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FABULA

(Racconto per il concorso "300 Parole Per Un Incubo", 2003)

 

l vegliardo aveva ricordi indistinti: gli pareva, soltanto, che qualcuno gli avesse suggerito l’esistenza d’un anelito, gentile come Carezza di Madre, che venisse chiamato Vita.
Forse fu un Saggio, o un Predicatore, a narrargli questa leggenda, ma egli non era veramente convinto, poiché non è raro incontrare Falsi Profeti lungo il Cammino, e poi lui misconosceva il significato di quella parola: Cammino. Forse era correlata con Vita, oppure era una sorta di Miraggio, come quei fenomeni che appaiono nel deserto a chi, assetato, smarrisce il senno e che un tempo, qualcuno, definiva Visioni. Probabilmente si stava sbagliando.
Era facile sbagliarsi, per l’uomo, giacché il Tempo è Predatore e divora i pensieri.
Gli venne tuttavia svelato
(chissà se dallo stesso Maestro?)
che alla Vita sarebbe seguita una Notte, entro la quale cullarsi, e che questa tenebra aveva il nome di Morte. L’uomo l’aveva cercata, ma Lei non amava esser seguita: «Hai smarrito la strada – gli disse – sei vecchio persino per me», così non lo volle, neppure ad esser pagata, e aggiunse: «È la Vita la vera Cortigiana», ma il vegliardo non capì: s’arrabbiò con l’Oracolo che gli aveva negato l’accesso ai Misteri di Vita e di Morte, e bestemmiando gli urlò: «Hai giocato con me!», ma non udì alcuna risposta.
Chi viene pagato per uccidere, non potrà pagare per morire; chi implora Morte, piangerà rifiutato.
È così che Giuda Iscariota fu condannato, e pur donando un bacio e trenta denari affinché Vita fuggisse, non venne esaudito: nell’amplesso d’un cappio, egli che un giorno tradì, è ora uomo ingannato.
Dal Campo di Sangue
(il Miraggio d’un disperato)
invocando «Un Inferno per la Collera; un Inferno per l’Orgoglio; un inferno per la Carezza. Un concerto d’Inferni», piuttosto del Nulla, egli ora sa che Vita e che Morte non sono la sorte peggiore.

Davide Vaccino