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L'UOMO CHE IGNORAVA IL MALE

 

l tramonto è ormai vicino.
Una stretta stradina taglia, simile a lunga e sinuosa biscia, la monotonia dei campi coltivati, la sua flessuosa scia bruna risaltando nettamente tra i contorni geometrici dei campi che le fanno ala.
Il canto dei grilli, in quei giorni d'estate sottofondo fisso della giornata, va lievemente affievolendosi: scema senza fretta, perde di potenza ma non di intensità, da chiassoso lamento diventando sommesso canto di addio.
I contorni dei bassi monti che chiudono la vallata si fanno di minuto in minuto più gravi e netti; come se la brillantezza riflessa del sole che li abbandona portasse via con sé dal monte, con l'effimera promessa di renderla al tornare del sole, la sua vita stessa, il primo anelito, quella cosa che popoli antichi e pagani addirittura chiamavano anima.
I neri fili di fumo che si alzano pigri da qualche isolato comignolo si stagliano netti contro il cielo che, illuminato dagli ultimi raggi ormai rossi del sole morente, assume quella impareggiabile tinta a metà tra il turchese e il viola, restituendo a noi che, illudendoci di vivere, stiamo a guardarlo, quel senso di tranquillità e calma che deve regnare in quegli spazi freddi ed infiniti.
Chi è che viene adesso lungo la stradina? Chi sarà mai quella sagoma scura che avanza a passo spedito sui bruni ciottoli del viottolo?
Data la lunga distanza che ci separa da essa, non la possiamo distinguere chiaramente; possiamo solo intuire che ha indosso una lunga veste scura. Nera, si direbbe.
Avanza, quella figura, veloce e sicura, la sua sgraziata macchia nera muovendosi solitaria nel mare giallognolo dei campi: sembra conoscere bene il luogo, ed avanza rapida, come se sapesse già con esattezza dove dirigersi.
Quella figura che avanza tanto affrettata altri non è se non la Morte stessa.
La Morte, la figura ammantata di nero che si dice porti con sé una falce per recidere le anime di chi è destinato a viaggiare con lei; la Morte, colei alla quale nessun popolo è stato in grado di immaginare un volto, forse perché impossibile, o forse perché fin troppo umano.
È la Morte, e si trova nei paraggi per compiere un lavoro. Niente di straordinario, per carità, ordinaria amministrazione, anche se per faccende del genere il termine ordinario è un po' fuori luogo.
È da poco scesa la sera quando la Morte, giunta in prossimità di una cascina isolata, si guarda attorno con discrezione e poi bussa lieve tre volte sulla porta.
Annunciato da un rumore di passi strascicati, giunge ad aprire l'uscio un uomo: non è troppo anziano, avrà cinquant'anni o poco più. La figura è alta ed imponente, resa semmai ancora più autoritaria dalle striature di bianco che attraversano i capelli ricci e forti.
Sulla prime l'uomo è incredulo, sembra non realizzare nemmeno l'accaduto; poi, resosi conto dell'evidenza dei fatti (e dire che la Morte in tutto questo non ha detto una parola, limitandosi a restarsene ferma impalata là dove si trova), si fa da parte sconsolato.
"Non credo di avere altra scelta se non di farti accomodare" dice con voce bassa ed amara.
La Morte fa così il suo ingresso nella casa dell'uomo: è piccola ma accogliente, anche se un po' fredda. Niente lussi, ci mancherebbe, ma non è una baracca.
L'uomo, ancora fortemente scosso, è fermo di fianco alla porta, che ha richiuso dopo il passaggio della Morte, e guarda stranito la sua inattesa ospite aggirarsi per la stanza, sempre senza proferire verbo.
L'uomo si chiama Gaspare; contadino, ha sempre vissuto solo in quella cascina dopo la morte dei genitori, intervenuta quando lui non aveva nemmeno vent'anni. Nel borgo tutti dicono bene di lui, tanto schivo, questo sì, ma anche tanto perbene e simpatico nelle rare volte in cui si concede al pubblico.
