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LO STRIZZACERVELLI

 

i sentivo come quel giorno che, da bambino, mia madre mi portò a forza dal dentista. Come allora me ne stavo seduto in sala d’aspetto con dentro un misto di sensazioni che si alternavano. La curiosità, il timore, l’attesa… Anche la vescica cominciava a reclamare il suo imperioso bisogno di potersi svuotare. Ma chi l’avrebbe mai detto che io, uomo integro e sano, mi sarei mai rivolto ad uno strizzacervelli? Mi consolava il fatto che il mio problema non mi avrebbe mai condotto lì se fossi stato un ragioniere, un insegnante, un meccanico…, ma ero un antiquario e la mia fobia per i topi creava seri problemi quando dovevo recarmi in qualche vecchia soffitta per visionare mobili o oggetti antichi. Il minimo rumore in quelle occasioni mi faceva sobbalzare e, nella maggior parte dei casi, non riuscivo a trattenere un grido e una corsa scoordinata verso l’uscita immaginando sorci al mio inseguimento. Questo mio comportamento, incomprensibile agli occhi altrui, rendeva molto indisposto il potenziale venditore.
Diana mi aveva consigliato uno strizzacervelli. Diceva che la cosa secondo lei era risolvibile, che c’erano delle valide terapie per le fobie e bla bla bla. In pratica riteneva che per il mio bene e il bene delle nostre finanze avrei dovuto farmi curare. Ecco come ero finito lì, con la vescica che urlava sempre più…
Stranamente ero solo nella sala d’aspetto. “Prego… Avanti!” Era giunta l’ora. La voce giungeva da dietro la porta che varcai con passo incerto. L’uomo che mi trovai di fronte era del tutto diverso da come me l’aspettavo. Vestito interamente di grigio scuro, pareva che anche il viso avesse qualche sfumatura di quel tetro colore. Strabuzzava due occhietti minuscoli e nerissimi, ma per un lungo attimo la mia attenzione si soffermò sui suoi denti… quei denti… Due piccoli incisivi si appoggiavano sul labbro inferiore rimanendo sempre scoperti anche in assenza di un sorriso. Quella cupa figura mi faceva sentire decisamente a disagio, anzi, direi che mi terrorizzava. Il mio cuore batteva sempre più forte al punto che pensai mi potesse uscire dal petto e pareva che mani invisibili ghiacciate lo premessero. Sentivo la fronte gelida e bagnata e una irrefrenabile voglia di urlare e di fuggire. La mia bocca era spalancata in un grido senza suoni, le gambe bloccate non rispondevano ai miei comandi e i miei occhi non riuscivano ad evitare il suo sguardo insistente. Quello sguardo… Lui non disse alcuna parola. Si limitava a fissarmi e mi parve di scorgere sulle sue labbra una sorta di ghigno beffardo mentre ombre grigie animavano la stanza sfilando in un orribile e scomposto corteo. Mentre lui con lenta naturalezza mi si avvicinava il mio terrore crebbe fino al punto che pensai di sentirmi lacerare il cuore…
Quando i suoi dentini affondarono nella pelle morbida del mio collo fu subito tranquillità. La mia vescica si svuotò e la calma e la pace regnarono nella stanza e in me.
Ora sono qui, nella mia piccola tana in soffitta. Il padrone di casa ha lasciato un po’ di formaggio su un piattino per me e gli altri amici rintanati qui. Esco a mangiare e passando davanti ad un vecchio specchio impolverato mi vedo… dovrò imparare a non inciampare in questa lunga coda…

Sabrina Scandella

 

Mi chiamo Sabrina Scandella, sono nata nel 1976 e risiedo in un paesino in provincia di Bergamo. Laureata in psicologia amo la buona cucina, i racconti gialli, Guccini e De Andrè. Ho deciso di cimentarmi in questo racconto dopo la scoperta di Scheletri.com.