Homepage di Scheletri Horror Racconti Film Libri Videogiochi
GELI RAUBAL

 

eli Raubal, studentessa di medicina, viene rinvenuta cadavere nella propria stanza il 17 settembre 1931.
Causa della morte: perforazione del polmone sinistro in seguito a colpo di arma da fuoco.
Una Mauser calibro 6.5 appartenente allo zio viene rinvenuta in prossimità della vittima.
Dopo frettolose indagini il verdetto è di suicidio.
Al momento della morte la ragazza aveva 21 anni.
Il nome dello zio: Adolf Hitler.

 

***

 

Quel che è rimasto?
Solo brandelli di ricordi…

 

***

 

< … e se credete che io valga troppo poco per lei… >
Mi zittisce con un cenno bonario della mano. Di lui tutto si può dire tranne che non sia un uomo di mondo. Ha modi pratici.
E nel suo studio c'è un buon odore di cuoio e tabacco…
< E' evidente che sei fuori strada giovanotto. Mettiamola in questo modo: e se io ritenessi lei non essere alla tua altezza? >
< Spiegatevi >
< Ti credevo un più acuto osservatore. Non hai per caso notato segni di una qualche malattia nella mia figliola? >
< Elasia è sana come un pesce >
< Organicamente sì >
< E allora… ? >
< Non hai per caso notato in lei, visto che ultimamente siete stati alquanto intimi, una qualche bizzarria, o per voler essere più espliciti… segni di schizofrenia? >

 

***

 

… ma cosa è in fondo la follia?
… è avere non bellezza ma un'incantevole ambigua originalità, non facile da riconoscere, possedere un proprio accento, una nobile e sobria ineleganza, cogliere preziose asimmetrie…
… e ti accoglie dentro le sue infernali stanze con un elaborato inchino…
( … il che non è ancor meglio della bellezza? )

 

***

 

< Sei buffo sottosopra > dice.
Il fatto è che sta seduta sul divano ed io sono in piedi alle sue spalle. Ho in mano un bicchiere di whisky e sono di pessimo umore. Per guardarmi ha rovesciato la testa all'indietro disegnando con il collo sulla spalliera un segmento d'arco.
Abbiamo litigato per non ricordo quale sciocchezza ed io per distrarmi ho provato a risistemare nella bacheca la mia collezione di piccoli Budda di giada. Non è servito. Allora sono andato al mobile bar e mi sono servito una dose generosa alla quale ne è seguita una seconda e poi una terza.
L'alcool non mi renderà poeta ma almeno mi fa dormire.
< Sai > dice, < sei il primo uomo che vuole prendersi una sbronza per me. Non credi che sia terribile? >
< Che io stia diventando un alcolizzato? >
Si alza, mi viene vicino e mi sfila delicatamente il bicchiere dalla mano.
< No > dice, < intendo il fatto che la cosa mi lusinga >

 

***

 

Mi sveglio. Il letto è vuoto. Dalla sala proviene rumore di musica ad alto volume. Mi sembra di riconoscere i "Maestri Cantori di Norimberga". Decisamente non il suo genere.
Una doccia tonificante poi in cucina a preparare due spremute.
Le sistemo su un vassoio e la raggiungo nella sala.
Il disco sta girando sul piatto. L'incandescenza delle valvole dell'amplificatore si accentua e si attenua in un pulsare che segue l'intensità della musica.
Lei è in piedi e mi volta le spalle. E' scalza ed ha addosso solo la camicia da notte. Non mi ha sentito entrare.
< Non sapevo che ti piacesse Wagner > dico porgendole la bevanda.
Si volta verso di me e mi guarda. E' come se mi vedesse per la prima volta. Ha le pupille dilatate ed i capelli appiccicati alla fronte madida di sudore.
< Wagner > dice, < lui lo adora… >
La sua voce è neutra, incolore, terribilmente lontana.
< Lui! > dico. < Lui chi? Ma cosa ti prende! >
Mi guarda come se fossi trasparente.
< Elasia! > dico.
< Il mio nome… >
< Il tuo nome… cosa! >
< Il mio nome è Geli… Geli Raubal >
E' come se il dirlo l'avesse svuotata di ogni energia perché subito dopo si accascia a terra svenuta.
Prima che le palpebre si abbassano ho fatto in tempo a percepire il balenìo delle pupille verso l'alto.

