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L'INNOCENZA

 

ui è forte.
Forte come le montagne, i fiumi e i venti; forte come il dolore, lo spavento, il riso. Possiede la stessa freddezza del fuoco e la stessa fiamma del ghiaccio. Le sue mani sono enormi, lente nei movimenti, eppure così implacabili come nemmeno la morte stessa sa essere.
Il guizzo di uno solo dei suoi possenti muscoli produce vibrazioni ed onde sismiche, così che tutti lo avvertono, e tremano, il volto nascosto tra le mani.
È forte come la pioggia, come la noia, come la speranza.
Se solo muove un braccio, ecco che ne sprigionano venti, alisei e monsoni di intensità mai viste; i suoi arti fischiando sommessi nell'aria, nascono così tempeste ed uragani.
La sua voce è possente, stride e rimbalza negli spazi infiniti, si va affievolendo lentamente solo per poi tornare, più viva e piena di prima, e sembra che porti con sé, oltre a rancore e paura, quel leggero senso di malessere che prende gli uomini alla sera, quando guardano con occhi assenti l'orizzonte, e vi vedono la vita.
È forte come l'ira, come il mare, come la vecchiaia.
Ora si muove, assesta la sua millenaria posizione, provocando crolli, scosse di terremoto, oscure vibrazioni che si inseguono, sempre più cavernose, fino ai visceri della terra.
Lui è grande.
Più grande di qualsiasi altra cosa: più grande di un uomo, più grande di una città, più grande di un continente, più grande di se stesso. Una grandezza sconfinata, assoluta, che trascende i limiti del corpo e della ragione; una grandezza nuova, che coniuga un esaltante senso di superiorità, esteriore ma anche interiore, ad un vago presentimento di potenza, di vigore (solo un presentimento è, come quando, ormai alla fine del sogno, percepiamo l'imminente risveglio ma lo allontaniamo stizziti, regalando alla nostra parte segreta ancora qualche attimo di libertà).
Più grande del piccolo mondo che gli sta, placidamente disteso, davanti.
Lo vede chiaramente, lo commisura, lo soppesa, ne saggia la consistenza, e ride riconoscendosi immensamente più grande; tiene questo pulsante giocattolo a portata di mano, libero si direbbe, ma invece lo controlla, lo scruta, lo legge, lo vive.
Bello steso se ne sta, il mondo. Panciuto ed inconsapevole anche solo dell'esistenza di qualcos'altro all'infuori di sé, se ne rimane impalato dov'è, fermo e silenzioso.
Fermo, silenzioso e piccolo. Quasi troppo piccolo confronto alla sua grandezza, al suo comando, al suo Potere.
Lui è Dio.
Il Dio saggio di Abramo, il Dio tremendo di Mosè, il Dio assente di Abulafia, il Dio guerriero di Ossian, il Dio, nero e nascosto, di Faust.
È Dio, è tutto; sulle prime non lo realizza con lucidità (essendo questo pensiero così immenso e lucente da non consentire mai a nessuno di appropriarsene in pieno), ma poi, passato un istante, lo coglie, come si fa con la frutta matura, nei campi, l'estate.
Lo coglie e lo svela per sé, per sé e per nessun altro, la luce bianca e rumorosa dell'onnipotenza inondando, placida ma così fonda, solo il suo viso.
È forte, è grande, è Dio.
A lui è il comando di tutto, solo il suo essere presiede l'ordine delle cose, solo la sua mente concepisce il possibile, e non ne riflette che la milionesima parte sul mondo, condannandolo così a vagare nelle tenebre per l'eternità.
Ora si lascia investire dal proprio potere, lo fa circolare all'interno, ne imbeve ogni cellula, ogni nervo, ogni fibra; in questo battesimo assume la sua nuova vita, la sua nuova anima.
Lui è Dio.
Guarda il mondo, adesso; lo fa quasi con sufficienza, come se fosse costretto, e non potesse rifiutarsi. Guarda il mondo, e vi entra come denso soffio di fumo.
Attraverso di lui corrono, in un istante, tutte le passioni dei mortali: si inseguono, si cercano, si sfiorano, si trovano e subito sono spazzate via dal furioso incedere di altri sentimenti, affannati ed instancabili a cercare che cosa non sanno nemmeno.
Veloci scappano, i sentimenti degli uomini, e lui se ne fa beffe, ne sorride soddisfatto tra sé, mentre osserva le cose che gli si credono somiglianti nascere e morire.
Come saette impazzite volano ora le sofferenze dell'uomo attraverso il suo corpo, né lui smette di percepirle, soddisfatto com'è della sensazione che danno.
Volano le sofferenze, e si traducono come immagini nella sua mente divina; lentamente alcune di esse si deformano, si plasmano, cedono ad un soffio vitale che le anima dal di dentro. E lui ne vede i colori, ne sente le forme; vede volti sconvolti dal pianto, vede paure, vede desolati silenzi, ore vuote come vecchie case a chiedersi se la vita è davvero questa, vede l'ombra che cala sugli uomini e loro, spauriti, non ne sanno il perché.
Vede sguardi, colpevolezze, presenze; vede specchi bianchi che riflettono, nella disumana immobilità della morte, corpi esanimi, che via via impallidiscono, man mano che le loro vene, recise ai polsi, si svuotano.
Vede il dolore che si sprigiona delle guerre, delle carestie, dal domani, dall'amore.
Vede tutto questo, e non ne è mai sazio; si pasce di ciò che il mondo gli offre, rimanendo a volte quasi sorpreso da ciò che scopre, come se nemmeno lui in fondo se lo aspettasse.
Lui è Dio.
Il Dio della morte, venuto ad estirpare il mondo dall'Universo e a cancellarne ogni memoria: il Vendicatore che giunge come ladro nella notte, come tuono improvviso, come lama nel buio.
È venuto a distruggere il mondo, a ripulire l'infinito spazio che è nella sua mente da questo aborto, da questo errore, da questo sogno malfermo; non merita di esistere, e lui lo sa.
Lo sa con la certezza e la fermezza che solo Dio può immaginare. Lo sa ed odia il mondo, grossa macchia scura nel candore della sua perfezione.
La sua volontà, ormai assurta, come grande uccello che dispiega le ali, a vette eccelse, crea con il proprio esercizio la necessità: vuole distruggerlo, e perciò deve farlo.
Dio allunga la sua grande e forte mano verso il mondo, che intanto non si è nemmeno mosso.

