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L'UOMO SENZA VOLTO

 

ichael Daniels corrispondeva agli standard del "sogno americano": trentasei anni, moglie sufficientemente "adorante" (proprio come quelle mogliettine in perpetua fase di "smielamento" che ci propina costantemente il cinema hollywoodiano) ed una coppia di bimbi che trascorrevano il loro tempo fra ricche colazioni a base di cereali e burro d’arachidi (!!) e quasi paranoici allenamenti di baseball nell’ordinatissimo giardinetto della linda casa mono-familiare. Ah, dimenticavo: c’era anche un cane, un labrador un po’ obeso che completava l’idilliaco quadretto.

 

Michael Daniels vendeva case nell’Oregon, e, a quanto pare, le vendeva abbastanza bene. La laurea in architettura, nonché le provvidenziali "spinte" paterne a suon di bigliettoni, gli avevano aperto la strada alla fondazione della "Daniels Home", un’agenzia immobiliare che, sfruttando l’onda positiva del nuovo trend economico clintoniano, lavorava soprattutto con una clientela danarosa in cerca di seconde e terze case. Intendiamoci: Michael era bravo, aveva talento, e devo dire che il suo successo, in fondo, se l’era meritato. Il suo stile di vita, però, era in qualche modo "artefatto", costruito. Quello che voglio dire è che Michael, prima di farsi assorbire dagli affari, era un giovane pieno di sogni, di fantasie e dotato di una notevole carica umanitaria. Ora, seguendo un ritmo crescente al quale non sapeva opporsi, era diventato un uomo piuttosto cinico, calcolatore, direi un uomo "in bianco e nero", in un ritmo direttamente proporzionale al progredire della sua affermazione professionale. Ogni tanto, ma sempre meno frequentemente, si ricordava di un ometto, Benny, il venditore di hamburger dell’università, una specie di "filosofo fai da te" che non mancava d’intrattenersi frequentemente con lui nei momenti di pausa, prima o dopo una lezione, prima di un esame o di una prova importante. Benny era diventato una specie di amico-saggio, consigliere discreto che sapeva vedere nel profondo dell’animo dello studente senza bisogno di parlare tanto. Ci fu un periodo in cui Michael dubitò che quell’ometto, con i suoi baffetti primi ‘900 e gli occhialini a mezza lente sempre un po’ troppo calati sul naso, fosse in realtà, una sorta di "gnomo amico" con il compito di comunicare un non precisato messaggio ai giovani che andavano da lui per comprare i suoi hamburger. Benny non disse mai né il suo cognome né null’altro che riguardava il suo passato. A chi gli poneva qualche domanda rispondeva solo: "Ho fatto più strada del mio carretto…" oppure "Forse, da qualche parte, qualcuno si ricorda di me…" e poi prorompeva in una risatina buffa e stridula che poneva come sigillo ad ulteriori confidenze.

 

Ma il rapporto con il giovane Michael Daniels era diverso dalla maggior parte di quelli esistenti con gli altri studenti del campus. Michael era affascinato da quel personaggio e ci fu un tempo che dovette ammettere che di Benny apprezzava di più la compagnia che non gli hamburger.

 

Come ho detto, Michael si ricordava, ogni tanto del vecchio Benny ed in particolare ricordava una frase che gli aveva detto, il giorno in cui si laureò, con quel suo tono sibillino che si sfumava invariabilmente nella risatina stridula ben conosciuta: "Buona fortuna, giovane Daniels..." gli aveva detto "E ricordati che non dovrai mai vergognarti delle tue azioni fino a che riuscirai a distinguere il tuo volto!…"

 

Michael aveva aggrottato le sopracciglia per qualche istante, alla ricerca di una valida interpretazione di quello strano vaticinio, poi concluse che il vecchio Benny aveva voluto semplicemente spronarlo ad essere sempre onesto e, con l’affetto di un vecchio amico, lo abbracciò e gli disse addio, prima di allontanarsi felice con gli amici neo-laureati.

 

Erano trascorsi molti anni da allora. Michael si era guardato tante volte il viso, allo specchio ed il suo volto era sempre lì, naturalmente, spesso a subire la lotta contro il tempo che il suo proprietario gl’infliggeva a base di creme e proteine vegetali, un volto che però, senza che Daniels ne prendesse una chiara coscienza, stava perdendo personalità. Ultimamente poi, dal giorno in cui una intera Holding immobiliare si era interessata al suo lavoro e pareva intenzionata a proporgli la direzione dei lavori di costruzione di un intero sobborgo della cittadina in cui viveva, Michael non aveva più nemmeno il tempo di considerare il suo volto come parte di se stesso ma semplicemente come strumento da utilizzare negli affari, uno strumento che si animava sempre più di cinismo.

 

Stilò senza troppi scrupoli perizie e stime tecniche che, di fatto, avrebbero obbligato intere famiglie di immigrati a perdere la casa per far spazio ai grandi e moderni fabbricati del suo progetto. Giocò abilmente con la legge e, grazie a conoscenze influenti, riuscì ad ottenere senza problemi ciò che voleva: l’evacuazione dell’intero quartiere. Solo una volta, al termine di una delle sue impietose comunicazioni ad un capofamiglia portoricano che non aveva altre colpe che la sua povertà, Michael tentennò un istante. Fu quando la piccola figlia dell’uomo la cui famiglia aveva praticamente messo sulla strada, una bimbetta di non più di tre anni, gli corse dietro, prima che salisse sulla sua lussuosa auto, offrendogli una caramella alla fragola.

