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LA LAVATRICE MANGIAUOMINI

 

ason era terrorizzato dallo scantinato. Un terrore forse insano, irrazionale, ma allo stesso tempo forte ed inquietante.
Aveva 7 anni. Da piccoli una paura simile è comprensibile. Dopotutto, da piccoli intendo, chi di noi non ha mai avuto paura del buio? Tutti credo. E il piccolo Jason non faceva alcuna eccezione.
La casa dei Barnes, questo era il cognome del piccolo, era una piccola villetta alla periferia di Chicago. A causa della posizione, il sole batteva poco da loro. Solo nelle ore pomeridiane.
Ma lo scantinato era sempre buio, a qualunque ora del giorno.
Mary Jane, la madre di Jason, era a conoscenza di questa piccola angoscia del figlio. E nè lei nè Frank, il marito la sopportavano, non volevano vedere il proprio figlio, unico figlio, crescere con tali stupide paure e paranoie.
Quindi, ogni volta che c'era da fare il bucato, mandava Jason a farle, giù nello scantinato.
Ma per esser più precisi, non era tanto l'oscurità dello scantinato a terrorizzare Jason, ma bensì la lavatrice.
Era molto vecchia, un apparecchio di vecchia generazione. Era di metallo, ormai arruginito, e di dimensioni molto grandi, sarà stata alta almeno un metro e trenta per un metro di profondità e larghezza. Nel buio assomigliava tremendamente ad un mostro, con l'oblò simile ad un occhio malvagio di Polifemo, illuminato dalla fioca luce delle due lampade intermittenti poste proprio sopra l'oblò, una rossa ed una verde.
Potete ben capire lo stato d'animo di Jason ogni volta che veniva a sapere che doveva recarsi ad un faccia a faccia con l'elettrodomestico. Quel giorno toccava proprio a lui.
Erano le due del pomeriggio di un giovedì qualunque. Il piccolo Jason era tornato a casa da scuola da un'ora, aveva già pranzato, e stava giocando nella sua cameretta con le macchinine.
Pensava. A cosa non è dato saperlo.
Nello stesso istante, Mary Jane stava ammucchiando tutti i panni sporchi in un cestino.
Aveva quasi finito.
La lavatrice stava aspettando.
Jason stava raccogliendo le ultime macchinine quando da sotto sentì sua madre chiamarlo. Non voleva rispondere, e non lo fece.
Passarono pochi istanti, e sentì di nuovo sua madre chiamarlo.
Rispose con voce strozzata ed uscì dalla sua camera, con fare assolutamente svogliato.
Il cuore gli batteva a mille all'ora. Aveva paura che gli potesse scoppiare in qualunque momento.
Scese le scale piano piano.
Sua madre si era seduta su una poltrona del soggiorno. Sul tavolino davanti a sè c'erano un pacchetto di patatine e una birra.
Jason la guardò supplicante. non aveva il coraggio di dirle di no, di offenderla, di dire qualunque cosa. Sperava solo che lei capisse.
Ma sapeva già che sarebbe stato tutto inutile.
Lo scantinato aspettava, e con esso la lavatrice.
Mary Jane lo fisso seria. Poi, senza degnarlo di uno sguardo, gli disse di prendere il cesto del bucato.
La voce era seria e non accettava repliche.
Jason deglutì a fatica.
Fece due passi in avanti e raccolse il cestino stracolmo di abiti sporchi e lo sollevò quasi fino al mento, poi si voltò e si incamminò verso la scala a chiocciola che portava allo scantinato.
Ogni passo che faceva, ogni secondo che passava, lo portavano verso l'incubo.
Sperò che sua madre ci ripensasse.
Aguzzò le orecchie sperando in una qualche dolce parola di sua madre.
Sperava che gli dicesse di tornare di sopra.
Sperava che morisse.
Nulla.
Ora la porta era davanti a lui.
Una grossa porta di mogano nero, molto vecchia.
La maniglia era davanti a lui. Una maniglia di latta.
Sembrava chiamarlo.
