porta si aprì e lei si trovò di fronte un gatto enorme, gli artigli che parevano lame, un occhio verde che la fissava, mentre dalla bocca usciva bava e terra, e un odore tremendo, di decomposizione e di terra fradicia si diffondeva ovunque; poi la belva le saltò al viso e lei sentì un dolore tremendo, un puzzo che la soffocò e svenne.
La trovò una domestica, svegliata dai suoi lamenti: per poco non si sentì male a vedere come era ridotto il viso della signora, e anche il petto; le guardò le mani dalle unghie molto lunghe e curatissime: erano rosse di sangue, fino al polso; dalle dita pendevano brandelli di pelle, mentre dalle labbra tagliate uscivano parole sconnesse; urlò e tutta la casa accorse: la signora era impazzita, già da tempo dava segnali di non essere più in sè, l'ossessione per quel gatto morto ne era la prova; chiamato il medico, con una autoambulanza fu trasportata in una clinica psichiatrica; non ne uscì mai più viva; al di fuori delle nebbie dei calmanti che le somministravano, vedeva solo artigli di gatto che distruggevano il suo splendido viso.
Quanto alla ragazzina amica di Rufus, appena la padrona cattiva, come la chiamava lei, fu portata via, tornò a sistemare sulla tomba del suo amico il piccolo tumulo di pietre, che aveva provvisoriamente spostato...

Enrica Duce