 

***

 

Bastano luce ed ombra per delimitare spazi.
Questo è un cono di luce che cade verticalmente su una sedia.
Sotto la luce del riverberatore la sua bellezza acquista una consistenza irreale.
Sono in piedi di fronte a lei. Stringo nella mano un bicchiere colmo di whisky.
< Sei Geli? > chiedo.
< Sì, il mio nome è Geli Raubal >
< Vorrei che mi parlassi di te… per favore > dico.
Un lunghissimo silenzio, poi: < Durante una seduta spiritica mi è stato predetto che sarei morta di morte cruenta > dice.
< Sei stata uccisa? >
< Sono stata indotta al suicidio dal fratellastro di mia madre >
< E' così grande la sua ascendenza su di te? >
< E' un uomo che ha addosso l'odore della morte e della redenzione >
< Ti desidera? Prova attrazione sessuale verso di te? >
< I suoi sentimenti sono incodificabili >
< Ti parla… >
< Sì, mi sussurra cose oscene >
< Quali sono le sue fantasie >
< Vuole che io mi trapianti un pene >
< Perché >
< Vuole essere sodomizzato da me >
< Dove è ora >
< Nascosto >
< Dove >
< Dentro il mio orecchio sinistro >

 

Mi accorgo di non desiderare più che Elasia sia Geli. Non voglio che Geli sia dentro di lei. Scolo il mio whisky tutto d'un fiato poi getto in aria il bicchiere e ne seguo la parabola. La piccola esplosione, subito dopo, di cristallo infranto, interrompe il sortilegio.
Con un piccolo sussulto si desta.

 

***

 

Il temporale è infine esploso violento. Durante tutta la giornata un mare di piombo ha riversato contro la scogliera onde lente e pesanti. Dalla veranda se ne sentiva minaccioso il rombo.
Adesso i lampi proiettano arabeschi contro le pareti.
Sto leggendo una vecchia edizione della Rovina della casa Usher. Madeline! La letteratura americana - penso - è tutta pervasa da un senso di genuina necrofilia.
Elasia è accanto a me. In silenzio ricama sopra un panno di lino. I tuoni non la scuotono. Io chiudo il libro e non dico niente. So che sta ascoltando. La sua voce dentro.

 

***

 

Quando Elasia è Geli i suoi occhi assumono il colore dell'erica. Geli è una ragazza gaia con il desiderio di cantare ed un inconfessabile dolore dentro. E' in tutto e per tutto una ragazza ariana: sana, vivace, un po' vuota…

 

***

 

Lei dice:
< Lui si siede e mi guarda >
< Anche io lo faccio. E' bello guardarti >
Sembra non aver colto la mia lusinga.
< Il suo è un un modo illecito di guardare > dice. < Più che altro è uno … scrutare oscuramente >
Mi sembra quasi di vederlo. Nella penombra, per ore, ad osservarla in silenzio con quella luce di tenebrosa follia negli occhi.
Sento che inesorabilmente la sua presenza sta assumendo una tangibilità più densa.
Come una nebbia che prende forma…
Ho la netta impressione, a volte, di percepirne il fetore: quel fetore di maniacale pulizia che il suo corpo emana.
< Vorrei che tu mi guardassi > dico.
Non alza lo sguardo. Continua a tenere la testa china. Vedo solo la fronte spaziosa, i capelli castani con la scriminatura al centro, il profilo affilato, quasi ascetico, del naso…
Sei Elasia o sei Geli?
Da tempo ormai non le distinguo più.
Si stanno compenetrando, fondendo…
Sei Elasia o sei Geli?
Prometto che non te lo chiederò mai, amore mio.

 

***

 

Mi guardo nuovamente le mani: questo lieve tremore non cessa. Ed il mio cuore ha battiti irregolari. Troppo alcool!
Questa notte lui l'ha posseduta. Ha tirato fuori il suo membro rigido e bianco come gesso. Lei ha divaricato invitante le gambe e con un dito ha scansato di lato le mutandine…
Mi sono svegliato di soprassalto. Lei era al mi fianco. Dormiva profondamente. Sono rimasto il resto della notte ad osservarla. Non si è mossa. Non ha emesso nessun gemito. Ma questo non significa niente. Lui è furbo: quando lei sta per venire gli tiene premuta una mano contro la bocca.

 

***

 

Ora siamo nella sala. Lei ricama tranquilla. Alzo gli occhi dal libro che sto leggendo.
< Hai cambiato profumo? > chiedo usando un tono casuale.
< Cambiato profumo! Sai che non adopero profumi >
< Già, dimenticavo. Mi era sembrato come se… > dico.

