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LA STANZA

 

na stanza vuota, era lì che si trovava Aldo. Quattro pareti grigie, smorte, apparentemente fredde. All'interno della stanza c'era un letto a due piazze, un grande armadio a muro che sembrava molto antico e logoro, un lampadario appeso al soffitto dal quale usciva una fioca luce, infine un quadro con una cornice marrone scuro dove vi erano rimaste delle tracce color oro che ne rivelavano una certa età.
- Cosa ci faccio qui? - Disse fra sè e sè Aldo - non conosco questo posto -. Aldo non riusciva a capacitarsi della situazione, ma se prima la sua espressione era disorientata e stupita, assunse i toni dello spavento una volta che si rese conto che in quella stanza non c'erano porte, né finestre.
Un brivido gli attraversò la spina dorsale come una scossa elettrica, quasi svenne, dalla fronte cominciarono a scendergli gocce di sudore freddo, successivamente, scuotendo la testa e con un sorriso beffardo stampato sulle labbra pensò "non è possibile".
Si sedette sul letto, le gambe non riuscivano a reggerlo tanto gli tremavano, cominciò a riflettere.
- Cosa fare? -
- Non lo so - rispose sempre dalla mente, come se essa avesse avuto due interlocutori.
- Cos'è questo posto? Come sono capitato? Pensa Aldo! Pensa! Dove sono stato prima di trovarmi qui? Cosa ho fatto prima di trovarmi qui? Chi ho visto prima di trovarmi qui? -
Mille domande gli attanagliavano la mente, nessuna risposta, la sua testa era vuota, come se fosse sprofondato in un eterno oblio senza via d'uscita. A un tratto alzò lo sguardo, i suoi occhi offuscati di paura e sgomento si illuminarono di colpo al momento in cui guardò il grosso armadio, non si sa perché ma gli si accese una nuova speranza, come se quel mobile fosse la soluzione al suo problema. Dopo essersi alzato un po' a stento si accinse ad aprire l'armadio, un sentimento di paura mista a curiosità si impadronì di lui, lo stridio di quei grossi sportelli lo bloccò per un attimo, ma egli recuperò quel poco di sangue freddo che gli era rimasto e riuscì ad aprire il mobile.
Le ante spalancate rivelarono il contenuto: due abiti, uno di color nero e uno grigio fumo di Londra, erano appesi, sembrava non venissero usati da anni, ad Aldo però destò interesse un altro elemento. Riposto in un angolo dell'armadio c'era un vecchio grammofono, uno di quei diffusori musicali dei primi decenni del 900. - Cosa ci faceva lì un oggetto simile? - sembrava voler dire l'espressione accigliata di Aldo, che istintivamente raccolse l'oggetto per poi poggiarlo sul letto allo scopo di esaminarlo. Girò la manovella arrugginita per farlo "cantare", senza sapere nemmeno lui cosa stesse facendo esattamente, l'apparecchio cominciò a emettere strani suoni, quasi striduli, seguiti da delle urla agghiaccianti e parole pronunciate in maniera velocissima in una lingua a lui sconosciuta. La prima reazione di Aldo fu un salto all'indietro che lo fece capitombolare alla base dell'armadio dove picchiò con la testa in modo piuttosto violento, quando si rialzò (senza accorgersi che intanto la sua nuca cominciava a grondare di sangue) cominciò a strillare come un invasato:
- Che cos'è questo? Che cazzo è questo? Chi mi ha mandato qui? - Invocò aiuto invano, allora cominciò a picchiare il muro a suon di calci e pugni, senza rendersi conto delle ferite che si stava procurando, poi, sentendo che il grammofono non taceva, lo afferrò con tutte e due le mani, ormai ricoperte di sangue, e lo scaraventò sul muro con tutta la sua forza.
La sua azione fu tanto furiosa quanto inutile poichè l'infernale aggeggio non riportò nessun danno, e, come se non fosse successo nulla, continuava a emettere suoni e urla, forse ancora più forti.
Ad Aldo sembrava di impazzire, era come se la testa fosse sul punto di scoppiargli.
Passarono molti minuti prima che l'uomo riacquistasse la ragione, allora si accorse della strana sensazione che lo avvolgeva. Ripensandoci bene capì che sin dal primo momento aveva avuto quest'impressione, era come se qualcuno stesse osservando le sue mosse da qualche parte, in quella stanza.
La sua testa si voltò in direzione del quadro, quel dipinto dove era rappresentato un uomo dal volto vissuto, con una lunga cicatrice che gli percorreva in verticale una guancia, era rappresentato a mezzo busto e portava un'armatura all'apparenza molto robusta, sembrava un cavaliere antico.
- Ecco da dove mi stanno osservando…- Esclamò Aldo in tono risoluto e leggermente spavaldo - E' un classico - Riprese, esprimendosi con una strana ironia per la situazione in cui si trovava.
Afferrò nuovamente il grammofono, che non aveva smesso di emettere suoni, lo lanciò e aprì un buco intorno alla cornice. Si sentì qualche secondo dopo il rumore dell'oggetto che sbatteva e rimbalzava ripetutamente in lontananza, fino a fermarsi. Anche la musica non si sentiva quasi più. Aldo si avvicinò al quadro per osservare attraverso il buco che aveva creato, vi infilò la testa e vide davanti a se un largo corridoio di cui non si riusciva a individuare la fine.
- Se c'è un corridoio, ci sarà anche una via d'uscita - Pensò - Devo uscire da questo maledetto buco -
Non ci volle molto, Aldo strappò via tutta la tela e si infilò completamente nel buco, non ebbe grosse difficoltà dato che, anche se era alto, non poteva di certo ritenersi un tipo robusto. Il corridoio era lievemente illuminato da candelabri di metallo agganciati alle scure pareti, c'era una porta ogni sei - otto metri. Cominciò a camminare, non senza timori. Man mano che percorreva il corridoio accelerava il passo, voleva restare lì il meno possibile, non si sognava nemmeno lontanamente di aprire quelle porte, pensava anzi che la via d'uscita sarebbe stata in fondo a quell'interminabile tunnel. Gli sembrava di camminare per ore, vedeva sempre la stessa cosa, porte e candele, nient'altro, si mise a correre, ma la lunghezza del corridoio sembrava aumentare invece che diminuire.
- Non è possibile! Sembra infinito - Ormai ansimava ed era madido di sudore, ma continuava a correre, solo per inerzia. Non gli sembrò vero quando vide una luce di fronte a sè, c' era una porta aperta, era esausto ma accelerò ugualmente, sentendo l'inebriante odore della libertà. Giunto al termine dell'infinito corridoio, non smise di correre, attraversò la grande porta per rendersi conto che davanti a lui c'era solo il niente, ma era troppo tardi, Aldo cadde nel vuoto urlando e urlando ancora.
Si svegliò.
- Aah!!! - Esclamò - Era solo un sogno per fortuna, anzi un fottuto incubo! Però, sembrava così, così… reale -
Stava ancora tremando dalla paura, ma allo stesso tempo si sentiva sollevato.
Fece un profondo respiro, si stropicciò gli occhi cisposi, si guardò intorno, in quel momento si accorse di trovarsi nella stessa stanza dove tutto era iniziato.
- Forse non era un incubo -

Roberto Usala