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THE CHINESE BIRD

 

l ragazzo entrò nella stanza e si avvicinò lentamente alla gabbia appesa alla parete.
Rimase un attimo in silenzio a osservare quello splendido e singolare uccello catturato da suo padre nella calda foresta cinese, a nord dell'altopiano di Hsiang.
Era un così strambo volatile che il piccolo Lloyd Abbott credeva fosse l'unico esemplare di quella specie rimasto sulla faccia della terra (ammesso ovviamente che ce ne fossero mai stati altri).
Sembrava il prodotto di un incrocio fra un verde pappagallo e una civetta e nonostante avesse consultato numerosi manuali non era riuscito a scoprirne la razza.
Ma a renderlo veramente strano non era la gran varietà di colori del piumaggio quanto il suo comportamento.
Con scatti improvvisi e del tutto imprevedibili aveva infatti l'abitudine di scuotere le ali possenti e gridare con voce gracchiante, quasi umana:
- Morrte! Morrte! Graaah!
Lloyd Abbott si era spaventato non poco le prime volte che l'aveva sentito gridare quella cupa parola, ma ora, dopo cinque lunghi mesi, aveva imparato a conoscerlo e a trovarlo addirittura divertente.
Se quel modo di strillare poteva incutere timore quel suo becco arcuato e sottile come un rametto, la testa così sproporzionata e le zampe eccessivamente lunghe gli conferivano un aspetto decisamente buffo.
Il ragazzo lo considerava un piccolo amico e gli era molto affezionato.
E quando quel giorno smise di ammirarlo, Lloyd si decise ad aprire lo sportello del mobiletto e afferrare la scatola del mangime.
Ne prese una manciata e la lasciò cadere nella scodella posta all'interno della gabbia.
Fischiettando ne prese una seconda e quando fece per lasciarla cadere di nuovo qualcosa di appuntito lo colpì alla mano.
Era stato Taiy.
Taiy aveva calato inesorabile il suo lungo becco e lo aveva ferito.
Una goccia di sangue scivolò lungo il dorso della mano del taglio, subito sotto la nocca dell'indice.
Lloyd osservò alcuni secondi la lesione poi corse in bagno.
Nel silenzio della casa l'animale gracchiò:
- Morrte! Morrte! Graah!
Era il 2 marzo 1982.

 

Dal diario di Lloyd Abbott:
3 marzo

Caro diario,
mi crederai mai?
Quello che sto per scrivere è davvero incredibile.
Eppure posso giurare su mia madre che è tutto mostruosamente vero.
Questa notte mi è scomparso l'osso del dito indice, quello della mano destra.
No, non tutta l'ossatura, solo la prima porzione, quella che i medici chiamano
"piccola falange".
Mi ritrovo con la punta dell'indice "vuota" e quasi penzolante, l'unghia poggia su uno strato di sola cute.
E tutto senza apparente motivo.
Da ieri sera a questa mattina.
Mi sono svegliato e ho visto.
Non sono ancora riuscito a dire niente a mia madre e a mio padre perchè credo che se lo facessi impazzirebbero.
La mia sola intenzione per ora è aspettare e vedere cosa succede.
Ho una paura del diavolo.
Ho anche pianto e non so quanto a lungo riuscirò a nascondere ciò che mi è successo.
Quando tornerò a casa da scuola (che è appunto il luogo dove sto ora) andrò in bagno e cambierò il cerotto che mi sono messo stamattina per coprire la punta morta del dito.
Speriamo bene!

 

Dal diario di Lloyd Abbott:
6 marzo
Cristo!
Non sono trascorsi neanche due giorni che mi ritrovo altre tre dita senza ossa!
Proprio così, si sono polverizzate anche le falangi del dito medio e anulare!
E con esse sembra andata anche gran parte della carne.
Solo la pelle che le rivestiva è intatta.
Tre lembi di pelle vuota e raggrinzita che penzolano dalla mano.
E il taglio procuratomi da Taiy è sempre gonfio e dolente.
Questa mattina me le sono incerottate per bene e ho marinato la scuola.
Devo trovare il coraggio di recarmi dal dottore ma ho una paura indescrivibile.
Dio se ho paura!
Vorrei svegliarmi d'improvviso e scoprire che è tutto un sogno...

