QUIETE MORTALE

 

"Televendite? A quest'ora ci doveva essere Crime City! Non pago certo il fottuto canone per certe schifezze!!!"
Simon aveva i nervi a fior di pelle, non tanto per la mancata trasmissione del suo telefilm preferito, ma per l'ormai incalcolabile periodo di sonno arretrato che andava accumulando giorno per giorno, o meglio notte per notte.
Si alzò barcollando dal divano, sudato fradicio, pensò che mai in tutta la sua vita aveva avuto così tanto caldo. E così tanto bisogno di una birra.
Si avviò verso la sala da pranzo, uno stanzino che permetteva a malapena la compresenza di un vano cucina e il frigorifero.
"Ci sono tutte le porte e le finestre aperte e non un filo d'aria! Se adesso non c'è nemmeno una fottutissima birra ghiacciata, giuro che impazzisco!".
Aprì con estrema cautela lo sportello del frigorifero, quasi avesse paura di non trovarla, pur essendo pienamente conscio del fatto che il giorno prima ne aveva comprate ben tre confezioni da sei.
Infatti eccone lì una pronta al consumo, e pure ghiacciata.
Simon strappò con avidità la linguetta dalla lattina con una trazione tale che rovesciò parte del contenuto sulla sua già lurida maglietta.
Dopo qualche minuto di imprecazioni, si scolò d'un fiato ciò che ne rimaneva e tornò a sdraiarsi sul divano a guardare la tv.
Con il telecomando fece apparire sullo schermo l'orologio digitale, proprio sopra la testa dell'infaticabile uomo che da un'ora a quella parte stava tentando di convincere qualche pollo nottambulo a comprare dei tappeti persiani.
Erano le due e undici.
Con un lungo sbadiglio, Simon iniziò a sentirsi veramente stanco, i suoi occhi non riuscivano più a fissare quella insulsa serie di immagini sparate sullo schermo del televisore e, dopo un periodo di tempo che gli era parsa un'eternità, forse era finalmente giunto il momento di dormire…
No.
Quella dolce sensazione di tepore statico, si era trasformata in uno scatto nervoso che catapultò Simon giù dal divano.
"CHE COS'E'? CHE COSA DIAVOLO E'? UNA BUONA VOLTA CHE MI STO PER ADDORMENTARE!"
Seppur con indicibile fatica, si diresse con le poche forze che gli rimanevano in corpo verso la fonte del rumore che lo aveva svegliato e più si avvicinava, più si trasformava in un terribile e lancinante ululato, non sapeva nemmeno lui cosa fosse, eppure gli perforava la mente con una forza tale da farlo quasi urlare. Si trattenne dal farlo.
Entrò in una piccola stanza e, improvvisamente, si trovò di fronte alla causa del suo problema.
Il piccolo Gabriel, suo figlio nato dalla relazione con la sua ex-moglie Darma, si stava dimenando atrocemente nel suo lettino, come se fosse posseduto da qualche misteriosa entità, e quel rumore che tanto opprimeva Simon altro non erano che i suoi gemiti di terrore.
Si avvicinò per cercare di tranquillizzarlo.
"Gabriel, Gabriel, svegliati piccolo mio, è solo un incubo, uno stupido in…"
Il fiato gli si troncò in gola e un brivido gelido gli percosse la spina dorsale.
Il braccio di Gabriel gli si era avvinghiato con una forza straordinaria attorno al collo e in un attimo si era ritrovato un piccolo viso impaurito a pochi centimetri dal suo, con gli occhi spalancati dalla paura.
"Papà, papà, ho fatto un sogno orribile! Ho sognato che tu…"
"Sssssssst, stai buono, ora è tutto passato, non ti devi preoccupare, ci sono qui io, però adesso dormi che il tuo papà ha tanto bisogno di dormire e se fai il bravo domani ti porto in un bel posto, ok?"
"Davvero??? Dove, dove?"
"E' una sorpresa! E ora dormi, intesi?
"Va bene…"
Gabriel si riaddormentò con un gran sorriso stampato sulle labbra mentre Simon dovette trascinarsi fino al suo divano-letto.
Quando si distese era convinto del fatto che in quel momento niente e nessuno avrebbe potuto impedirgli di dormire, neanche se tutte le trombe del giorno del giudizio avessero soffiato le loro terribili note nelle sue orecchie.
E invece no.
Ritrovandosi in uno stato di inquieta dormiveglia, sentì di nuovo quei gemiti, solo molto più intensi. Il dolore che gli provocavano era insopportabile.
Iniziò ad urlare.
I vicini il giorno dopo avrebbero dichiarato alla polizia di aver sentito delle urla che niente avevano di umano provenire dalla casa di Simon.
Quando finirono le urla, le sue e quei gemiti, aprì gli occhi e si trovò di fronte a qualcosa che non seppe spiegarsi.
Era in mezzo ad una stanza, c'era del sangue ovunque, pupazzi grondavano il vermiglio liquido tutt'intorno al corpo esanime di Gabriel, immerso nelle sue stesse interiora, il sorriso di prima mutato in un ultimo grido di morte.
Guardandosi la mano, Simon riuscì ad intravedere nella penombra che stava impugnando un coltello da cucina, quello che aveva utilizzato il giorno stesso per tagliare il pesce che tanto piaceva a Gabriel.
Guardò attraverso il vetro rossastro dell'orologio sul comodino.
Erano le cinque e trentasei.
Per l'ultima volta percorse il corridoio fino al divano.
La tv emetteva una debole immagine statica, migliaia di particelle grigie si rincorrevano sullo schermo come larve di mosca impazzite a banchettare su un cadavere abnorme.
Non un respiro, non un suono fendeva l'aria fattasi gelida, nemmeno i grilli emettevano più il loro melanconico stridio.
E prima di cadere a terra in un sonno profondissimo, Simon versò innumerevoli lacrime dai suoi occhi gonfi e stanchi.
Lacrime di gioia.

Andrea Vizzolini