LUOGO DI PIOGGIA

 

u questo prato, sdraiato, inebriato dal profumo pressante dell’erba primaverile, risposo. Questo dolce prato dei giochi d’infanzia e delle memorie felici. E il ricordo vaga, timido, tra questi steli che si stagliano netti sulle ombre danzanti nell’orizzonte più basso. I miei occhi sono smarriti, nomadi in questo cielo eterno e immobile, cupo e nero nei riflessi lasciati dal sole di mezzanotte. È gioia quella che provo, amore e comprensione, mi sento unito al mondo come l’infante che viene accecato per la prima volta dalla luce. Osservo silenzioso e pensante l’antico percorso scavato tra la polvere brillante di quelle stelle, istantanee di un eternità che forse, ci attende in qualche luogo lassù, tra di esse. Poco costa a noi uomini una simile illusione, se non mille quesiti, che soffocano la nostra anima e la nostra ragione, accompagnandole per tutta la durata del nostro breve e triste cammino come una miriade di parassiti che si nutrono del nostro cervello. Vermi e sanguisughe, che incrinano ogni giorno di più il fragile vetro con cui è stata fusa la nostra ragione costringendoci a silenziosi pianti durante le ore notturne, quando la quiete regna sovrana lasciandoci coi nostri pensieri più nascosti. Ma dinanzi ad uno spettacolo così grandioso, triste sarebbe sentire il proprio cuore vuoto, e d’incanto ogni dubbio svanisce senza lasciare traccia. E’ in un momento come quello che sto vivendo che le porte che conducono al nostro intelletto e al nostro cuore si spalancano, facendo sentire l’uomo finalmente vivo. Ma nonostante la mia mente sia in parte già riunita con i nostri Antenati lassù, il mio corpo è ancora incatenato qui, su questo prato, immerso nell’erba umida della sera.
D’improvviso l’aria cambia, si fa più densa e soffocante, tenta forse di avvisarmi della minaccia incombente, distogliendomi dal mio profondo e astratto meditare.
La tempesta è lontana, nascosta dietro la linea sottile e frastagliata dell’orizzonte, confinata al di là delle montagne, imponenti e silenziose, ricoperte da boschi di sottile smeraldo. Essa preme, raschia e scava, al fine di aprirsi un passaggio che le permetta di arrivare qui e colpire a tradimento le case dei dormienti per porre fine al proprio esilio.
Ecco, ora vedo le nubi nere, più nere della notte stessa, cavalcare come demoni il vento impazzito e farsi avanti con passo deciso e sicuro, oltrepassando la fragile barriera dei monti e ricoprendo con il loro manto vischioso la distesa stellata e luminescente che sembra infinita nella sua bellezza ultraterrena. Divorano voracemente ogni più piccolo spazio dell’universo grandioso e splendende che si staglia sopra i miei occhi mortali, lasciando dietro di esse solo tenebra e angoscia. Il Vuoto.
La Visione è perduta nel turbinare minaccioso dell’aria là, nei luoghi alti, e prima che io possa rendermene conto il cielo si squarcia per opera delle nubi ostili tra lampi violacei e tuoni penetranti, riversandomi addosso tutto il suo odio e la sua furia.
La pioggia mi colpisce, stordisce, affligge in queste sue piccole goccie di vetro, perfette e taglienti che con il loro carico di disprezzo, cancellano ogni mia speranza lavando con crudeltà la mia coscienza, violentando le mie convinzioni, stracciando la mia fede in minuscoli pezzetti rapiti dal turbinio della tempesta. La Natura mi ripudia, e questo prato un tempo amico si trasforma in breve in un fitto letto di laceranti spine color ebano. Non ci sono fresche e fragili rose da difendere ma solo la volontà di ferire e nustrirsi di un figlio ormai non considerato più come tale. L’acqua stessa, fonte di ogni vita, colpisce duramente il terreno creando strappi in ogni dove, lacerando e sfregiando la Madre Terra. Non posso fermarmi oltre, non sono più un ospite gradito, lo capisco. Mi stringo nei vestiti fradici per evitare l’abbraccio gelido di quest’aria divenuta priva di vita e corro in cerca di un riparo, abbandandonando questo letto di rovi che mi tenta con un sonno che risulterebbe fatale e popolato da visioni d’incubo.
Solo una domanda si fa strada nel mio cuore: di quale grave colpa mi sono macchiato per meritare un così duro castigo?
(Io, o noi.)
La risposta è qua attorno, nell’aria che respiro, forse, o nelle azioni che ho commesso, non posso saperlo.
E mentre fuggo, scorgo delle sagome grigie danzare un ballo dimenticato, proprio lì su quel prato, e cantare in una lingua sconosciuta e armoniosa. Ma la distanza inganna la vista e il boato dei tuoni tradisce l’udito.
Non so se questo capanno di legno potrà resistere alla collera e allo scempio degli elementi avversi ma da qui, mentre altre goccie bagnano lentamente il mio viso, realizzo come ogni illusione sia svanita in questo luogo di pioggia.

Stefano Pradel