Il terrore si fece molto più intenso. Lo avvinghiava. Non voleva andare. Non voleva più vedere la lavatrice.
Jason ebbe l'impulso di gettare tutto per terra e di uscire da quella maledetta casa. Ma non fece nulla.
Si limitò a restare fermo, immobile, impassibile, davanti a quella porta.
Dal di sopra sentiva le note di una musica locale. Sentiva anche lo stropicciare del pacchetto di patatine.
Pur essendo molto piccolo, in quel momento maledì sua madre e Dio, Gesù, tutti i santi e tutto le cazzate che gli venivano propinate a scuola e al catechismo.
Perchè Dio non la faceva scomparire?
Perchè aveva inventato la lavatrice?
Perchè Gesù permetteva una cosa simile????
Forse Gesù era sua madre?
Dio era forse la lavatrice???
Mentre pensava, dal soggiorno gli arrivò un urlo rabbioso.
Era sua madre, e gli intimava di entrare.
La sua voce era particolarmente arrabbiata. Era distorta. Era sempre così, sua mamma. Si sedeva al tavolino con la birra, il whiskey, le patatine, e stava lì tutto il pomeriggio.
Poi diventava cattiva. Forse perchè mangiava tanti pacchetti di patatine.
Jason tremava, sudava freddo.
Non c'era ritorno.
Nessuna via di salvezza.
Sapeva che se non avesse aperto la porta avrebbe preso botte.
Inspirò a fondo ed aprì la vecchia porta cigolante.
Una zaffata di chiuso e odore di marcio lo investì. Un odore forte e penetrante.
Si portò una mano alla bocca e soffocò un conato di vomito.
Il buio era pressochè totale, all'interno.
L'unica luce, una fiebile luce proveniva da un piccola finestra in alto a destra.
Ma non serviva a niente.
L'unica lampadina era rotta da tempo e nessuno l'aveva mai sistemata.
Jason mosse un passo all'interno dello scantinato.
Silenzio.
Sudore ghiacciato imperlava la sua fronte.
Un altro passo.
Silenzio.
Il cesto della biancheria sporca nelle sue mani tremava.
Jason si bloccò un attimo e....
SBLAM!!!!
La porta di mogano nero dietro di lui si era richiusa di botto.
Jason lanciò un urlo di puro terrore.
Gli occhi erano gonfi di lacrime.
Aveva paura.
Tanta paura.
Perchè mamma non veniva ad aiutarlo???
Perchè Dio non faceva niente?????
La porta si era chiusa da sola?
O era stata mamma?????
MAMMA!!!!!!
Jason non riuscì più a trattenersi. Con una furia dettata da un nervosismo pazzesco, lanciò nell'oscurità il cesto della biancheria davanti a sè e corse indietro, lanciandosi contro la porta dello scantinato.
Ma lei era chiusa.
Chiusa a chiave. Dall'esterno.
Aiuto!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Iniziò ad urlare, a piangere, disperato. A battere i pugni contro la porta con tutte le sue forze.
Ma fu inutile.
La porta seppur vecchia non avrebbe ceduto.
Fu lì che lo sentì.
Un suono strano, una specie di gorgoglio, un suono leggero, quasi impercettibile.
Jason si girò, con gli occhi sgranati.
Lanciò una veloce occhiata alla lavatrice tutta arrugginita.
Sembrava aspettarlo.
Le luci sembravano emanare una luce più intensa rispetto al solito.
Jason era una maschera d'orrore.
Era fermo come una statua. Non riusciva a muovere nessun muscolo del suo corpo.
Il suono era diventato più intenso. Sembrava il suono d'uno stomaco che digerisce.
Ed era sempre più forte.
Rimbalzava nelle orecche di Jason come una pallina da ping-pong.
Jason si accasciò a terra stremato.
Ormai non riusciva neppure a piangere.
Ma aveva capito.
La lavatrice era proprio Dio.

Luca Mengardo

 

Mi chiamo Luca Mengardo e abito a Monza. Sono nato nel 1985 e studio marketing, amo l'horror in tutte le sue forme e l'heavy metal. I miei scrittori preferiti sono Poe, King e il grandissimo poeta Charles Baudelaire.