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PRIGIONIERO

(Racconto per il concorso "300 Parole Per Un Incubo", 2003)

 

hiudo gli occhi. Non resta più nulla da vedere ormai. Solo ombre vuote, vaghe e sfuggenti nella nebbia che mi circonda da tanto, troppo tempo.
Le pareti si stringono ogni giorno di più, soffocandomi, schiacciandomi, condannandomi all'oblio più nero. Ho perso il ricordo di ciò che ero e di come sia potuto finire prigioniero qui, in questo luogo irreale e dimenticato. Mi chiedo solo di quale orrendo crimine io mi sia macchiato per dover sopportare una così crudele punizione. Non importa, sento che il tempo della libertà e delle risposte è vicino, ora più che mai.
Posso ancora sopportare quest'aria calda e corrotta che ad ogni respiro riempie come un veleno i miei polmoni ma non posso resistere ai languidi sospiri e ai sottili bisbigli di queste mura. Parlano una lingua antica e perduta che, con i suoi suoni striduli, mi riempie di terrore. E questo cuore che pulsa, oltre i confini della mia dimora, pesante ed inarrestabile, popola con il suo ritmo gli incubi che vivo in questa notte perpetua.
Il buio ricopre ogni speranza con il suo strato spesso e coriaceo ma non m'impedisce comunque di sentire lo strascichio sempre più forte della luce che, impaziente, si agita là fuori, cercando un varco per entrare.
Pochi secondi. Ed ogni cosa trasfigura.
Uno spiraglio si apre lento sopra i miei occhi, la luce stessa della creazione irrompe prepotente in quella minuscola crepa, accecandomi.
Per un istante comprendo il significato profondo delle cose. Tutto mi è chiaro. La conoscenza mi riempie totalmente, spingendomi a desiderare di rimanere sospeso in eterno in questo stato di completezza assoluta.
Questo non mi è concesso, lo so. E varcata quella soglia il sapere sarà smarrito per sempre.
Dico addio alla mia prigione, è tempo di nascere.

Stefano Pradel