Non c'era tempo per rimorsi

Capitai per caso nella vecchia casa a causa di un guasto alla macchina.
Mi piantò in asso a circa tre chilometri più indietro, e così, con il sole che tramontava, m'incamminai tra i boschi.
Giurai che avrei ammazzato il meccanico che solo due giorni prima l'aveva revisionata e, alzando il pollice, aveva esclamato "Tutto okay!".
Non c'erano sentieri lungo la zona boschiva, quindi cercai le mie personali scorciatoie per il nulla che non fecero altro che rallentarmi, anche perché mi sarebbe bastato procedere in direzione rettilinea per raggiungere la casa in meno di due ore. Io ne impiegai quattro, bestemmiando come un dannato e strappandomi il costosissimo soprabito tra i rami.
Se ce una cosa che un tipo come me odia, e ritrovarsi in una situazione del genere, dove ogni mossa che si compie è (in ossequio al signor Murphy) irrimediabilmente quella sbagliata; la rabbia, forse, non era più di tanto quella dell'essermi perso nel bosco e di avere il vestito rovinato: mi ero risparmiato una barbosa cena con mia sorella più il parentado di mio cognato e guadagnavo abbastanza da potermi comprare un soprabito due volte più costoso. A rodermi era il fatto che ero apparso, chissà poi a chi, come un idiota, e il terrore di sembrare stupido era sempre stato uno dei miei complessi.
Quando, verso le nove, vidi quella casa stagliarsi al chiaro di luna, mi parve un miracolo: ero stanco (per la camminata e la bile) e infangato.
Era una costruzione in pietra e, soprattutto, in legno, di quelle che si vedono raramente in giro. Due piani più il solaio e una probabile cantina, per un totale di almeno undici stanze, forse di più.
L'elettricità era garantita dal generatore a benzina in una baracca accanto (ne sentivo il rumore, e ricordai che anche mio zio ne aveva uno identico nella sua casa in campagna).
Bussai alla robusta porta, sperando che qualcuno aprisse.
Per un po' nulla.
E cominciò pure a piovere.
Fu allora che sentii lo schiocco metallico della serratura e davanti a me apparve il volto di un vecchio sulla settantina.
I capelli erano candidi come la neve d'inverno, lunghi e raccolti dietro la testa. Era alto, portava un paio di occhiali dalla montatura nera e spessa, aveva la barba di due giorni e dava l'idea di non dormire troppo a causa delle profonde occhiaie simili a lividi.

"Cosa posso fare per lei?", chiese con voce abissale e tono gentile.
Io gli illustrai, come solo un logorroico represso come me può fare, tutta la situazione, saltando i particolari insignificanti (come il costoso soprabito stracciato) che solitamente la gente usa per far maggior pena a colui al quale bisogna chiedere un favore, quindi gli domandai se non potevo trascorrere lì la notte, sempre che non fosse di disturbo.
Diavolo, mi ero perso in mezzo al nulla, in questo il vecchio fu d'accordo con me, ma non sapevo come avrebbe potuto reagire. Certo, nonostante il mio abbigliamento forse provato dal viaggio attraverso gli ostili boschi, era ovvio che non ero un poveraccio, quindi avrebbe addirittura potuto fargli comodo ospitarlo, ma la gente è molto strana, a volte.
Ciò che ricevetti come risposta mi colpì come una mazza da baseball in piena faccia.
"Guardi", disse, "io sono solo e la compagnia mi manca. La mia cucina non la ucciderà di certo, ma è sicuro di voler passare la notte qui?". Quel QUI parve una nota grave in una composizione leggera, lo pronunciò per farmi capire che il problema non ero io, ma che avrei potuto averne a mia volta.
Che fare? Dormire sotto gli alberi in una notte fredda per svegliarmi il giorno dopo congelato (magari non mi sarei svegliato più), oppure tentare la sorte al caldo nella casa del vecchio?
Per una volta nella vita, decisi di essere coraggioso.
In fondo, che poteva capitarmi? Al massimo di vedere qualche topo, magari bello grosso, ma io non ero una ragazzina.
"Per me va bene", dissi deciso.
Il vecchio mi sorrise, evidentemente contento di avere qualcuno con cui parlare, quindi mi invitò ad entrare.

 

Dentro c'era un gradevole odore di antico. Mi riferisco a quella strana e leggera fragranza che si sente nelle vecchie case tenute bene. Ero solito avvertirla in casa di mia nonna, e ora la risentivo lì.
Come casa rustica non era veramente male. Il pavimento del primo piano era piastrellato, mentre quello del secondo, nonostante poggiasse sulle pietre, era di legno. La casa era più grande di quanto mi era parso vedendola di fronte. La porta di fronte all'entrata conduceva ad un grande salone in cui scoppiettava un caminetto.
Il vecchio mise a mia disposizione il bagno più grande, portandomi tre grosse tinozze di acqua calda e scherzando sul fatto che non aveva acqua corrente.
Quando mi fui rinfrescato, mi diede dei vestiti vecchi di almeno vent'anni che sapevano leggermente di naftalina, ma comodi e, tutto sommato, belli nella loro antichità.
