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LOCULI

 

accaduto molti anni fa, eppure ancora adesso…
Con un fazzoletto avevo tolto la patina di polvere dalla foto ovale, ed ora i suoi occhi sembravano sorridermi.
"Ma lo sai che sei molto bella tesoro?" le dissi, poi chiusi gli occhi ed attesi la risposta.
Tirava un lieve vento che sapeva d'incenso.
< Ma porcaccia la miseria!!! >
Sussultai e subito mi voltai. Volevo proprio vedere chi era l'importuno che aveva spezzato in modo così prosaico l'incanto di quel momento. Si trovava ad una ventina di metri da me. Si trattava di un ometto di una certa età con la giacca un po' lisa, i baffi sottili sopra il labbro come andavano una volta, sopraccigli cisposi e due occhi eccezionalmente vispi.
Tormentava il cappello tra le mani.
Vedendomi mi fece un cenno:
< Oh signore, venga… venga la prego! Giudichi con i suoi occhi e poi mi dica se le sembra una cosa ben fatta. >
Indicava, sul colombario di fronte a lui, un loculo di terza fila.
Mi avvicinai incuriosito. Devo ammettere che quel che vidi, pur non essendo niente di straordinario, mi scosse.
Si trattava di un loculo sul quale non era stato posto il marmo.
Il nome del defunto, EMILIANO MELI, era stato sgraziatamente graffiato sulla ruvida malta con un chiodo.
Non c'era altro: nè un fiore nè un qualsiasi altro segno dell'umano cordoglio.
< Me lo dica lei se le sembra una cosa ben fatta! > disse. < Pensi, oggi fa un anno e loro non si sono ancora curati nemmeno di mettere un marmo. >
< Un anno? > chiesi.
< Ma certo, un anno… Dalla sua dipartita intendo! >
Lo ascoltavo allibito. Ed un po' anche divertito. Sotto tutta quella indignazione a stento repressa avevo creduto di intravedere un carattere dalla indole mite.
Continuava a rigirare il cappello e notai le sue mani nodose, da persona che non si era certo risparmiata…
< Vedete > disse, cercando di controllare la voce < una tomba ben fatta… non dico che serva, eppure… Non potete immaginare quanto lui ci avrebbe tenuto! >
< Perché ? > chiesi.
< Sarebbe stato un segno di riconoscenza, di gratitudine. Dovete sapere che questo uomo li ha amati, li ha amati tutti, ed ad ognuno di loro ha voluto lasciare qualcosa di sè. >
< Capisco > dissi.
< Ed io penso invece che forse voi siete ancora troppo giovane per poter veramente capire. >
Lo aveva detto senza malevolenza, e senza quel impeto che lo aveva contraddistinto sino a quel momento.
Si rimise il cappello, mi salutò con un cenno e si avviò.
Rimasi a fissare il loculo con quel nome, EMILIANO, malamente graffiato.
Scossi la testa. Dovevo riconoscere che il vecchio aveva ragione: non si trattava di una cosa ben fatta.
Ma c'era dell'altro. Qualcosa di ancor più profondo ma che non riuscivo ad afferrare.
Quel vento profumato d'incenso m'investì nuovamente. Era lieve come una carezza.
Ed all'improvviso compresi.
"Amore dimmi che sono pazzo" sussurrai. Ma non attesi risposta e mi lanciai all'inseguimento di quello strano ometto dalle mani nodose e la giacca lisa.
Ben presto gli fui alle spalle.
< E' vero > dissi. < Sapete? Avevate ragione voi. >
Avevo quasi gridato ma lui continuò a camminare come se non mi avesse sentito.
< Ho detto che avevate ragione voi > ripetei, < non è giusto quello che hanno fatto, assolutamente non è una bella cosa. >
Proseguiva a camminare come se io non esistessi.
Dentro me continuavo a ripetere "sei pazzo, sei pazzo…" , ma c'era quella cosa che dovevo dirgli e sapevo che dovevo assolutamente farlo.
Infine trovai il coraggio.
Parlai con una voce che non mi riconoscevo, come quando si è brilli.
< Quello che vi sto dicendo è che non bisogna mai trattare in questo modo i nostri cari estinti… , assolutamente mai…, signor Emiliano. >
Ecco, lo avevo detto.
Fu solo allora che si fermò e si voltò verso di me.
Ed io potei vedere.

 

E' accaduto molti anni fa eppure ancora adesso l'infinita dolcezza che mi parve di cogliere sul suo sguardo consola il mio cuore come una lieve brezza di primavera.

Gino Spaziani