RIPARAZIONI

 

iù di qui.
La pioggia dell’altro giorno ha scavato rigagnoli profondi nei tratti sterrati, in discesa devo stare più attento del solito, si scivola facilmente.
Scendo verso il bosco, così, in piedi, lascio andare la bici e ammortizzo le buche: l’aria è proprio fredda stamattina, ho fatto bene ad indossare la giacchetta, mi servirà quando sarò sudato, dopo quelle salite.
Oggi ci provo, ok? Al bivio del Ronco vado su a destra, e non mi fermo fino a quando sono in cima. Siamo già in ottobre, a fine stagione dovrei essere in grado di arrivare alla Torre, che poi, fino a casa, è tutto pianoro. Superata la Torre, fiancheggio il laghetto di Spera, mezz’ora in scioltezza e sono sotto la doccia senza neanche il fiatone. Magari solo un poco, via.
Adesso però devo pensare a questa, di salita, che è già dura di suo.
Scalo il rapporto, ritmo la pedalata, scalo ancora, seduto.
Porco cane, il telefonino. E’ rimasto nel box. Speriamo lo trovi Anna.
In piedi, questo strappo, con calma, ma in piedi.
Pedalate come passi.
Che colori, questo sottobosco d’autunno, profuma di legno bagnato e funghi, la strada si inerpica ben segnata, saranno già le dieci ma ho tempo, inspiro con il naso e butto fuori dalla bocca. Lo sento, anche il bosco respira, molto più silenzioso di me, e punge di ricci. Un nido, là in cima, sarà vuoto?
Guarda dove vai, piuttosto!
Su, in piedi, che manca poco, tranquillo, ho le gambe oggi, e com’è buona quest’aria.
Recupero un po’, adesso, respiro senza fretta, mi godo questa spianata tra i prati, guarda che panorama, in Brianza a volte sembra di essere sulla Luna di Endor, con tutto questo verde.
Domani devo assolutamente chiamare Renzo, il rubinetto in lavanderia ha ripreso a gocciolare.
Il bivio del Ronco. Deciso, allora? Ok, su a destra.
Accidenti, è proprio un sentiero. E tira da subito, eh?
La prendo piano, altrimenti finisce come l’anno scorso, quando a metà non ne avevo già più, e fortuna volle che mi ero dimenticato in tasca una barretta proteica, altrimenti dovevo chiamare il soccorso alpino. Piuttosto: non devo cadere, se mi faccio male bisogna sperare in qualche passante, e di qui è difficile vederne.
Porco cane se è dura. Ti credo che è poco battuta, questa zona, tutti arrivano al bivio e tirano dritti, mica vengono su di qui.
L’altra volta mi sono fermato in questo punto, vado tranquillo che ho gambe oggi, inspiro con il naso e butto fuori dalla bocca. Guarda che scorcio, guarda che felci alte nelle conche, foglie gialle a terra e rosse e verdi sugli alberi, sarebbe bello sapere di botanica, sapere i nomi degli alberi dalla forma delle foglie...
Uno zaino?
Buttato là in fondo, ma dico io la gente... Aspetta, aspetta.
No! O Signore, è una persona, frena!
O mio Dio, starà male? S’è preso un infarto?
“Ehi!”.
Non risponde. “Ehilà, tutto bene?”. Che silenzio. E respira piano! Hai fatto un chilometro e sembri una locomotiva! Sono fradicio, e le gambe quasi mi fanno male, calmo, devo andare a vedere. O no? Calmo. E se è solo svenuto? Magari si sveglia, me ne accerto, così posso andare a chiamare aiuto, forse si riprende.
“Ehi, mi sente?”, e poi non ti ha visto nessuno, potresti anche non averlo notato.
Dai, imbecille, vai a vedere.
Lascio la bici, qui, sul sentiero, così se passa qualcuno la vede.
Perché faccio piano, adesso? Tanto con le foglie secche sotto i piedi mi sentirebbe anche un sordo morto, e se questo si sveglia, meglio, no?
E’ proprio un uomo, non sono un dottore ma con la bocca aperta e gli occhi girati in su, così pallido, e lì, sotto la nuca, tutto quel... sangue.
Non respira, il torace è fermo. Gli tocco il collo. Ma se non so neanche cosa devo sentire, perché glielo devo toccare?
Toccagli il collo! Niente.
E’ freddo gelato.
E’ morto.
Che brividi, mi sto raffreddando, l’aria si infila dappertutto, tremo. Meno male che ho messo la giacchetta.
Non c’è nessuno in giro?
Anche a scuoterlo: “Ehi!”, non succede nulla.
Mi sa che è morto davvero. Solo che in faccia non ha segni, come diavolo ha fatto a...
Uno schiocco.
“Chi c’è?”. Mi sono alzato troppo in fretta, per quello mi gira la testa. Com’è fitto il bosco, qui. “C’è qualcuno?”.
Altro schiocco. Però questo è un passo!
“C’è un uomo ferito gravemente qui, qualcuno può aiutarmi?”. Mi sento un deficiente a gridare agli alberi, di qui raramente passa qualche persona, conviene andare a chiamare aiuto. Via! Corri! Che sollievo allontanarsi da quel cadavere. Dai, corri.
“Aah!”. Che botta! Che male! Alla nuca, dietro quell’albero doveva esserci nascosto qualcuno...
Perché mi cedono le gambe? Aiuto, il bosco mi cade sulla faccia, mi hanno dato una sprangata, che buio.