Mi disse che i miei li avrebbe lavati, con maggior cura rispetto ai suoi, il giorno dopo e, se volevo, avrebbe rattoppato il mio soprabito. Io, colpito dalla crescente gentilezza di quell'uomo verso qualcuno che non conosceva, lo ringraziai e gli dissi di non preoccuparsi per la giacca.
Cenammo nella cucina, bollito e patate, buoni come li faceva la nonna, senza parlare molto.
Fu una cosa che il vecchio prepose prima d'incominciare: quando aveva fame, non guardava in faccia nessuno.
"Sono un po' come il lupo delle favole", disse sorridendo e mostrandomi la dentatura curata.
Io, ancora una volta, non dissi nulla che non fosse affermativo.
Dopo cena ci spostammo nel salotto; il vecchio scherzò nuovamente, questa volta sul fatto di non avere la televisione.
Questa fu una cosa che mi colpì: l'isolamento più totale in cui quell'uomo viveva.
Trascorreva la sua vita tra gli alberi eccetto il giovedì quando doveva andare a fare provviste, recandosi al paese più vicino, ovvero a cinquanta chilometri dall'inizio del bosco.
E quando era lì non faceva domande che non riguardassero ciò che doveva acquistare, non comprava giornali e in macchina non accendeva mai la radio.
Ma quella sera, dopo che mi raccontò tutte queste cose, mi chiese cosa succedesse nel mondo fuori dal bosco. Mi chiese delle guerre, se se ne faceva ancora qualcuna, della medicina, della politica e così a seguire; tutte domande alle quali stentavo a rispondere, poiché, sebbene fossi tutt'altro che un eremita, solevo ignorare qualsiasi cosa che non m'interessasse. Solo su ad una domanda risposi con certezza: il vecchio mi chiese se i film erano ancora in bianco e nero.
Colpito da quella domanda, decisi di fargliene una anch'io dopo aver risposto.
"Perché si è ritirato qui?", gli chiesi.
Il vecchio non parve infastidito o sorpreso, anzi, pareva che si aspettasse una domanda del genere, prima o poi.
Appoggiò il bicchiere dal quale stava bevendo il suo whisky distillato in casa, fece schioccare la lingua, e rispose: "Ho combinato un pasticcio, tempo fa, e non ho più avuto la faccia di continuare a stare in mezzo alla gente".
Io: "Che cosa fece?"
Vecchio: "Feci un grande sbaglio e la cosa buffa è che non ricordo più che cosa fu di preciso. Incredibile, vero? Non ricordare ciò che ti ha fatto vivere come hai vissuto negli ultimi quarant'anni".
Io: "Così tanto tempo è passato?"
Vecchio: "Sì".
Rispose con una vena di tristezza.
Io, allora, gli feci un'ultima domanda: "Ha dovuto lasciare qualcuno?".
Ancora una volta, la sua risposta fu un triste annuire.
Dopo quest'ultimo dialogo, il vecchio diede uno sguardo all'orologio a pendolo, e disse che per lui era tardi ed era ora che cercasse di dormire.
Avrei voluto domandargli il perché di quella parola, "CERCASSE", ma compresi che il vecchio ne aveva abbastanza e si stava ritirando mentre era ancora gentile.
Qualsiasi cosa avesse fatto quarant'anni prima, doveva ancora dolergli.
Decisi così di andare anch'io a letto, anche perché non mi pareva educato girare per la casa di uno sconosciuto mentre lui dormiva.
Datagli la buona notte, entrai nella mia camera, semplice ma accogliente, infilandomi sotto le coperte.
Nel letto, tra le coperte e al buio, mi misi a pensare.
Una cosa che mi aveva colpito di quella casa era la sua pulizia: poca polvere e nessuna ragnatela.
Ricordai che la casa di mio zio era piena di ragni: ogni tanto ne spiaccicavi qualcuno con una scarpa mentre percorreva le coperte. Pensare alla mia famiglia mi fece venire in mente che non avevo avuto modo di avvisare mia sorella che la mai macchina era defunta.
A quest'ora doveva aver già chiamato la polizia.
Mi promisi che l'indomani avrei cercato di raggiungere un telefono per raccontarle tutto, quindi chiusi gli occhi.

 

Mi svegliai non meno di un'ora dopo a causa di orrende urla provenienti dal corridoio.
Parevano decine di voci che si lamentassero di un dolore lancinante ed insostenibile.
Non sono un fifone, ma quando sentii quell'orrendo coro, mi si accapponò la pelle lungo la schiena.
Sapete, sono convinto che ognuno di noi abbia come dei tasti principali che regolano un po' tutte le nostre emozioni: beh, quelle urla pigiarono con forza e ripetutamente il mio pulsante della paura.
Mi alzai in piedi e, senza pensare, come ipnotizzato, mi diressi verso la porta poiché il frastuono pareva attenuarsi.
Niente di più falso: una nuova ondata di grida mi travolse come un fiume in piena non appena sfiorai la maniglia della porta, come se stessero aspettando solo quello.