 

"Tienes, senior," gli aveva detto "è muy bonita!…" e gli sorrise con due enormi occhi nocciola. Michael provò a sorridere ma gli angoli della sua bocca riuscirono solo a tirarsi in una smorfia tremolante. Accettò imbarazzato la caramella e salì velocemente in macchina.

 

Quel mattino Michael si era inspiegabilmente svegliato tardi. Ben trenta minuti dopo l’orario consueto. Non ebbe nemmeno il tempo d’imprecare e di cercare le ragioni di un simile ritardo. La sveglia, semplicemente, non aveva suonato. Doveva fare in fretta: quello era il giorno in cui si sarebbe posto fine all’iter burocratico per l’inizio delle demolizioni del quartiere portoricano e, nello stesso tempo, si sarebbe sancito l’avvio del suo progetto. Ad attenderlo, nel suo ufficio, ci sarebbero stati il corpulento e compiaciuto sindaco Jackson ed i grandi finanziatori di New York.

 

Si precipitò in strada, valigetta ben salda nella mano destra, e corse verso il parcheggio della sua auto, distante circa duecento metri.

 

Mentre correva, per una curiosa bizzarria del caso, il suo sguardo cadde su un’auto nera parcheggiata stranamente in senso contrario al suo. In altre parole, il "muso" della macchina gli stava di fronte mentre tutte le altre automobili erano parcheggiate nel suo stesso senso di marcia. Ma la cosa che attrasse l’attenzione di Michael non era questa poiché, dopotutto, la cosa non è poi così rara. Il fatto era che, seduto al volante dell’auto, vide un uomo, un uomo senza volto…

 

Michael non fermò la sua corsa: lui stava lottando contro il tempo. Ma l’incredibile immagine dell’uomo senza volto, al volante dell’auto nera, gli si affacciava come un inevitabile flash alla mente e, senza quasi accorgersene, si ritrovò a fermarsi bruscamente. Si appoggiò le mani sui fianchi per qualche istante ansimando. Diamine, che stava facendo? Era quello il momento di fermarsi? Le domande razionali, però, si rivelarono inaspettatamente impotenti di fronte all’intensa necessità di tornare indietro, di vedere ancora l’uomo senza volto.

 

Dapprima con passo incerto, poi accelerando la sua corsa, Michael raggiunse l’auto nera, che ora gli si presentava dal retro. Si avvicinò lentamente, fra la folla incurante che gli sfilava al fianco ed il suo sguardo era come calamitato dalla sagoma immobile dell’uomo seduto al volante.

 

Girò con cautela al fianco della vettura, dalla parte della guida e infine... Vide nuovamente quell’uomo. Michael sentì il cuore battere incontrollabilmente nel suo petto e non per la corsa fatta. Si avvide, infatti, che non solo l’uomo al volante aveva al posto del volto una superficie carnosa completamente liscia ma anche che indossava i suoi stessi abiti. Notò anche che, sul sedile a fianco, era posata una valigetta identica alla sua.

 

Non si trattava affatto di un manichino: quell’individuo, quell’essere respirava!…

 

Per istanti che gli parvero eterni, Michael lo osservò con gli occhi sbarrati, poi prese un’iniziativa dettata da un istinto indefinibile che non aveva a che fare con la razionalità. Escluse, infatti, la decisione di richiamare l’attenzione degli altri passanti i quali, tra l’altro, pareva incredibilmente non si accorgessero di quell’uomo senza volto, ed aprì lo sportello dell’auto.

 

Si avvicinò tremante al misterioso essere. Provò a chiamarlo, ma l’uomo non si mosse. Allora allungò una mano lentamente verso il volto... lo toccò e sentì una pelle della stessa consistenza della sua, con la stessa lunghezza di barba visto che quel giorno non aveva fatto in tempo a radersi.

 

Il cuore batteva ormai all’impazzata nel petto di Michael ed egli, preso da un misto di rabbia e timore, affondò improvvisamente le mani in quel volto senza lineamenti gridando: "Chi sei!!!..."

 

Nemmeno nel peggiore dei suoi incubi Michael provò così tanto terrore. Una sostanza del tutto simile ad una sorta di pelle sintetica si attorcigliò sulle sue dita e, ritraendole con istantaneo ribrezzo, rimase avvolta intorno alla mano di Michael.

 

Il palato arido, le tempie pulsanti e un senso di gelo che percorreva tutta la schiena si impadronirono del cinico Michael Daniels.

 

Sotto quella specie di maschera apparve un esatto duplicato del suo volto, un sosia perfetto anche se sensibilmente più giovane. L’espressione si animò all’improvviso ma era triste. Michael si sentì svenire.

 

L’uomo al volante sorrise mestamente.

 

"Il vecchio Benny è morto stanotte..." disse "So che tu non hai tempo ma io devo andare al suo funerale..."

 

Michael sentì improvvisamente che tutto gli girava vorticosamente attorno e, un istante dopo, cadde a terra, privo di sensi. La sua caduta attirò immediatamente l’attenzione dei passanti che accorsero là dove lui era riverso: un parcheggio vuoto della "Lincoln Avenue"...

Antonio Bruno