 

Mamma mia, che mal di testa, sento freddo, dove...
Il bosco, il morto.
Mi sento intorpidito, non riesco a muovermi, non riesco a guardarmi in giro. Ma ha iniziato a piovere? Cosa mi gocciola sul viso? Cristo, è il mio sangue. Faccio anche fatica respirare. Ancora il buio.

 

Tonfo, terra che frana.
Tonfo, terra che frana, tonfo.

 

Anna?

 

Fa un freddo cane, meno male che ho messo la giacchetta.

 

Dio, che stordimento. Apro gli occhi, sono appiccicati. E’ faticoso, ma almeno ci provo.
Cosa c’è? Il bosco, le gambe del morto. Non voglio gemere, respiro piano, sento il tizio, è ancora qui. Traffica qui vicino, lo sento, sta scavando?
Che male mi fa la testa. Muovo le mani, sì, ce la faccio! E le gambe?
Fermo! Si avvicina.
Cosa fa? Solleva il cadavere, lo trascina per le spalle, lo vuole sotterrare? Farà lo stesso con me. O Signore aiutami, possibile che non passi mai nessuno da qui? Stai fermo, respira sottovoce. No, sepolto vivo no!
Ma neanche morto, però.
Cos’è? Una sbarra di ferro. L’ha usata per colpirti.
Ecco, adesso ha gettato il corpo nella buca. Mi rimane una possibilità, una sola, la sbarra è a portata di braccio, sto pronto. Eccolo che torna.
Adesso!
Colpiscilo!
“Aaaah!”, l’ho preso, l’ho preso! Dai, in piedi. Porco cane, gira tutto. Ma sono ancora per terra? Su, su in piedi!
Attento, eccolo lì, si sta alzando, giù ancora! O Signore, che schifo, che orribile vibrazione, è questo il rumore che fa il cervello quando esplode?
Mi viene da vomitare.
Io non volevo, porco cane, non volevo. Sarà morto?
Mi tremano le gambe, il bosco torna a gettarsi verso di me. Respira, lascia andare la sbarra, hai le mani rattrappite tanto la stringevi. Respira. Dov’è l’assassino? E’ qui per terra, di fianco a te. Immobile.
Riprovo ad alzarmi, prima mi siedo, così, piano piano, guardo in su, inspiro con il naso e butto fuori dalla bocca, il sole non è poi tanto alto, saranno le undici passate. Anna sarà ancora a fare la spesa.
Vattene di qui, imbecille, vai a chiamare aiuto.
L’ho ammazzato? No, lui respira ma non si muove, tanto basta.
Guardati, barcolli come un ubriaco.
Però sono in piedi, e adesso è questo bastardo ad essere messo male. Voleva seppellirmi vivo.
“Voleva seppellirmi vivo!”.
Piantala, non fare l’isterico. Sì, ma il calcio se l’è meritato. Sì, ma adesso ragiona.
Cosa c’è lì per terra? Una sacca di tela verde. Porco cane, è piena di soldi! Guarda lì quanti!
Allora questi due sono quelli che hanno rapinato la banca di Rialzano, due giorni fa, l’ho letto sul giornale: quarantamila euro!
Quarantamila euro.
Non ti cambiano la vita, non pensarci neanche.
C’è la pala, però, potresti seppellirli, i soldi, magari alla roggia, per via dei cani.
E poi?
Ti beccano subito, se non trovano i soldi addosso ai malviventi. Mica sono stupidi.
Dai, vai a chiamare la Polizia.
Aspetta.
Aspetta un attimo.
No, questi li prendo, non si accorgeranno se mancano duecento euro, e Renzo sarà anche un amico, ma mi costerà caro riparare il rubinetto della lavanderia.
Il tizio è ancora a terra, sbrigati, intanto che puoi.
Che male la testa!
Prendi la bici, giù, verso il Ronco.
No, un attimo: sono salito fino a qui, e adesso arrivo alla Torre, cascasse il mondo, alla faccia della botta in testa, ci saranno anche altre salite, ma siamo a fine stagione.
Dovrei farcela.

David Riva