Come un bambino, m'infilai sotto il letto, strisciai e uscii dalla parte opposta, andandomi a nascondere nell'angolo più buio della stanza, accanto alla finestra.
Sentivo il sapore della paura, di quella vera.
Solitamente, quando uno ha paura, comincia con le risatine nervose e, a poco a poco ,vince il demone, ma quella è solo paura diluita.
Quella vera non ti lascia nemmeno il fiato per ridere.
Ed è quello che io stavo provando in quel momento.
I più scettici potranno dire che io sono un tipo impressionabile: che dicano pure, ma che tengano anche a mente che sono nel torto.
L'atmosfera stessa, senza le urla, sarebbe bastata, non dico a terrorizzare a morte, ma quanto meno ad inquietare un po' chiunque, poiché, quella casetta in mezzo ai boschi, così graziosa, se vogliamo, durante il giorno, quella notte aveva cambiato faccia, ed anche il più piccolo particolare, come la mia stessa ombra, generata dall'esile luce del lumino che avevo acceso, dava i brividi.
Ci crederete che, dopo qualche secondo di snervante indagine, scoprii che il rumore scricchiolante che avvertivo era il battere dei miei denti impazziti?
E le urla continuavano.
Non vedevo nessuna luce attraverso lo spazio tra la porta e il pavimento, e il pensiero di chissà che cosa accucciata nel buio… beh, lo sapete.
Col tempo notai che, insieme alle urla, c'era uno stridore simile al ferro che sfrega su un altro metallo o qualcosa del genere.
Poi, il Vecchio, urlò dalla sua camera.
"Aiuto! La luce!".
Pareva in pericolo.
Come per magia, la paura s'attenuò (dire che scomparve è impossibile, perché non fu per niente così) e mi lanciai, armato dell'asta appendiabiti, oltre la porta, verso la camera del mio ospite.
Per una persona così gentile, ero disposto a rischiare la vita.
O, almeno, ci avrei provato.

 

Nel corridoio c'era un forte odore pungente che mi diede il voltastomaco.
La mia immediata reazione fu un conato di vomito che trattenei a stento, quindi mi diressi velocemente verso la camera del vecchio, da cui provenivano i rumori di una battaglia furibonda.
Potevo sentire il mio ospite pregare e urlare, mentre quel coro infernale continuava.
Chi urlava insieme al vecchio?
Ero convinto che, chiunque fossero, si trovassero nel corridoio, e invece non c'era nessuno.
Spalancai la porta.
Ciò che vidi mi fece venire la pelle d'oca e rizzare i capelli sulla nuca divenuta gelida: il vecchio lottava contro qualcosa che non riuscivo a vedere con chiarezza, a causa dell'oscurità.
Pareva una sagoma umana, non capivo bene cosa fosse.
Molto probabilmente, il vecchio avrebbe avuto la peggio, perché io non sapevo come comportarmi: fu lui ad urlarmi di accendere la luce.
"C'è una grossa torcia vicino al letto!", gridò con voce strozzata.
Evidentemente, la cosa lo stava strangolando.
Mi gettai a pesce con le braccia protese in avanti per afferrare la torcia, o meglio, per trovarla.
Non la trovai subito, in compenso il giorno dopo avrei avuto modo di scoprire che quel gesto atletico mi avrebbe lasciato con un paio di lividi.
Quando finalmente la impugnai, accesi il fascio di luce, puntandolo verso quella cosa.
Era davvero forte, quella torcia.
Il primo e unico particolare del misterioso aggressore fu una porzione del viso: la cosa a cui assomigliava di più era uno scheletro.
Cacciai un urlo, vedendo quella mandibola dalla carne cadente e lacerata muoversi su e giù come se cantasse.
Poi, la cosa scomparve.
Allora mi alzai in piedi, accorgendomi che ce n'erano altre, e tutte quante sparirono con la luce.
Il vecchio era nel letto, stremato.
"Grazie, signore", mi disse.
Dal canto mio, ero prossimo allo svenimento.

 

Portai il vecchio in cucina e lo feci sedere al tavolo.
Poi, su sua richiesta, mi misi a preparargli un caffè molto forte con la vecchia caffettiera.
Intanto, il mio stremato ospite, allungava la mano per prendere una fiaschetta di liquore da un cassetto, presumibilmente per correggere il caffè.
Evidentemente, voleva fortificarsi dopo la traumatica esperienza.
Sul suo volto regnava una smorfia di dolore, in totale contrasto con ciò che i suoi occhi esprimevano: tristezza, come un cane bastonato.
E forse aveva anche paura.
Non capivo, ma, d'altronde, io stesso ero traumatizzato dal fatto appena accaduto, e stentavo a credere che ciò fosse reale, invece che un incubo.
Sapete, c'era qualcosa, in tutta quella faccenda, che mi rimandava ad un sogno. C'era quella sensazione di ovatta, tipica dei sogni, che io attribuivo al fatto che mi fossi svegliato di scatto nel cuore della notte. Eppure, la paura mi aveva svegliato, oh se mi aveva svegliato; peggio di un secchio d'acqua in testa.