Particolarmente apprezzato è il suo impegno nelle attività della parrocchia: don Tavani, il vecchio prevosto, non si ricorda nemmeno un sagrestano che fosse stato solerte ed attivo come quell'infaticabile mezzadro che presta la propria opera in chiesa e in canonica solo quando il lavoro glielo permette.
Vive così quest'uomo, tutto chiesa e lavoro; tutti gli vogliono bene ed a tutti vuole bene lui, come se non potesse concepire altro modo di vivere il mondo. Sarà perché non è una cima, malignano i più cinici, svuotati da dentro di ogni poesia e di ogni sorriso.
Eppure non si sbagliano di grosso, questi biechi individui. Sì perché Gaspare non conosce il male.
O meglio, lo ignora fino al punto di non averci mai a che fare. E, si sa, se con una cosa si perde la consuetudine, si fa in fretta a dimenticarla.
Prodigio dell'umana mente, il cervello di Gaspare, devastato dal dolore in seguito alla perdita dei genitori schiantatisi con la macchina mentre andavano in città, decise un giorno, con la saldezza e la risolutezza che solo l'inconscio sa imporre, di tenersi alla larga da tutto ciò che fosse riconducibile al pensiero del male.
Non che Gaspare ignori l'esistenza e la possibilità del male, solo gli nega oggettività, salvando così se stesso sia dall'impossibilità di non riconoscere le cose negative sia dal terrificante pensiero che queste cose possano essere dannose di per sé.
Il ragionamento, logicamente inattaccabile, di Gaspare è il seguente. Se accade qualcosa che io sento come cattiva, non è detto che lo debba necessariamente essere: può esserlo solo per me, ed essere invece motivo di gioia per altri, o ancora può non esserlo nemmeno per me, perché alla lunga può addirittura tramutarsi in vantaggio.
Il male, ha sempre concluso quest'uomo, è una questione di interpretazione e di situazioni. Un temporale è una seccatura se stai al mare in vacanza, ma per i campi che non vedono acqua da tre giorni è una mano santa, ama citare come esempio quando ne discute con i parrocchiani.
Trascorre così la sua vita, novello Adamo che non conosce peccato, ed ama intensamente e con gioia quasi fisica tutti i suoi simili, sentendoli puri e simili a lui.
E stasera è stato visitato dalla Morte.
"Vieni, siediti qui, davanti a me" lo invita lei. La sua voce, a dispetto di quanto ci si possa aspettare, non è assolutamente sgradevole; anzi, il suo tono basso e caldo è rassicurante, confidenziale.
Gaspare si avvicina lentamente e si lascia cadere su un vecchio divano marrone, fissando intensamente il cappuccio della sua visitatrice, là dove si dovrebbe trovare il volto, ammesso poi che ci sia, si capisce.
"Così, ora mi tocca morire, giusto?" chiede finalmente, dopo alcuni istanti di infinito e lacero silenzio.
"E' probabile - risponde la Morte, salvo poi chiedere di nuovo con fare incalzante - Ma dimmi, non ti dispiace?"
Gaspare è inizialmente colpito da quella domanda. Anche se può sembrare strano, non si è minimamente posto il problema. Certo, morire non fa piacere a nessuno, figuriamoci quanto ne può a fare a chi è contentissimo di vivere. Eppure Gaspare non prova dolore al pensiero della sua imminente fine, si sente parte di un piano universale in cui anche il suo ruolo sia stato definito nei minimi dettagli e a cui sia sbagliato prima che inutile rivoltarsi.
Si deve morire? Si faccia, un motivo più che valido ci sarà. Ci deve essere.
Per questo motivo, dopo una breve riflessione alza gli occhi e, con noncuranza risponde: "Se devo essere sincero no, almeno non quanto ci si possa aspettare".
Il tono della Morte ora è più mellifluo, quasi beffardo, come se si stesse intimamente compiacendo della risposta di Gaspare, come se quella risposta del tutto spontanea e sincera fosse stata il necessario punto di partenza di una qualche argomentazione che tiene molto a sollevare.
"E, dimmi - fa allora - come mai?"