 

La mattina seguente un ragazzino depresso passeggiava senza meta per i sentieri disordinati del Green Central Park fumando distrattamente una Chesterfield.
Ad un certo punto si sedette su una panchina affiancata da alti cespugli, la panchina preferita dalle coppiette che venivano la sera a pomiciare, lanciò una breve occhiata tutt'intorno per controllare che non vi fosse qualcuno nei paraggi, poi tirò fuori la mano destra dalla tasca dei jeans.
Agitò le tre sacche di pelle vuota che aveva sulle punte delle dita e tornò a nasconderle nei pantaloni.
Lacrime salate fecero capolino agli angoli degli occhi.
Tentò di soffocarle.
Era stufo marcio di dover continuamente nascondere quell'oscenità ai suoi genitori tenendo la mano in tasca (quella maledetta tasca!) e trovando ogni sera una scusa per mangiare da solo in camera.
I suoi passavano poco tempo con lui ma non erano tanto stupidi da non capire che il suo comportamento stava nascondendo qualcosa.
Finora mi hanno lasciato fare... si fidano di me ma... quanto tempo riuscirò ancora a prendere?
Uno, due... forse tre giorni?
Scoppiò di nuovo a piangere.
Sembrava non riuscisse a fare altro.

 

Sulla targhetta appesa al muro della lussuosa villa bianca vi era inciso il nome:
… … Dr.Simon Undermath.
Una mano pallida e tremante, la sinistra per inciso, schiacciò il campanello.
Attesa.
La porta venne aperta e sull'uscio apparve un uomo sulla quarantina, occhiali con montatura in oro, taglio di capelli impeccabile e occhi azzurri come il cielo.
- Lloyd!!- esclamò sorpreso.
- Buongiorno dottore.
- Quanto sei cresciuto dall'ultima volta che ti ho visto! Prego entra pure.
Varcò l'entrata, la mano destra opportunamente ficcata in tasca.

 

Dal diario di Lloyd Abbott:
8 Marzo
Caro diario,
Non ti dico che faccia ha fatto il dr.Simon quando gli ho mostrato ciò che sai.
Chissà quanto tempo deve essere passato prima che riuscisse a spiccicare anche solo una parola.
Quando si è ripreso ha cominciato a riempirmi di domande continuando ad esaminare le dita.
Proprio non riusciva a smettere di tastarle e rigirarsele tra le mani.
Lo sguardo assorto.
Come ipnotizzato.
Alla fine ha sparato tutta una serie di nomi strani, quasi rimuginando tra sè e sè "potrebbe essere questo, potrebbe essere quello".
Io ho capito solo che è piu' grave di quello che sembra.
Mi ha prescritto delle analisi ma ha prima voluto chiamare i miei genitori e a nulla sono serviti i miei tentativi di convincerlo a non farlo prima di saperne qualcosa di piu'.
Sembrava piu' preoccupato lui di me.
Sono scoppiato a piangere come un bambino tanto mi sono spaventato.
E non oso descriverti la faccia di mio padre e mia madre quando hanno visto...
Cristo che incubo!

 

Dal diario di Lloyd Abbott:
21 Marzo
Caro diario,
il 28 di questo mese devo ricoverarmi in una clinica di Chicago.
Le risposte degli esami fatti in questi giorni non hanno dato esiti confortanti e tanto meno chiari.
Mi hanno bucato dappertutto, infilato in macchinari di ogni genere e applicato tante di quelle sonde e tubicini da averne la nausea.
Ma ogni volta la stessa risposta.
Non hanno la piu' pallida idea di quale malattia si trovino davanti.
Sembra un caso unico al mondo.
Non resta che il ricovero in un istituto di ricerca.
La tortura è appena cominciata.
Mia madre non fa altro che piangere.
Io non faccio altro che piangere.
Mio padre si è preso un periodo di ferie dal lavoro e in casa non dice una parola.
Sai una cosa?
Ho una voglia matta di svegliarmi e scoprire che è tutto un sogno.
Ne ho davvero una voglia matta...