Il vecchio non parlò finché la caffettiera non fischiò e io gli versai il caffè in una tazza.
Non volle zucchero, solo quel liquore che teneva nella fiaschetta.
Bevve tre sorsate, quindi mi rivolse un nuovo sguardo, più deciso.
"Sono quarant'anni che scappo", proruppe subito senza indugio. Di sicuro, l'intruglio ingurgitato aveva sortito il giusto effetto.
"Mi sono nascosto invano, cercando di fuggire. Sa, la memoria delle gente comune, la gente viva, è labile. Dimenticano o perdonano in fretta, lasciando andare la preda. La vecchia storia della volpe e dell'uva. Solo pochi sanno attendere a lungo… mi scusi, sto andando fuori dal selciato".
Ghignò in maniera furtiva, quindi bevve di nuovo.
"Per spiegarle tutto ci vorrà un po' di tempo, durante il quale la prego di tenere accesa la luce della torcia e qualche candela".
Bevve ancora.
"Sa, da giovane ero uno scienziato. Sì, penso che al giorno d'oggi gli scienziati lavorino in laboratori che per noi erano solo fantascienza, ma all'epoca io ero uno scienziato. Un medico, per la precisione, facevo ricerca.
Non starò a dirle che cosa cercassi esattamente, perché, forse, si attraversa il confine con l'occultismo, almeno, all'epoca venni considerato uno stregone, oltre che un pazzo".
E tacque per un attimo.
Un attimo che mi parve un millennio, durante il quale sprofondai negli abissi della sorpresa.
Con ogni probabilità, il vecchio aveva interrotto la narrazione per vedere quanto ero interessato. Penso che fu soddisfatto della mia richiesta (mascherata da domanda) di continuare.
"Che cosa fece?", gli chiesi.
Allargò un secondo ghigno, forse feroce, nel quale lessi il suo non completo pentimento per ciò che mi stava per raccontare.
Aveva ormai finito il caffè, quindi passò a bere direttamente dalla fiaschetta.
"Ero convinto che si potesse, in qualche modo, migliorare la razza umana. Vede, mio padre era un meccanico: passava ore a spiegarmi come si potesse intervenire sulle componenti di un motore per effettuare riparazioni. O modifiche".
Smise ancora per mandare giù un altro sorso di liquore.
"Era da tempo che non bevevo", disse, "Tenevo questa fiaschetta per un momento speciale".
Poi riprese.
"Mi scusi ancora, ma alla mia età si hanno tante cose da dire, e poco tempo per dirle. Da ragazzo non capii quanto quei concetti che mio padre mi aveva spiegato, e mi riferisco a concetti base, potessero essere utili in un ambito leggermente diverso. Noi, come tutti gli animali, non siamo altro che macchine di carne; se lo tenga a mente.
Concepii questo concetto all'università, frequentando la facoltà di medicina. Non sapevo perché avevo scelto quell'indirizzo: mio padre mi aveva lasciato una grossa somma per i miei studi, e per me, figlio di operaio, la professione di medico pareva il più alto obbiettivo raggiungibile. Chissà, forse era destino.
Il mio professore di anatomia, aveva alcune teorie piuttosto insolite, e per questo non era ben visto dai suoi comprimari. Io, invece, fui affascinato da ciò che mi confidò una sera.
Tralascio tutti i particolari di come divenni suo amico, anche perché è molto semplice: quale professore degno di tale titolo non prende in simpatia un allievo che si dimostra interessato alla materia fin quasi alla mania?
Comunque, il mio docente asseriva che ci sono alcune parti del nostro organismo, che non vengono sfruttate appieno, ma solo in una percentuale ridotta. Il cervello, ad esempio".
Bevve un altro sorso, doveva avere la bocca secca.
"Ha mai sentito parlare di quegli sciamani che si praticavano fori nel cranio per aumentare le proprie capacità mentali?".
Io risposi in maniera affermativa: dovevo averne sentito parlare in qualche libro o film fantastico.
Ero affascinato da ciò che mi diceva e allo stesso tempo terrorizzato da ciò che mi avrebbe detto.
"Le assicuro che funziona, ma quella è una pratica elementare, qualcosa di molto semplice. Si tratta, infatti dell'unica tecnica che qualcuno può compiere su sé stesso.
Il mio professore aveva viaggiato per anni nell'estremo oriente e in Arabia, fingendosi filosofo, venendo a contatto con molti sedicenti stregoni. Molti di loro erano ciarlatani, oppure vittime di altri ciarlatani convinte di poter compiere miracoli, ma alla fine, trovò qualcuno che possedeva la conoscenza esatta.
Il mio professore mi mostrò gli appunti di quegli incontri, ovviamente aveva tenuto solo le rivelazioni che gli erano parse più veritiere. C'erano disegni di crani e cervelli, insieme ai quali erano riportati gli esatti punti su cui si doveva operare e dei riferimenti alla procedura da seguire. Pareva un libro di testo, solo che la maggior parte dei fogli gli era stata donata dagli stregoni stessi.