La risposta per Gaspare è facile, allenato com'è a discutere questi argomenti. "Semplicemente perché non posso farci niente; qualcuno, e io penso di sapere chi - aggiunge con un sorriso - ha deciso così, ed avrà anche le sue ragioni che a noi non è dato sapere. Ad ogni modo, se è stato deciso vuol dire che serviva. È chiaro che non mi fa piacere, ci mancherebbe, eppure, se va fatto…" non termina la frase, come per dare maggior risalto alla logica conclusione implicita nella sospensione.
La Morte adesso appare interessata alla discussione, e incalza con foga l'uomo: "Già - dice - perché come hai detto tu, se l'hanno deciso allora deve essere giusto, e non c'è verso che non lo sia. Ho capito bene?"
"Alla perfezione - risponde Gaspare - D'altra parte anche per noi uomini funziona pressappoco così: se l'uomo conosce il bene, non può che farlo, e se fa il male è solo perché si inganna e pensa che sia bene. Questo lo ha detto un certo Socrate, una specie di capoccione degli antichi romani o qualcosa del genere. Me lo ha detto don Tavani, e lui ha pure studiato, quindi…"
Ancora una volta tronca la frase, quasi volesse costruire la propria supremazia nel dialogo attraverso le ovvietà celate dai propri silenzi.
"Già, è vero - replica la Morte con condiscendenza - tu sei quello che dice che il male non esiste, quasi me lo dimenticavo… ad ogni modo, dimmi, dimmi, sei così sicuro di quello che dici? Attento, come affermazione mi sembra un po' forte…".
È ora la Morte a dimostrarsi beffarda e tronfia: parla con tono dolce e disponibile, come si fa a volte con i bambini quando cerchiamo di convincerli, col più ipocrita dei sorrisi stampato in faccia, che quello che fanno è sbagliato e che non lo devono mai più tentare.
Sorridendo tra sé e sé ascolta la nuova, fiera, professione di fede di Gaspare che si dichiara convinto, e lo è, della unica presenza del bene come senso delle umane vicende. Lo ascolta e quasi gli fa compassione.
"Non è così" lo interrompe, brusca, la voce d'improvviso fattasi nera e sabbiosa, "Ascoltami bene: il male, e mi dispiace molto per te, esiste. Eccome se esiste".
Detto questo allunga la mano inguantata di nero a toccare il delicato fiore di una piantina posta sotto la finestra; appena lo sfiora i petali bianchi lentamente si contorcono, avvizziscono, esalano nel profumo la vita, ricadendo inerti e bruciati sullo stelo, anch'esso morto e nero.
"Hai visto quanto è facile? - riprende la Morte con tono di scherno - trovamelo adesso un senso, un motivo. Il male, mio povero uomo, esiste da che esiste l'uomo. È nato assieme al bene e con lui morirà, quando anche l'ultimo della tua stirpe chiuderà per sempre gli occhi ed io andrò finalmente a riposo. Il male è il bene, ed il bene è il male. Sono fatti dello stesso soffio e l'uno si definisce ed esiste nell'altro e viceversa. Senza male non conosceresti il bene, così come senza notte non conosceresti il giorno".
Gaspare è incredulo, gli occhi fissi sulla pianta, il cui fiore è ora caduto dallo stelo e si macera confondendosi con la bruna terra del vaso.
"Ma non sei convinto, non vuoi sentirne proprio parlare del male e di tutte queste cattiverie gratuite che non possono esistere perché non servono, perché non hanno nessun senso - la Morte sembra quasi rassegnata - allora vieni a me e guarda".
Gaspare avanza lentamente, come in sogno e si fa dappresso al nero manto della Morte; appoggia la mano sinistra sulla sua spalla, e rabbrividisce al contatto col panno, ruvido e indicibilmente freddo, del mantello.
"Ora guarda", lo invita la morte, la voce ridotta ad un bisbiglio.
Le pareti della stanza svaniscono lentamente, dapprima quelle di fondo, più scure ed indistinte nella penombra, e dopo quelle più vicine, su cui il chiarore lento del camino si distende e danza. Ora Gaspare vede la campagna, alla mattina presto; fra gli alberi c'è una piccola strada asfaltata a due corsie, la linea di mezzeria bianca e lucida come se fosse stata dipinta il giorno prima. A lato della corsia di destra, riparato dal sole sotto un albero, sta un uomo.
