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(Racconto per il concorso "300 Parole Per Un Incubo", 2003 - edizione 2)

 

“Hai fatto un capolavoro Mike”
“Parli della -roba- o della zucca?”
“Di entrambe, sei un vero artista, dico sul serio”
“Grazie”
“L’ho sempre detto io che ti sottovalutano”
“Già”
“La gente è ingiusta con te. Non avrebbero dovuto sbatterti fuori da scuola”
“Capita”
“Il preside è uno stronzo. Non hai fatto niente di male dico io. Il fatto è che difende sempre i ragazzini di prima come fossero figli suoi! Vecchio bastardo, era solo uno scherzo!
“Bastardo, sì”
“Mah… sono tutti dei gran… ehi, sono gia le dieci passate! E’ ora di fare un po’ di baldoria! Scherzetto/dolcetto!”
“Direi più scherzetto”
“Uh? Non dirmi che mi hai preparato un’altra delle tue sorprese!”
“Vedrai, ora va a metterti la maschera”

 

Sul davanzale, mentre i due ragazzi escono di casa, una vecchia candela logora lentamente la notte, illuminando flebile la cavità interna di un teschio ammantato di tenebre. Lucido, perfettamente liscio, dai riflessi argentati. Ombre vive guizzano veloci fuori da quelle orbite spalancate in un’espressione di eterno stupore, creando tutt’attorno una sorta di grottesco balletto di morte che durerà per tutta la notte, per tutta la lunga notte di Halloween.

Stefano Pradel