Agghiacciante e affascinante, non trova? Quei fogli erano inestimabili già solo per il loro valore storico. I riti funerari degli Egizi e le loro tecniche d'imbalsamazione erano nulla al confronto".
Pareva ancora affascinato da ciò che mi stava raccontando, sebbene potessi scorgere una vena di pentimento, nel suo tono. Era un uomo ambiguo, tormentato dalla sete di conoscenza e dalla sua morale. O forse è meglio dire "coscienza".
"Da giovani siamo meno scrupolosi di quanto lo siamo in vecchiaia. Credo che sia questo che significa crescere e maturare"; seguì un'altra smorfia amara.
"Comunque", riprese, "cominciammo a fare esperimenti: all'inizio con i criceti e animali simili, ma, con nostro sommo dispiacere, il loro sistema nervoso è diverso da quello umano, quindi dovemmo abbandonare quella sperimentazione".
Allora io intervenni: "Come, smetteste nella ricerca?".
"No", fece con tono grave il mio interlocutore, "smettemmo solo di usare gli animali. E passammo agli uomini".
Fui colto da una pugnalata invisibile. A dire il vero, per tutto il tempo, a livello inconscio, ero sempre stato convinto che il vecchio intendesse giungere a questa confessione, ma, finché non la sentii da lui stesso, questo pensiero era rimasto nel ventaglio delle ipotesi.
"In fondo era quello il nostro obbiettivo principale. La vedo sconvolta: lo posso capire, ora che ho avuto quasi mezzo secolo per rifletterci sopra, ma a quel tempo sentivo di avere a portata di mano quella che alcuni chiamano Realizzazione con la R maiuscola, insomma, quel momento di luce che tutti noi inseguiamo più o meno inconsciamente. Ed ero giovane. Lo tenga a mente lei che è ancora all'inizio della vita, è un consiglio che le do come amico e le avrei dato come padre: quando si è giovani si ha fretta, è come essere su un treno in corsa da cui è difficile scendere per chiedersi se è bene salirci sopra o meno. E il treno va avanti, quindi dobbiamo essere rapidi nel decidere.
Io rimasi su un treno che portava ad un museo di orrori. Oh, sì. Al giorno d'oggi si ricordano ancora gli omicidi compiuti da Jack Lo Squartatore o da Ed Gein, ma le assicuro che niente, ad eccezione dei campi di sterminio, può competere con quello che ho visto e fatto".
Sentivo la tensione percorrermi la spina dorsale e far scaturire dai miei pori sudore freddo come cubi di ghiaccio in Antartide; avrei voluto chiedere al vecchio di smettere, ma ero come ipnotizzato dalle sue parole, ed egli, dal canto suo, non dava l'impressione di voler smettere: aveva un grave peso sulla coscienza, e voleva scaricarne un po' raccontandone la causa a qualcuno.
"Cominciammo con i cadaveri, quelli per le autopsie che i professori eseguivano in aula, ma, molto presto, ci fu l'allarme perché uno dei nostri cadaveri era stato portato in aula. Può immaginare la caccia alle streghe che germinò nell'università, persecuzione dalla quale uscimmo indenni, soprattutto per merito del mio professore che aveva abbastanza peso nella facoltà perché fosse difficile poterlo accusare. Comunque, non potevamo continuare in quel modo. Allora passammo ai cadaveri dei cimiteri, quelli freschi. Leggevamo ogni giorno i necrologi e ci aggiravamo intorno ai cortei funebri come avvoltoi, per violare la tomba del defunto la notte stessa.
Lei si chiederà perché i cadaveri: beh, ci servivano per fare pratica! Non si può eseguire un'operazione chirurgica senza sapere bene che cosa fare, perciò, una volta trafugato il corpo, lo portavamo nel laboratorio della nostra facoltà e gli aprivamo il cranio, quindi, seguendo le indicazioni dei manoscritti, eseguivamo le delicate incisioni. Perché il cervello? Non glielo so dire con certezza: ci pareva un buon punto d'inizio.
Io, personalmente, coltivavo il glorioso sogno di guarire i paralitici o i ritardati o di poter aumentare le facoltà mentali della razza umana. Magari avremmo smesso di fare guerre o cose simili.
In fondo, in quanto medico, ero un filantropo.
I problemi sorsero quando cominciammo a fare esperimenti su soggetti viventi…".
La parola "soggetti" mi fece rabbrividire: il corpo umano visto come materiale da lavoro.
"… infatti non c'era nessuno disposto a fare da cavia. In quello stesso periodo, le strade iniziarono ad essere meno frequentate dai vagabondi. Capisce cosa intendo dire?".
Capivo benissimo: potevo vedere il mio interlocutore, con molti anni di meno e una luce di emozione negli occhi, attendere in un vicolo con un fazzoletto inzuppato di cloroformio e dietro il suo professore con un sacco nero.