 

22 Marzo
Lloyd aprì lentamente la porta dello studio, entrò e andò a fermarsi davanti la gabbia in cui Taiy stava tranquillamente mangiando dalla scodella.
Era furioso.
In quei giorni aveva riflettuto spesso sulla possibile causa di quel suo disgregamento organico e fra tutte le possibilità da lui ipotizzate una sola, alla fine, gli era sembrata plausibile.
Taiy.
Taiy era l'unica fonte del suo male.
Taiy l'aveva ferito con il becco sulla mano destra e proprio su quella mano le ossa avevano cominciato a... sparire.
Taiy l'aveva ferito quel lontano 2 marzo e proprio da quel giorno era cominciata la maledizione.
Voleva finirlo.
Ucciderlo senza nessuna pietà.
Senza indugiare oltre staccò la gabbia dal gancio del piedistallo tenendola per l'anello e uscì dalla stanza portandosela dietro.

 

La porta del garage era aperta.
Entrò nella penombra del luogo con Taiy che si guardava curiosamente intorno e posò la gabbia sul tavolo da lavoro.
Lo stesso tavolo sul quale Antony Abbott soleva dedicarsi al fai-da-te costruendo mensole e aggeggi di cui non aveva mai capito l'utilità.
Si diresse verso l'armadietto degli attrezzi, l'aprì e afferrò la piccola tanica di benzina che il padre usava per sgrassare la superficie dei materiali che lavorava.
Ritornato davanti la gabbia, ne svitò il tappo e cominciò a versare il liquido infiammabile sul fondo facendo bene attenzione a bagnare Taiy.
E ora, pensò solennemente Lloyd, un ghigno sulle labbra, il tocco finale!
Afferrò con la mano sana l'accendino dalla tasca dei calzoni e gettando un'occhiata a quella malata accese la fiammella.
Posò di nuovo lo sguardo sul pappagallo inzuppato di benzina.
Nei suoi occhi vide riflettersi il fuoco e in quel momento ebbe come l'impressione di leggervi... una certa consapevolezza.
Come se l'animale sapesse quello che si accingeva a fare.
Non gli piacque.
Neanche un pò.
Senza perdere tempo strappò un foglio di carta dal blocchetto degli appunti lì accanto, lo accartocciò, lo mise sopra la fiamma e fatti alcuni passi indietro lo tirò addosso alla gabbia.
Lingue giallo bluastre la avvolsero in un'esplosione accecante.
Il pappagallo cominciò a scuotere le ali come per scrollarsele di dosso, urlando versi strazianti.
Quasi umani.
Sembrava un'orrenda creatura infernale, imprigionato com'era dalle fiamme che gli aggredivano le carni e gli squagliavano quegli enormi occhi gialli come pezzi di burro.
Un brivido percorse la schiena del ragazzo.
Indietreggiò di qualche passo ancora e raggiunto l'uscio del garage, lo sguardo fisso su quello spettacolo orripilante, quasi urlò:
- Perchè brutta testa di cazzo non gridi anche adesso quella parola di merda?! Ti è passata la voglia o vuoi che lo faccia io per te?!
Scoppiò in una risata isterica.
Il calore di quel piccolo rogo cominciava a diventare insopportabile, fumo denso e odore di carne bruciata si diffusero per tutto l'angusto locale fino ad uscirne in grosse volute nerastre dalla porta semi aperta ma Lloyd non ci badò.
Voleva godersi la morte di quel mostro fino a che non fosse stramazzato sul fondo ridotto a un cumulo di penne bruciate.
Voleva godersi la sua morte fino alla fine a costo di morire soffocato.
Ciò che lo aveva ridotto a un fenomeno da baraccone stava consumandosi in una lenta agonia e non poteva perdersi nemmeno un secondo di quello spettacolo che…
Una voce orribile, straziante, gracchiò all'improvviso qualcosa di incomprensibile.
Lloyd tese l'orecchio, pietrificato dal terrore.
Veniva proprio dalle fiamme che avviluppavano la gabbia ormai quasi deformata.
- Mooor-te…Moorr-te Lloyd...
Era proprio lui.
Taiy.
Nonostante fosse ormai solo un grumo di carne fumante era riuscito a gridare un'ultima volta quella fatidica parola.
- N-Non è possibile...
Poi scappò via.
Correndo con tutte le sue forze rientrò in casa, si gettò sul letto della propria stanza e lasciandosi andare ad un pianto isterico aspettò l'arrivo dei suoi genitori.
Erano andati a fare delle compere e sarebbero tornati presto.