Sulla strada transitano pochi veicoli, qualche furgone passa ogni tanto, sobbalzando lievemente quando il conducente scala la marcia. Passato qualche minuto si avvicina una macchina dalla corsia opposta.
È una piccola giardinetta bianca, ed avanza senza fretta sulla strada, diretta si direbbe in città. Man mano che la macchina si avvicina Gaspare si sente più a disagio, anche se sulle prime non saprebbe spiegare il motivo di tanta inquietudine. La Morte, che lo sa, non pronuncia verbo e continua ad assistere alla scena.
La macchina decelera, fino ad accostarsi all'albero sotto cui, la mano chiusa lasciando spuntare l'inconfondibile pollice da autostoppista in cerca di passaggio, sta immobile l'uomo.
Gaspare manda un sibilo. Ha riconosciuto la macchina. È quella dei suoi genitori.
La scena che segue è agghiacciante. In una serie di lucidissimi flash Gaspare la vede tutta dinnanzi ai propri occhi: l'autostoppista che, una volta caricato, si gira di scatto e taglia la gola alla madre di Gaspare, che si era spostata di dietro per lasciare il posto davanti all'inaspettato passeggero, e che, un momento dopo, si accanisce con lo stesso affilato coltello sul padre, le cui urla e i cui tentativi di resistere si rivelano ben presto tragicamente vani. Pochi minuti dopo l'uomo, svuotate le tasche del padre di Gaspare (che si recava in città per concludere alcuni affari, ed aveva con sé una forte somma di denaro), si dileguava nel vicino bosco, per non essere mai più rivisto da quelle parti.
La scena si sposta; si vedono le vecchie zie, sorelle del padre, che, vestite a lutto, confabulano tra di loro. Gaspare con orrore le sente dirsi che è meglio che il ragazzo, sensibile com'è, non sappia mai la verità sulla fine dei suoi e che creda per tutta la vita alla storia dell'incidente.
Il ritorno alla realtà di Gaspare è traumatico: respira affannosamente, gli occhi viaggiando velocissimi sulle pareti, tornate quelle di pochi minuti prima, fino a fissarsi sulla Morte.
"Cosa significa tutto questo?" chiede, la voce bassa e tremante.
"Nient'altro che quello che cercavo di dirti poc'anzi - lo rimbrotta la Morte, quasi celiando - ossia che il male, come cieca e gratuita negazione della possibilità del bene, esiste ed è sempre esistito. Mi sembra che essere a parte di questa elementare verità sia necessario per ogni uomo. Tutto qua".
L'uomo, incredulo, la fissa ancora, ma ora con una luce diversa negli occhi. La luce della sconfitta, amara ed immensa; le palpebre si abbassano piano, il corpo trema, la mente vacilla mentre scopre di essere stata per una vita serva di una fangosa menzogna, di un flebile paravento costruito per impedirsi di soffrire.
Gaspare, incerto sulle gambe, si avvicina nuovamente alla Morte, ombra dell'uomo che fu e con voce dura ma allo stesso tempo incerta le chiede: "Adesso andiamo. Ora non ho davvero più nulla da fare qui".
"Andare? Andare dove?" il tono della morte ora è crudele e beffardo "Chi ha parlato di andare, scusa? Io non ti prenderò né oggi, piccolo uomo, né mai. Vivrai in eterno, e in eterno contemplerai la presenza ed il potere del male nel mondo, e ricorderai per ogni giorno della tua infinita esistenza che il male è ovunque, e che nascondersi dietro un dito per non avere a che fare con lui, non importa se da alleato o da avversario, non serve".
Mentre Gaspare, ormai sconfitto del tutto, si accascia singhiozzando a terra, la Morte, augurata la buonanotte, prende la via della porta, e lentamente si dissolve nel nero della notte.
Quando Gaspare, rialzatosi a fatica, esce tremante fuori della porta, della nera visitatrice non c'è più traccia; a est nasce il sole, salutato dal festoso suono delle campane.
Ding dong, fanno.

Marco Gorra