"Ci furono un sacco di complicazioni e insuccessi. Ho detto che volevo guarire i ritardati, e invece ne creai altri: parecchi rimasero lobotomizzati dopo un intervento. Poi ci furono gli sfigurati, gli accecati, quelli ridotti in coma e i morti. Non risparmiavamo nessuno, uomini, donne e bambini.
Avevamo smesso di operare nella facoltà di medicina e ci eravamo stabiliti in una cascina fuori città. Il professore discioglieva i corpi nell'acido e tenevamo i sopravvissuti segregati come animali.
Io ero preda dell'eccitazione, e non riuscivo a rendermi esattamente conto di cosa accadeva.
Ricordo solo che il cuore mi batteva come un dannato per tutto il giorno e i miei sogni erano incubi indescrivibili.
Dormivo nella cascina per evitare che qualcuno ci entrasse, mangiavo a contatto con strumenti molto probabilmente infetti e non frequentavo più gli studi, poiché ero convinto di essere prossimo ad una grandiosa scoperta. Volevo i risultati. Non c'era tempo per rimorsi".
Sorrise un'altra volta con amarezza, poi finì il liquore e buttò per terra la fiaschetta. Con rabbia.
Avrei voluto interromperlo per fargli qualche domanda, ma non fu necessario, perché il vecchio era un fiume in piena.
Pareva che volesse degradarsi il più possibile.
"Le ho detto che ci furono anche dei ciechi, come risultato dei nostri esperimenti. Cogliemmo quel fatto come una, seppur triste, occasione per sperimentare qualche effetto positivo delle nostre tecniche; decidemmo quindi di rimboccarci le maniche per guarire quella disfunzione, uccidendo i pazienti o ledendo loro in maniera grave e permanente il cervello. Altri ritardati o epilettici. Questi ultimi morivano da soli, il più delle volte ingoiandosi la lingua.
Era un incubo, non facevamo nessun passo in avanti ma in compenso ne facevano a decine indietro.
La sala operatoria, allestita in quello che doveva essere il soggiorno, pareva un mattatoio, e dalla cantina provenivano i lamenti delle nostre vittime.
Le ho detto che io vivevo in uno stato definibile -confusionale-, ma altrettanto non si poteva dire del professore: egli soffriva per quello che faceva, e la mancanza di risultati non era che un grave incentivo.
Beveva troppo, mandava a monte le operazioni e via dicendo.
Alla fine impazzì".
Avvertii la nota amara con cui aveva terminato la frase; non era difficile vedere quanto fosse attaccato a quell'uomo che era suo professore, amico e complice allo stesso tempo.
E compresi anche che mi aspettava ancora un triste epilogo per quel racconto.
Epilogo che non tardò ad arrivare.
"Ero stato costretto ad incatenarlo come se fosse un animale, giù in cantina, insieme agli altri. Quella casa era un circolo degli orrori. Contrariamente a me, il professore tornava ogni sera a casa. Non era sposato e non aveva a carico nessuno, neanche un gatto, ma conosceva gente. Feci allora circolare la voce che fosse partito per un secondo viaggio come quello dal quale era poi tornato con quei maledetti scritti.
Perse la cattedra all'università, ma non credo che sarebbe mai più stato in grado di mantenerla.
Ma la sua prigionia non durò a lungo: riuscì a liberarsi e massacrò buona parte di quelli che io continuavo ancora a chiamare -pazienti-. In effetti, pativano.
Quale orrenda visione mi si presentò quando aprii la porta della cantina e vidi ciò che rimaneva delle mie povere vittime. Alcuni, me li ricordo come se li avessi stampati in testa, erano stati presi a morsi. I segni erano chiari. Il mio professore era al centro della stanza, lordo di sangue, grasso e polvere dalla testa ai piedi, curvo come una scimmia e con un'espressione animalesca sul viso. Ghignava, ghignava come uno di quei demoni che si vedono nei quadri antichi. Dietro di lui, quei pochi che tra le nostre vittime fossero ancora capaci d'intendere qualcosa, cercavano di scappare a qualcosa da cui non si poteva sfuggire.
E allora persi anch'io la testa. Raccolsi una spranga di ferro che serviva per chiudere una porta e la usai per colpire il mio professore, colpirlo continuamente, a morte.
Quindi, diedi alle fiamme tutto, compresi i sopravvissuti alla strage.
Non può immaginare come mi sentii in quel momento: da una parte sollevato perché l'incubo in cui mi ero svegliato solo da qualche minuto era finito, dall'altra volevo morire perché avevo commesso un atto osceno ed imperdonabile".
Mi sedetti anch'io.
Per tutto il tempo ero stato in piedi, immobile, ad ascoltare; ma ora le mie gambe non volevano più sorreggermi.
"Non capisco", dissi, "lei all'inizio ha detto che la gente la indicò come uno stregone ed un pazzo, ma nessuno era a conoscenza dei vostri esperimenti…".
Il vecchio mi guardò con un fare compiaciuto ma sempre triste, contento, forse, che qualcuno rovistasse nella sua miseria.