 

Il bambino accartoccia lentamente il grande foglio di carta, incontrando la sua piccola mano sempre meno resistenza; con lentezza, si direbbe con metodo, lo appallottola sempre più stretto, lo chiude, lo soffoca.
Lo lascia cadere: la carta, liberata dalla morsa che la stringeva fino ad un attimo prima, ha un moto di distensione, i lembi più esterni aprendosi impercettibilmente e lasciando vedere, in un angolo, uno spazio azzurro, di intensità ora minore ora più intensa, ed una porzione, più piccola, di colore marrone (anche qui però la tinta sfuma, avvicinandosi al giallo in certi punti e cedendo addirittura ad un acceso verde in altri). Poco più discosta da questi colori, sta una zona, squadrata e racchiusa da una linea nera, di colore bianco, sulla quale sono stampate alcune parole, di cui si riescono a leggere solo le ultime lettere: "ante", "grafico" e "diale"; poco sotto queste lettere, le misure di una scala di conversione uno a dieci milioni.
Il bambino, dopo avere fissato con occhi ancora assenti la scena, batte con forza il palmo della mano sul cartoccio, mandando sonori schiocchi sul pavimento di legno, schiocchi che fanno da secco ritmo alla sua fresca risata, che inizia a spandersi attorno.
Dolce e bellissimo è il sorriso che allora compare sul volto della madre, che seduta poco distante lo osserva già da qualche minuto: "Guarda come gioca, il mio amore. Guarda come è bello", pensa.

Marco Gorra