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IL PUNTO DI PARTENZA

 

veva voglia di pensare a qualcosa. A qualunque cosa, pur di avere dei pensieri da seguire, pur di potersi fermare un attimo, pur di mandare via quel senso angosciante e smanioso che lo aveva iniziato ad agitare.
Si sentiva come potrebbe sentirsi chi, realizzata in un istante la propria condizione e avuto pensiero del turbinoso nulla di cui le speranze sono fatte allora sgomento capisse, con la sussiegosa logicità che solo la verità possiede, che la vita è quello che è. E niente di più.
Gli era capitato per caso, inavvertitamente; quando se n'era accorto era già troppo tardi. La mente colpevolmente libera, per la prima volta aveva fatto caso al proprio respiro. Quasi sorpreso, inizialmente, dalla profondità meccanica ed allo stesso tempo così insondabilmente organica del petto, dal compiacente accompagnare la manovra del corpo intero, le spalle, i muscoli del collo, gli occhi.
Doveva pensare a qualcos'altro, ormai era una necessità fisica. Doveva dare tregua ai nervi, che piano si tendevano e facevano male, doveva smettere di consentire a se stesso di vedersi senza maschere e senza le meschine scuse che raccontiamo a noi stessi per convincerci di non avere, in fondo, sbagliato.
La cosa che lo terrorizzava di più era la casualità.
Le coincidenze. La desolante, fredda certezza del capire come tutte le cose, e soprattutto quelle più importanti, quelle che si dice segnino la vita delle persone, non accadano se non per un placido e beffardo incrocio di eventualità, dal caso a propria volta generate, e così indietro all'infinito. Coincidenze che diventano scelte, necessità, alle volte addirittura desideri. Coincidenze che inchiodano ad un percorso, e cosa ti sei lasciato indietro chissà.
Sudava, le gambe attraversate da un piccolo tremito, i pugni stretti al punto che le unghie quasi laceravano la carne dei palmi; teneva gli occhi chiusi, quasi con rabbia, e sussultava lievemente ad ogni respiro, come se il corpo si volesse ribellare alla volontà che gli imponeva di continuare a vivere.
Nonostante tutto, nonostante stesse iniziando a capire un bel po' di cose.
D'un tratto sbarrò gli occhi, si guardò intorno come a cercare una via d'uscita, iniziò a muovere lentamente la testa in avanti e indietro, lo sguardo continuando a vagare isterico da una parte all'altra.
Muoveva la testa in modo metodico, ritmico, avanti e indietro. Un ebete si sarebbe detto, ed infatti la mente stava lavorando a velocità pazzesca, accatastando immagini, rimpianti e ricordi con la maniacale perfezione che sola agita i pensieri dei pazzi.
Provava, provava disperatamente a pensare ad altro, ma non era possibile. Avesse vissuto altri cent'anni, nessuna cosa sarebbe più stata la stessa. Ormai aveva attraversato quel confine di cui gli uomini fortunati ignorano persino l'esistenza, quella sottile linea che divide la felicità dalla consapevolezza.
Aveva capito che nulla ha uno scopo, e, pertanto, un senso; aveva capito la vanità del correre dietro al vento, la dolce stoltezza del credere che esista un destino. Aveva capito, e basta.
Aveva capito, ed ora vedeva se stesso sotto un'altra luce, del tutto diversa. Vedeva il passato, e ne enumerava uno ad uno i momenti; ripercorreva con familiarità i ragionamenti, che allora erano stati talmente giusti da fargli sbagliare ogni cosa. Ricordava tutto.
Vedeva il presente, ci si perdeva dentro, conscio dell'irripetibilità di ogni istante, e di quello dopo, e di quello dopo ancora, e avanti per l'eternità, in fila ordinata, a rincorrersi l'un l'altro per non prendersi mai. Passavano i secondi, e non succedeva niente. Passavano i secondi, e nessuno glieli avrebbe ridati indietro.
Respiri veloci, secchi. Ormai la sorpresa non c'era nemmeno più. Aveva innescato il tutto, ed ora ne pagava le conseguenze, non potendosi sottrarre al procedere della mente, che, folle sovrana di se stessa, così gioiosamente si distruggeva.
Vedeva il futuro; vedeva gli anni, i giorni, le ore. Ore lunghe come mesi, interminabili minuti passati a tifare per la lancetta dei secondi, cinquantotto, cinquantanove, sessanta, e via dall'inizio ancora una volta. Stagioni che si trascinano una dopo l'altra, mattina e sera e poi di nuovo mattina come fosse una condanna, il sole che si riflette sempre uguale sulla facciata del palazzo di fronte e là dentro chissà quante persone, quante vite, quante finestre illuminate nei palazzi bui, la notte.
Un futuro nero, diverso ma sempre uguale, assurdo come solo il caso sa essere e non per questo meno affascinante, meno meritevole di essere, ad ogni modo, vissuto.
La vecchiaia. Capire che, a questo punto, tanto vale smettere anche di sperare. Aspettare, alle volte persino con impazienza che questa solitudine cessi una volta per tutte.
Vide tutto questo.
Vide con gli occhi della mente; vide, con straordinaria chiarezza, tutto quello che lo aspettava.
Era troppo.
Non ce la faceva. Non sapeva come avessero fatto gli altri, ma lui, ora che aveva capito, non ce la faceva. Non ce l'avrebbe mai fatta.
Strinse le mani tremanti attorno alla corda, sfiorò con un dito il grosso cappio, e rabbrividì. Strinse forte la corda, quasi ci si aggrappò.
Tese i muscoli fino allo spasimo, lottando contro la propria volontà. Non ce la faceva, e perciò questa era l'unica cosa ragionevole da fare. Aveva capito tutto, e il peso della rivelazione era troppo forte per le sue spalle. Non ce la faceva.
Le ginocchia molli, inspirò profondamente, scosse un po' le spalle poi, apparentemente senza nessuna fretta, sfilò la testa dal cappio.
Un piede dopo l'altro, scese dalla sedia, e ci si accasciò sopra, respirando affannosamente, la fronte rigata dal sudore.
Non ce la faceva.
Aveva capito che cosa davvero ha il mondo da offrire agli uomini che brevemente vi soggiornano.
E la vera condanna per averlo capito era una sola.
Staccò la corda che, delusa, pendeva dal soffitto, e la scagliò via.
Sorrise.
Aveva tutto l'avvenire davanti.

Marco Gorra