"Lei è un tipo acuto", si complimentò, "ed un eccellente ascoltatore. Lei sarebbe potuto essere un grande studioso, se non lo è già".
Seguì un attimo di silenzio, poi ricominciò: "Credo che qualcuno ne sapesse qualcosa ma non dicesse nulla. Penso che il mio professore si fosse confidato. Del resto, un simile peso è difficile da portare, e ritengo che non sia possibile diminuirlo confidandosi con il proprio complice. Comunque, poco dopo la -scomparsa- del professore, le voci cominciarono a girare, e tutte quante mi indicavano come un macellaio. Mi accusarono persino di essere l'assassino del professore, il quale aveva scoperto le mie losche trame".
Cominciò a ridere nervosamente.
"Vede l'ironia? Sono quasi persuaso dall'idea che il mio complice avesse avuto la faccia tosta di darmi tutta la colpa, mentre invece era lui a capo di tutto. Ah, gli esseri umani…"
Buttò il capo all'indietro e batté i piedi per terra, come per accertarsi che il pavimento non gli sarebbe crollato sotto i piedi.
"Prenda gli animali, per esempio: tra loro non si tradiscono. Ha mai visto un coniglio mettere nei guai un altro coniglio volontariamente? Non credo.
Fatto sta, che per un po' di tempo si limitarono a bisbigliare alle mie spalle. Oh, forse anche lei sa cosa vuol dire: lo senti quando sparlano di te, anche se tengono la voce bassa. È come se captassi i loro pensieri di odio. Lei non ci crederà, ma più volte ho pensato che in questi casi c'entri la telepatia; ritengo tutt'ora che, forse, si tratta di una di quelle parti del cervello umano che giacciono inutilizzate nella scatola cranica, le stesse parti che io scellerato cercavo di stimolare con i miei osceni esperimenti. Oh, sì, alla fine il mio professore ce l'ha fatta: la colpa, ora, è tutta mia…
Mi scusi: sono di nuovo uscito dal discorso.
Una sera, vidi le luci delle lanterne e delle torce che si avvicinavano nell'oscurità nebbiosa. Erano venuti a linciarmi, si rende conto. Ecco come la -brava gente-, chiamiamola così, si comporta con uno come me: scende al suo stesso livello. Ma loro pensavano di essermi superiori, eh sì.
Le confido che sono un gran codardo, quindi non persi tempo a mettere quattro cose in valigia, prendere tutti i soldi che avevo sotto una mattonella, e a scappare dalla porta posteriore. Non avevano pensato a questa eventualità: credevano che fossi nella mia stanza a dormire, e così sarebbe stato se…".
"Se?", feci io ormai completamente assorbito dal racconto.
"Se quelle cose che lei ha appena visto non fossero comparse per la prima volta!".

 

Alla fine eravamo giunti a quello che consideravo il punto nevralgico della questione.
Perché altrimenti il vecchio avrebbe dovuto raccontarmi del suo oscuro passato? Per confidarsi e liberarsi di un peso? Può darsi, ma quella era un'ipotesi meno plausibile, se vogliamo.
Notai che stentava a parlare di quelle cose da cui l'avevo salvato, e ne aveva visibilmente paura: dalla tempia gli stava scendendo una goccia di sudore che, ne ero certo, doveva essere gelida come il ghiaccio.
Fui io a riprendere il discorso, e il vecchio me ne fu grato perché senza il mio aiuto non sarebbe mai stato in grado di riprendere, e non era il tipo da lasciare le cose a metà.
"Che cosa sono?", chiesi io.
"Non lo so con esattezza", disse il vecchio cambiando da quella persona tutto sommato coraggiosa che avevo davanti a me fino ad un attimo prima ad un uomo in lacrime: gli scendevano dagli occhi, anche se lui non se ne accorse completamente.
"Non so cosa siano, ma so chi sono", disse tastandosi le tasche e quindi chiedendomi "Non è che ha una sigaretta? Mi pare un secolo che non fumo".
Disgraziatamente, avevo smesso l'anno precedente con mia somma soddisfazione: non sono mai stato una persona dalla ferrea tempra, quindi smettere di fare qualcosa di piacevole mi è sempre stato difficile.
"Peccato", disse, "Comunque, le ho detto che so chi sono, o meglio, chi erano: sono tutti quegli infelici che io e il mio professore raccoglievamo, per così dire, dai vicoli e dalle strade quarant'anni fa".
La cosa fu l'ennesima sberla in faccia.
Potevo credere a tutto… ma a questo?
"Lei è turbato, vero? Glielo leggo in faccia. Neanch'io credevo ai fantasmi sa? Reputavo stupida qualsiasi superstizione e credevo solo nei fatti veri della scienza. Persino alcune teorie, allora non suffragate da un numero sufficiente di prove, mi facevano storcere il naso.
E poi mi ero messo a praticare operazioni che sapevano più di rito sacrificale che di medicina. Com'è buffa la cosa!".
Tamburellava con le dita sul tavolo un motivetto che mi era famigliare, ma che non riuscivo a ricordare nella sua interezza. Era nervoso e stava cercando di mantenere la lucidità per finire il suo racconto.