 

Clinica "St.James" di Chicago
15 Aprile
Sai una cosa caro diario?
Mi sono sempre chiesto come si dovesse sentire una persona senza un arto.
Quali sensazioni tattili si dovessero provare lì dove rimane solo un moncone.
Ora lo so. Proprio come previsto.
Ho un intero "braccio morto".
Sono andate a farsi fottere anche le ossa del braccio e dell'avambraccio, per la medicina: omero, ulna e radio.
Dalla spalla mi penzola ora una lunga sacca di pelle priva del naturale sostegno.
Fa venire il vomito a guardarla troppo a lungo.
Ovviamente "la maledizione" non si è limitata alla sola struttura ossea, o no!
Come avevo intuito mi sta "mangiando" pure gran parte della muscolatura.
Resta giusto la cute e lo strato adiposo.
Sì lo so, sto imparando un mare di termini medici qui in clinica ma se devo essere sincero ciò non mi gratifica.
I dottori mi hanno detto che la cosa sorprendente però è vedere come la pelle, nonostante riceva uno scarso apporto di sangue, rimanga assolutamente integra.
Secondo loro dovrebbe andare in necrosi o così mi sembra abbiano detto.
Sì, necrosi: morte cellulare.
Bah l'unica patetica consolazione è che in tutto questo non sento alcun dolore.
Le parti colpite sono assolutamente insensibili a qualunque stimolo.
Chiaro segno che la degenerazione non risparmia neppure le terminazioni nervose.
A questo punto l'unica cosa che mi resta da fare è attendere la morte che speriamo avvenga presto.
Non ce la faccio piu'.
Lo sai che ho anche tentato il suicidio?
Giusto ieri.
Mi sono arrampicato sul davanzale della finestra con l'intenzione di gettarmi ma non ne ho avuto il coraggio.
Il prof. Werner, primario della clinica, ha calcolato che non dovrei arrivare alla fine di giugno.
Chissà.
Bè, sta arrivando l'infermiera con l'iniezione di non so quale inutile porcheria.
Ti devo lasciare.
A dopo.
Forse.

 

Dal Diario di Lloyd Abbott:
20 Maggio

Finalmente!
Ieri sera sono entrato in sala operatoria e ora non ho piu' quell'orribile spauracchio che mi penzola dalla spalla.
Già, me l'hanno tolto.
Sembro un invalido di guerra ma almeno non devo piu' sopportare gli sguardi degli altri degenti alla vista di quella nauseante appendice raccolta sul busto che mi trascinavo dietro.
La cosa difficile comunque è dover imparare a camminare con la sedia a rotelle.
E' comoda e leggera ma le ruote emettono un continuo, insopportabile cigolio.
Perchè una sedia a rotelle dici?
Ti rispondo con un'altra domanda: conosci un altro modo per camminare senza gambe?

 

Dal diario di Lloyd Abbott:
29 Maggio
Mi hanno asportato chirurgicamente anche ciò che una volta erano le mie gambe.
Cristo! Adesso sì che faccio ribrezzo!
Un corpo abbandonato su una carrozzina (elettrica stavolta) con un solo braccio e la testa.
Come soggetto per un film dell'orrore dovrei essere praticamente perfetto!
Fortuna che almeno l'organo genitale non ha ossa.
Ah ah! Divertente vero?
Stasera arrivano i miei genitori da New York.
Non vedo l'ora.
Sì, di vedere la loro faccia quando mi vedranno così... "poco".
Comunque non li biasimo per avermi lasciato solo in questi ultimi giorni, non dev'essere facile starsene ad osservare un figlio che se ne va in sfacelo.
E poi sono stato io a insistere che se ne andassero, non mi andava proprio di sopportare quei loro sguardi pieni di pena, imbarazzo e... schifo.
Per quanto riguarda l'equipe medica che studia il mio caso, continuano a sottopormi a tutta una serie infinita di analisi ed esami fantascientifici, oltre a richiedere la consulenza di luminari di ogni dove.
Inutile aggiungere per l'ennesima volta senza alcun risultato.
La vita è proprio piena di ironia.
Tuo, Lloyd

