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PERDITION CITY

 

i par di vagare con lo sguardo inaridito in una hall di un grande albergo di lusso.
I divanetti sono di un rosso urtante ostentante lussuria e grossolanità che, risultano spesso accoppiate, per la necessità feticista di mostrarsi.
Ad intervalli irregolari mi sembra possibile che la grande sala sia varcata da una ragazza slanciata con i lineamenti orientali e che, tutto l'ambiente circostante, sia dominato da un odore pesante di alcol insostenibile per le stesse particelle dell'aria.
Sbatto le palpebre.
Repentinamente mi scovo seduto in una macchina lussuosa con gli interni amaranto, il volante in sintetico legno e i sedili rivestiti con una mediocre pelle marrone chiara.
Mi accorgo di essere solo in macchina, fisso la strada e penso di non saper più parlare.
Seguendo con gli occhi la lunga fila di lampioni che dirigono la perdizione nella notte; mi sento castrato, sconfortato e tormentato.
Cerco di affinare lo sguardo e, dall'angolo estremo della visuale, fa capolino una piccola scimmia grigia.
"Non attraversare la strada!" penso.
La corsa vuota è bloccata da un maledetto semaforo enorme che incombe sull'intera strada; vedo l'animale e lo odio con la sua camminata storpia e mi fissa digrignando i denti con cattiveria orribile.
Scendo dalla macchina.
Sparo tre colpi fragorosi.
Risalgo in macchina.
Il fetore del cadavere dell'animale dà origine ad un odore pungente che penetra nella vettura.
La testa mi inizia improvvisamente a girare e torno a sentire le droghe della notte: tutte insieme, tutte riunite e tutte pulsanti nelle tempie.
Non sopporto più il puzzo della scimmia morta; scappo via sgommando rapidamente e la velocità eccessiva porta all'annullamento di ogni pensiero.
Le luci sono lampi incerti che disegnano l'orizzonte di giallo e nero fortemente sfocato; mi sento inseguito e accelero, accelero, accelero, accelero, accelero…
Sbatto le palpebre.
Alberi ai miei lati incanalano la strada completamente deserta con solo delle entità fluttuanti e indistinguibili.
Mi sollevo leggermente dal sedile per scrutarmi nello specchietto retrovisore della macchina: un'assenza.
Occhiaie che mangiano avidamente il viso, chioma scapigliata che aumenta il suo volume, bocca asciutta e secca, naso sempre leggermente sanguinante e orecchie fredde; rallento, rallento, rallento, rallento, rallento...
La testa inaspettatamente inizia a non voler più rimaner ferma sul collo e ondeggia come delirante, non riesco a fermarla.
Gli occhi sbarrati vedono passare davanti alla loro visuale: il finestrino di destra, il tettino della macchina e il finestrino di sinistra; fortunatamente il battito affannoso del cuore blocca la danza macabra che è sembrata durare per ore interminabili.
Rumori deformati e fruscii entrano nella mie orecchie, un continuo perdersi in sé sotto mille dimensioni, sotto mille punti di vista, sotto mille droghe.
Solitudine schiacciante tra grilli, rospi e colpi di tosse.
La macchina prosegue la sua strada sempre molto lentamente e sembra anche lei voler tossire, tossire, tossire, tossire, tossire…
La nuvola di grigio e leggero prurito alimenta la chimica.
Sbatto le palpebre.
Tutte le immagini, sensazioni e timori tornano alla gioielleria dove mi trovavo scomodamente seduto.
La poltrona gialla mi avvolgeva nel suo candore lucente di plastica, mi venivano mostrate delle collane e i miei occhi rimanevano socchiusi dietro occhiali scuri.
Alle mie spalle una serie di lunghe file di televisori accesi che aritmicamente cambiavano angolo di ripresa e mi ponevano, talvolta, come il protagonista centrale.
Sbatto le palpebre.
Solitudine nello scendere le scale, fermarsi davanti ad una vetrina cercando di scorgere se stessi e mandarla in frantumi con una allucinante testata.
Caderci dentro spettinato e nervoso con il sangue sui vetri e il suono dell'allarme stupidamente ripetitivo a sfondare l'orecchio:
"Sono niente. Niente tranne il grigio dei miei occhi."
Correre, correre, correre, correre, correre…
Sbatto le palpebre.
Altare della Patria; scivolare sui maledetti sampietrini resi umidi e viscidi dalla leggera pioggerellina di ogni sera.
Sputo e mi rialzo intimorito dalla metropoli e dai suoi riverberi, dalle sconnessioni e dalle interferenze, dalle sconclusionate vite e da se stessi.
La testa in confusione:
"Dove è finita la macchina?"
L'Altare della Patria mi sovrasta con canti gregoriani e urla passate delle folle cieche, rombi di macchine, autoblindo incalzanti e gemiti di donna che si fondono con il sangue.
Sbatto le palpebre.
Mi sento svenire e i sensi sempre più rarefatti mi abbandonano lentamente; le orecchie fischiano e rimbombano come sott'acqua e il respiro è sempre più ansioso, stressato e lento… la mia mano è d'un tratto presa da un'altra: è gelida.
La testa sanguina ancora, il respiro gocciola e vengo portato su un tram notturno che mi scombussola con il suo dissestato tragitto.
Luci e salti dalla seggiola scomodamente lignea, gli occhi rimangono appena socchiusi e tutto si colora di una vuota estraniazione.
Entro in una casa sospinto con dolcezza e mi lascio cadere su un divano puzzolente di alcol, fumo e sesso.
Non riesco a mettere a fuoco niente a causa del sangue oramai quasi coagulatosi sulle palpebre, un odore prepotente di disinfettante invade la stanza e, improvvisamente, la mia testa brulica di tanti animali che la disturbano con piccoli morsi che bruciano.
Strane voci iniziano a penetrarmi nelle spossate orecchie insieme a slogan e musichette grottesche.
Tutto è deformato, acuto e, allo stesso tempo, quieto.
Buio.
Voci di bambini.
Notte.
Il pianoforte sveglia i miei sensi e l'angoscia morde le orecchie non sapendo come rapportarmi al tempo e al luogo del mattino, ma poi tutto si spiega:
io volo, o forse fluttuo, in una enorme stanza nera di rumori, rompo ciò che vedo con freddo nero e sono sempre così vuoto.
Esisto solo come un quasi di immagini e musica in esplosione tra piacere e fede.
Non vado da nessuna parte e mi pare una catastrofe e una goduria. Sparisco e ricompaio tossendo nei miei itinerari.
Mi drogo e decompongo il corpo nelle più tarde ore notturne.
Sesso violento con nessuno.
Mi alzo rauco, gobbo e infreddolito da letti che non conosco e ogni volta sono più sporco.
Lurido; una piccola scimmia nel deretano ed esseri deformi alla luce: frenesia di musica e involuzione bambina.
Tohmet.

Francesco Crisanti