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CONSAPEVOLEZZA

 

Il Cielo non conosce forza paragonabile al
potere dell'amore trasformatosi in odio
                                (Anonimo)

 

el buio si vedeva appena. Al centro della vasta stanza vuota, ad eccezione di alcuni divani coperti da vecchi teli logori, come si fa quando si deve abbandonare una casa per lungo tempo, stava una figura su una sedia.
Quasi immobile stava; muoveva solo, di tanto in tanto, il braccio sinistro per portare alla bocca una sigaretta, la piccola punta di brace danzando nell'oscurità. Dalle pesanti persiane di legno che imprigionavano le alte finestre entrava, strozzata attraverso una piccola crepa, una sottile lama di luce; quando il fumo della sigaretta la incrociava sembrava distendercisi sopra, salendo in pigre volute e disegnando una lieve, impalpabile trama damascata nell'aria greve e stantia.
Fumava piano, quella figura; fumava con indolenza, quasi fosse lì, in quel luogo tetro e orfano di sole e di vita, solo per far passare il tempo nel modo più indolore possibile.
E davvero lo stato d'animo del fumatore non era dissimile da quello ora tratteggiato; se la solitaria lama di luce, che continuava, irrispettosa, a fendere il buio, avesse potuto attraversare anche il petto dell'uomo (là dove la poesia, con la sua dolce ostinazione, vuole che sia la sede dei nostri sentimenti) e permettere di sondarne i misteri, si sarebbe potuta vedere la disperazione più nera, la paura più irrazionale, il terrore più cieco.
Stava l'uomo sulla sedia, immobile nella penombra; finita la sigaretta, teneva ora le braccia conserte, strette sul petto. Non fosse stato per il lento, ritmico movimento del respiro, sarebbe potuto sembrare una statua, morta cosa tra gli oggetti immoti.
E pensare che appena un'ora prima (o erano passati anni? L'uomo non lo sapeva dire) era stato felice, baldanzoso e pieno di stupide, piccole, magnifiche speranze.
Aveva camminato per la strada, la testa alta a guardare negli occhi, come per sfidarlo, il futuro, sospeso, come spesso gli era accaduto di immaginarlo, sull'ultima linea dell'orizzonte, dove il cielo e le montagne si incontrano, ed i colori sfumano nella lontananza.
Aveva camminato, nel vestito nuovo comprato con gli ultimi soldi del suo magro stipendio, rimirandosi distrattamente nelle vetrine dei negozi; si era visto bello (e non lo era), giovane (e non lo era) e forte (e meno che mai lo era).
Andava da lei, dalla donna bellissima che aveva sognato per mesi, chiuso nella miseria della sua casupola, vergognandosi anche al solo pensiero, lui così meschino, di rivolgerle la parola; si contentava di sognarla ad occhi aperti la sera, sprofondato in una vecchia poltrona cigolante, gli occhi e la mente un po' annebbiati dal vino.
E come avrebbe potuto, ammettendo pure che riuscisse a sconfiggere la sua naturale timidezza, risultare interessante per lei? La vedeva ogni giorno (abitando lei nel palazzo di fronte alla sede della ditta in cui l'uomo prestava servizio come fattorino) così giovane, bella, due occhi perfetti nel taglio e nel colore; gli sembrava che solo avvicinandola, con la sua persona misera, sporca e malvestita, la avrebbe insozzata per sempre, macchiaccia nera e maleodorante su un velo bianco e lucido.
Era ormai diventata una specie di ossessione per lui: non pensava più ad altro, faceva in modo di entrare ed uscire dal posto di lavoro dalla porta sul retro (e rimanendo minuti e minuti fermo nell'androne, sperando di non incrociarla, quando era costretto a servirsi dell'ingresso principale), temendo che lei lo vedesse e provasse pena per lui.
Piano piano, compiendo bestiali violenze su se stesso, lui così schivo e discreto aveva imparato, non dico ad amarsi, ma almeno ad accettarsi: lunghe ore davanti allo sporco specchio dell'anticamera a drizzare le spalle, a muovere le mani come aveva visto fare ai potenti dirigenti dell'azienda; interminabili, misere cene solitarie passate a far risuonare la voce gracchiante nella cucina vuota, provando senza posa intonazioni, pause e, nelle intenzioni, arguti motti di spirito.
E ancora infiniti tragitti dalla porta di casa al bagno e ritorno provando a trasformare il suo goffo incespicare in una camminata autoritaria e sicura, i tacchi mandando ovattati rumori sul pavimento, estenuanti pose davanti allo specchietto che usava per radersi alla ricerca di un sorriso che risultasse al contempo fascinoso ed evitasse di mettere troppo in mostra la dentatura, ingiallita e un po' sconnessa.