 

Dal diario di Lloyd Abbott:
2 Giugno

Sono su tutti i quotidiani del mondo!
La TV non fa che parlare del mio caso "unico al mondo" mentre la medicina brancola nel buio.
Ho sconvolto l'umanità intera.
Che ridere!
Come dici? No, non ho permesso ai giornalisti di riprendermi.
Li odio!
Li ho sempre detestati.
Che vadano a farsi fottere tutti, insieme ai loro scoop del cazzo.
Cosa vorrano mai scrivere poi? E' una maledizione e basta.
Non c'è altro da dire.
Anche i miei genitori, alla lunga, non sono riusciti a evitare quei porci e i loro microfoni.
Li ho visti nell'edizione serale del notiziario di canale sei.
Sono letteralmente distrutti.
E' mostruoso constatare come la gente sia perversamente curiosa di vedere soffrire il prossimo, neanche fossero tutti vampiri assetati di sangue.
Che si fottano proprio tutti!
Voglio poter morire in pace, non ho bisogno della compassione altrui.

 

Dal diario di Lloyd Abbott:
10 Giugno

Non ci crederai mai caro diario ma ieri sera verso le undici... ho rivisto Taiy!
No, non ho sognato, non ho avuto un incubo notturno o un'allucinazione del cavolo.
E' entrato dalla finestra.
Non so come, perchè era chiusa.
Forse l'ha attraversata come un fantasma.
Comunque sia stato è venuto verso di me, ha aperto le sue possenti ali e scuotendole si è posato sulla sponda del letto.
La sua ombra grottesca proiettata dalla fioca luce della lampada sulla parete di fronte.
I suoi enormi occhi gialli mi hanno fissato a lungo e ciò che vi ho letto non mi è piaciuto per niente.
Sembrava un presagio.
Poi mi è saltato sopra al petto.
Ha atteso un minuto, ha sussurrato con voce rauca "morte" e se n'è volato via silenzioso come la medesima.
Questa mattina l'infermiera di turno ha trovato una piuma verde sotto il letto.
E io, non so ancora perchè, ho una fifa indescrivibile…

 

Clinica "St. James" di Chicago
18 Giugno

Erano le otto del mattino quando Lloyd si svegliò nel letto della sua stanza.
Allungò il braccio intorpidito e sbadigliò.
L'infermiera sarebbe arrivata di lì a cinque minuti con il carrello della colazione e alle otto e trenta il Prof. Werner l'avrebbe visitato come ogni mattina per verificare le sue condizioni fisiche, almeno in quel poco che restava.
Afferrò il suo diario da sopra il comodino, prese la penna dal cassetto (tutte operazioni banali che a lui costavano non poca fatica) e fece per aprire il volume quando notò che qualcosa nella sua mano non andava.
Si sfregò gli occhi ancora gonfi e osservò meglio.
Poi urlò.
Urlò con tutto il fiato che aveva in gola.
Erano morte anche due dita della mano sinistra.
Il mignolo e l'anulare.
Presto sarebbe toccato alla mano e poi all'avambraccio e poi... si sarebbe ritrovato con quella terribile appendice inerte al posto dell'arto.
E anche quella sarebbe stata asportata dal chirurgo con un piccolo intervento chirurgico per essere poi esaminata con minuziosa cura in laboratorio.
Lanciò un altro grido.
Tutto quello significava che ben presto non avrebbe piu' potuto scrivere al suo "caro diario".
L'unico vero amico rimastogli.
L'unica sua valvola di sfogo, l'unico suo appiglio nel mondo del reale con cui cercare di affrontare ciò che lo menomava giorno per giorno.
- Infermiera! Infermiera! Cristo corra! Infermieraaaaaa!
Il pollice serrato sul campanello.
Scoppiò a piangere in preda ad una crisi isterica.
La vista annebbiata dalle lacrime.
Il respiro affannoso.
Continuò a fissare quella nuova tappa verso la morte finchè una ragazza vestita di bianco non irruppe nella stanza.

