LA LAMPADA

(Racconto per il concorso "300 Parole Per Un Incubo", 2003 - edizione 2)

 

u questo aveva avuto ragione, il professore, prima che finisse morto con quel ferro piantato nel petto. Diceva che era tale e quale a quella di Aladino, la lampada magica di cui vi parlerò, con l'unica sostanziale differenza che i desideri non andavano pronunciati, ma pensati. Sosteneva che fosse pericolosa - lui lo sapeva bene! - e pretendeva che rinunciassi alla mia volontà di servirmene. Non ho potuto far altro che ucciderlo. Mi trovavo quindi con l'oggetto magico di fronte, pronta ad immaginare la mia immortalità, la mia ricchezza e il mondo.
Riascoltai in mente, mentre mi ci avvicinavo, le ultime parole del professore, prima che in uno scatto d'insofferenza gli piombassi addosso: "la nostra mente è incontrollabile - diceva -, non puoi scegliere il percorso dei tuoi pensieri, né prevedere o evitare inattese idee maligne! Rimetti a posto la lampada, nascondila come feci io tanti anni fa, finché sei in tempo!" A quel ricordo le mani ebbero un momento d'esitazione, ma sentivo il freddo del bronzo sulle dita e capii che dovevo agire, dovevo pensare al mio potere! Guardai i miei occhi assetati di vittoria riflessi sul metallo antico sorridere bramosi, poi un pensiero si formò nella testa e ancor prima di pronunciarlo in mente seppi che era stato esaudito. Questa efficienza mi insospettì. Guardai meglio quegli occhi sulla superficie incurvata della lampada, e non li riconobbi più. Non erano i miei.
Sghignazzavano liberi, sguinzagliati e senza che dicessi loro niente mi versarono negli occhi un cinico desiderio involontario che inevitabilmente colò nelle orecchie invisibili della lampada. Quel che successe dopo fu terribile, indescrivibile.
Il mondo finì nel modo più atroce, lasciando sopravvivere solo un Inferno, enorme, spietato, le cui pene si moltiplicavano per adattarsi a quella sovrappopolazione colossale che, per motivi che ignoro, desiderai.

Sebastian Comelli

 

Giovane aspirante musicista e/o scrittore.