Erano durate un tempo immenso queste umilianti pratiche solipsistiche, finché aveva ritenuto giunto il momento di incontrarla per caso e di fare colpo su di lei con i suoi nuovi modi irresistibili (era questo il puerile, commovente piano che aveva escogitato): indossato con ogni cura il costoso vestito nuovo, rimiratosi nello specchio per quasi mezz'ora, era uscito di casa.
Si era diretto verso la grande via dove lei abitava; comprato un giornale lungo la strada, più che altro per darsi un tono, aveva letto distrattamente, registrandolo solo superficialmente, che il governo aveva varato nuove misure contro, che una casalinga di Messina in preda ad un raptus aveva, che la Juventus rischiava grosso perché.
Dopo un po' l'aveva vista. Usciva dal portone, avvolta da un cappotto nero, i passi leggeri ticchettando nervosamente sul marciapiede, bellissima. Dopo un attimo di smarrimento (la mente attraversata da un momentaneo desiderio di fuga) le si era fatto dappresso.
Lei lo aveva già visto da un pezzo, lo aveva anche notato diverse volte prima, quando usciva furtivo, povera sagoma di uomo, dal palazzo della ditta, e trovarselo là davanti, rosso in faccia, sgraziatamente coperto da un orribile abito pretenzioso quanto misero, la lasciò per un attimo senza parole.
Lui intanto, patetica marionetta senza fili, cercava di parlarle; gli occhi spalancati, i muscoli contratti in un lungo, doloroso spasmo, sputava fuori moncherini di frasi, martoriati tronconi di periodi, povere vestigia dei pur miserevoli discorsi ripetuti cento volte al soffitto di casa sua.
Lei, bella come poche altre cose al mondo, si era scostata subito da quel goffo individuo di cui ignorava persino il nome e lo aveva apostrofato sogghignando con poche, sprezzanti parole crudeli.
Per lui era stato il colpo fatale; irriso dall'oggetto dei suoi desideri, ridicolizzato al termine dell'impresa che aveva sognato tante volte, quando la prima luce del mattino indugiava nella sua stanza da letto, aveva perso.
Ansimante, levò gli occhi a guardarla: lei era là, ferma a un metro da lui, e lo osservava con un misto di sorpresa e di ferino, animalesco, bestiale divertimento, quasi godesse dell'umiliazione appena inferta a quell'insignificante acconto d'uomo.
D'un tratto l'uomo aveva rivisto le ore spese nel freddo di casa sua a prepararsi per quella che aveva sognato essere la svolta decisiva della sua vita, aveva rivissuto le speranze, le paure, le angosce e la desolazione che lo avevano portato, complice la smisurata e beffarda presunzione che alberga nell'animo segreto di tutti noi, a concupire quel sogno impossibile.
Era stata questione di un attimo: d'un tratto aveva sentito la sua immane costernazione mutare natura, come quando il vento dissipa le nubi restituendo al cielo, oppresso senza rimedio fino ad un attimo prima, il suo colore originario.
Dal suo dolore si originava ora un odio sovrumano, lucente e terribile; era come se dentro il suo petto montasse un sentimento nuovo, fino ad allora sconosciuto al suo animo, docile e mansueto, di perdente. Era simile ad una gigantesca onda di acqua nera e densa, scura e ribollente che spazzava via con prepotenza tutto ciò che incontrava sulla propria strada, lasciano dietro di sé il deserto, arida culla di rovi e morte.
Aveva lentamente rialzato la testa, le mani stringendo convulsamente il giornale, e l'aveva fissata, lei ancora ferma a commiserarlo, e forse a chiedersi il perché di quel lungo silenzio. Al solo vederla ancora là il suo nuovo, tutto sommato piacevole odio era ancora aumentato, si era fatto più grande e terribile.
Era bastato guardarla e lasciare che il dolore fluisse liberamente in ogni sua vena: lei, dapprima spaventata da quel viso terreo e duro, aveva accennato un passo indietro, forse aveva avuto in animo di chiedere aiuto, ma non c'era stato tempo. Era caduta, dopo un istante, esanime al suolo, per non rialzarsi più.
Così lui era corso via, facendosi largo a spintoni tra la folla che accorreva a stringersi intorno a quel povero corpo senza vita riverso sul marciapiede. Era corso verso casa piangendo amaramente, ché ormai gli era fin troppo chiara la stupefacente potenza che il suo odio, per tanti anni sopito aveva infine accumulato (sopito era stato l'odio, ma non vinto, perché l'uomo di odio è fatto e di odio, anche se non se ne accorge, si pasce giorno dopo giorno, e così fino alla fine di ogni cosa).

Marco Gorra