 

Clinica "St.James" di Chicago
25 Giugno
Il dottor Werner guardò l'orologio e subito dopo si incamminò per il lungo corridoio del reparto, una cartella clinica sotto il braccio.
Erano le otto e trenta e voleva controllare le condizioni ormai disperate del povero Lloyd.
Arrivato davanti la porta della stanza 131, si aggiustò il colletto del camice ed entrò.
- Lloyd hanno telefonato i tuoi ge... - fece per annunciare ma la voce gli morì in gola.
Sgranò involontariamente gli occhi.
- Lloyd c-cosa...
- Ha visto dottore? Tutto in una notte!
Ciò che restava del ragazzo sorrise.
- Comunque sono ancora vivo e ora come ora credo proprio che non morirò più!
Scoppiò a ridere.
-No... Lloyd... non può essere! E'... è impossibile, non posso crederci... cristo!
Il medico si avvicinò tremante al letto.
-Tu...tu...sei...qualcosa di assolutamente...
Non riuscì a trovare una parola che definisse ciò che aveva davanti.
Continuò a fissare sbigottito quel fenomeno così impressionante e allo stesso tempo pietoso.
- Dottore... cos'è quella faccia? Sembra che stia guardando un fantasma. Dopo tutto il tempo che ha passato a esaminare il mio caso riesce ancora a meravigliarsi?
- Ti rendi conto cosa... cosa sei..?
- Crede che sia cieco? Certo che lo so! Ma cosa vuole che le dica... credo che... che si sia arrivati alla punta dell'iceberg, ecco cosa.
- Che intendi dire?
- Che sono immortale!
Scoppiò di nuovo a ridere sguaiatamente.
Il dottor Werner guardò un'ultima volta quella testa e ciò che restava di ciò che fino al giorno prima conteneva gabbia toracica, colonna vertebrale e organi interni.
Quella testa parlante comodamente adagiata sul cuscino.
- L-Lloyd, dimmi... - disse Werner, la bocca asciutta, incerta - senti ancora il... il bisogno di respirare? Riesci a sentire il cuscino su cui appoggi?
- Certo perdiana! A parte il fatto che non ho piu' un corpo non è cambiato niente!
Rise di nuovo, divertito.
- Mi scusi dottore, potrebbe togliermi la ciocca di capelli che mi è caduta su un occhio?
L'uomo ebbe un attimo di esitazione prima di chinarsi sopra quella visione innaturale e fare ciò che gli era stato chiesto.
Poi, ancora titubante, l'afferrò delicatamente tra le mani e la sollevò.
- Come ti senti... così?
-Piu' alto, dottore, piu' alto.
La ripose sul cuscino e corse a chiamare i suoi colleghi.

 

Lloyd osservò il medico uscire dalla stanza.
Un sorriso beffardo a deformargli il viso.
Sono vivo, parlo, vedo e.. .respiro anche senza due polmoni, pensò, sono davvero immortale!
Cristo che roba!
Fissò il soffitto bianco.
Non sapeva perchè ma sentiva che la testa gli sarebbe stata risparmiata, che sarebbe sopravvissuta a quello scempio.
Anzi no, ne era certissimo.
Non poteva che essere così.
Se in quel momento stava pensando tutto ciò mentre il cuore era stato mangiato da chissà quale diavoleria, non poteva essere altrimenti.
Ora sì che non lo spaventava piu' niente.
Non pensava piu' hai suoi compagni, a quella che era stata la sua ragazza, alla scuola e a qualsiasi altra fottutissima cosa.
Era un fenomeno e il mondo avrebbe parlato a lungo di lui.
Molto a lungo.
Solo una cosa non sapeva e non avrebbe mai saputo: era diventato pazzo.

 

Poi l'ombra entrò dalla finestra, volò per tutta la lunghezza della stanza e si posò sopra il cuscino.
La testa aprì la bocca per gridare e in quella il grosso uccello calò implacabile il lungo e affilato becco.
Giu' fino alla gola.
Si udì uno schiocco secco poi sangue scuro uscì lentamente dalla cavità orale, non piu' sospinto da alcuna forza, e imbrattò il letto disegnando rivoli contorti sul lenzuolo bianco.
La bocca spalancata non emise alcun suono.
Un attimo dopo Taiy spalancò per l'ultima volta le ali dal variopinto piumaggio e, maestoso, volò fuori.
Versò la libertà.

Alessandro Tantucci