 

***

 

Alzo la cornetta.
< La cosa che mi aveva chiesto è arrivata > dice la voce.
< Bene! > dico. < Vengo subito a ritirarla >
Salgo sulla mia MG color crema e scendo in città.
Poco dopo sono sulla strada di ritorno. La strada è tutta tornanti. Ha piovuto ed ora l'asfalto ha il colore dell'acciaio brunito. Cos'è questa cosa dentro che mi fa tenere il piede piggiato sull'acceleratore? Un misto di più cose: rabbia… trionfo… Guardo il pacchetto appoggiato sul sedile accanto. E' il primo passo per elaborare razionalmente la mia follia.
Entro in casa adoperando la chiave e vado dritto nella mia stanza. Ripongo il pacchetto nel cassetto inferiore della bacheca. Da dietro i cristalli della vetrina i piccoli Budda sembrano osservarmi in silenzio.
Ho un urgente bisogno di bere. Mentre verso sento la sua voce dietro di me.
< Ti ho visto uscire prima > dice.
< Sono dovuto scendere in città > dico. < Ma non chiedermi il motivo: è un segreto >
< Ci sono segreti tra noi? > chiede.
< Temo di sì > dico.
Mi guarda. Io provo a sorridere senza riuscirci.

 

***

 

< Dal referto dell'autopsia effettuata dai russi sul corpo del Fhurer è risultata un'incompletezza genitale > dico.
Smette di ricamare e mi guarda.
< Davvero? >
< Già > dico. < Ovviamente la cosa non è del tutto attendibile. I russi avevano necessità di denigrare il nemico sconfitto. Però, pensandoci bene… >
< Pensandoci bene? > mi sollecita lei.
< Voglio dire, pensandoci bene… tu dovresti saperlo. >
La sua mano scatta con la velocità di un serpente. Percepisco solo un cocente bruciore. Lo schiaffo è stato tanto imprevisto quanto fulmineo.
Resto muto e sgomento a massaggiarmi la guancia.
Lei, come se nulla fosse, ha ripreso tranquilla il suo lavoro di ricamo: piccole svastiche.

 

***

 

Ho dato fondo alla bottiglia poi ho aperto il cassetto, ho scartato il pacchetto ed ho infilato l'oggetto nella tasca della giacca. Poi mi sono diretto in veranda.
Lei è affacciata alla balconata. Osserva le onde spumeggianti che si infrangono contro la scogliera con un suono limpido, sotto la luce argentea della luna. Il vento le muove i capelli.
La raggiungo e da dietro le poggio le mani sulle spalle. Sotto la stoffa leggera del vestitino sento la spigolosità delle scapole. Ultimamente è molto smagrita.
Continua a guardare l'oceano scuro davanti a sè. Poi poggia le sue mani sulle mie e comincia a parlare molto lentamente, senza voltarsi.
< Inizialmente la sua voce era lontana ed indistinta > dice, < come se provenisse da un vecchio grammofono. Con il tempo è diventata sempre più chiara e suadente. Ora ogni sua parola, ogni sua sillaba, vibrano di uno sconvolgente lirismo dentro la mia testa>
< Lo ami? > chiedo.
< Non lo so. Sento però di appartenergli >
< Ti sta ingannando >
Si volta di scatto verso me. Mi risponde con fermezza.
< Mi possiede ma non mi ha ingannata. Lui non mi ha mostrato il lato cortese del suo profilo >
< Devi liberarti di lui > dico.
< Lo so > risponde.
< Devi liberarti di lui… adesso >
< Adesso? >
Prendo l'oggetto che mi pesa nella tasca e glielo porgo. E' una Mauser. Una Mauser calibro 6.5.
La prende. Non sembra stupita ma la osserva a lungo con aria estraniata mentre la soppesa e la rigira tra le mani. Poi scuote la testa in modo impercettibile. Comprendo di averla profondamente delusa. Forse chiedeva solo più tempo, non so.
< E tu? > dice. < Riuscirai un giorno a guardarti dentro? >
Non rispondo.
Retrocede di qualche passo guardandomi fisso negli occhi. C'è una bella luce sul suo viso ma le lunghe ciglia le adombrano gli occhi.
Mi sorride. Per l'ultima volta.
Poi si punta l'arma contro il petto.
< E' qui il cuore, vero? > dice.

 

Mentre il suo indice si contrae contro il grilletto, dentro il suo orecchio sinistro, un uomo, nudo come un verme, rannicchiato in posizione fetale, sta tremando e piange disperatamente.

Gino Spaziani