"Non sono neanche sicuro che siano fantasmi. Chi ne ha mai visto uno? Quella sera in cui li vidi per la prima volta quasi non ci restai per lo spavento, poi scomparvero cancellati dalle luci delle lampade dei miei aspiranti linciatori. E, come le ho già detto, scappai. Corsi lungo i campi, parallelo alla strada, cercando di non essere scorto dalle macchine.
Quindi raggiunsi la stazione e presi il treno che andava il più lontano possibile. Giunsi all'ultima fermata, quella cittadina più a est da qui, dove, sotto falso nome, esercitai la professione di becchino e guardiano del cimitero. Che triste fine: un così promettente studente di medicina costretto a campare su quelli che si potevano definire i fallimenti della scienza medica.
E di notte Quelli venivano a tormentarmi.
Mi pareva una di quelle favole di mia nonna, in cui ci sono gli spiriti dei morti che vengono a tirare i piedi ai vivi mentre dormono.
All'inizio non erano così aggressivi come lo sono adesso: si limitavano ad urlare come ha avuto modo di sentire lei stesso e a fissarmi immobili, come se fossero avvoltoi davanti ad un animale morente.
Non so dire se fosse meglio allora o adesso".

 

Sprofondavo in una tana di coniglio.
Tutto pareva davvero un capannone degli orrori di un luna park: le torture, il massacro e i fantasmi.
Ma invece era reale: io stesso avevo visto quelle cose nella camera da letto del vecchio e sentito il loro orrendo canto.
Il vecchio riprese ancora una volta.
"Penso che sia la punizione che Dio, o qualsiasi altra cosa che regge questo mondo, mi ha voluto dare per ciò che ho compiuto.
Ha presente quell'essere che poco fa tentava di strangolarmi? Era una ragazza, una prostituta, che il mio professore attirò in un vicolo con una manciata di monete d'argento. Lei pensava che sarebbero stati soli, e invece c'ero anch'io.
Tentano di uccidermi, ma non ce la fanno: c'è qualcosa che ci divide, una sottilissima membrana. In compenso, mi torturano. Mi sembra di essere Prometeo, condannato ad essere dilaniato in eterno. Solo che lui aveva dato agli uomini il segreto del fuoco. Io avevo solo creato il grande segreto dietro la sparizione di circa duecento persone.
Duecento, si rende conto? Jack Lo Squartatore ne uccise solo sei e ancora oggi lo dipingono come un mostro. Io per quanto tempo lo sarò?".
Non sapevo cosa dire: il vecchio stava incominciando a dar di matto, o forse, a farsi semplicemente cogliere dalla tensione e dalla paura.
"Tutto ciò mi fa pensare ad un aneddoto che il mio professore mi raccontò quando decidemmo di mettere in pratica cosa c'era scritto su quei fogli: mi disse che tutti i vari stregoni, i quali gli avevano dato qualcuno di quegli appunti, gli avevano anche detto che quelle pagine portavano alla rovina chiunque cercasse di utilizzarle per uno scopo diverso dall'accendersi un fuoco. Così dissero. E noi ci ridemmo sopra, con grasse risate e del whisky invecchiato di ben cent'anni, versato per l'occasione.
Capisce ora?".
Si alzò in piedi.
"Io sono maledetto!", urlò con tutta l'aria che aveva nei polmoni, a tal punto che temetti per un attimo che morisse d'infarto.
E invece, sebbene un po' rosso in viso, era ancora vivo e vegeto ad urlare della sua miseria.
"Non è scritto anche nella Bibbia? CHI ACCRESCE LA PROPRIA SAPIENZA, ACCRESCE ANCHE IL SUO DOLORE!
Ho peccato, mi sono spinto troppo oltre, e fino ad oggi ho sempre pensato che non ci fosse rimedio, tranne…", mi guardò con uno sguardo feroce.
Per un attimo tremai al pensiero che il mio ospite volesse riprendere le antiche abitudini. Chissà perché questo pensiero.
Di certo, il vecchio non voleva che un altro spettro venisse a tirargli i piedi mentre dormiva.
"Tranne lei!", concluse puntandomi il dito tremolante per la contrazione nervosa.
Quindi, mi venne incontro, parlandomi piano, con una tranquillità fuori luogo e un tono supplicante.
"Lei deve uccidermi", mi disse, "Non possono continuare a torturarmi, se anch'io sono morto. È un gioco che può durare solo finché io sono in vita".
Prese un lungo coltello da un cassetto e me lo schiaffò in mano, stringendo le mie dita intorno al manico e facendomi male.
"Lei mi è stato mandato da Dio, evidentemente ha pensato che io ne abbia avuto abbastanza. Non capisce? Lei stesso ha detto che la sua macchina funzionava perfettamente finché non si è fermata in mezzo al bosco. E nonostante la sua decisione di proseguire per un'altra via, lei è giunto comunque qui. Lei è un inviato del Signore".
Mi fissava con degli occhi scintillanti. Ero spaventato, quindi, balbettando, dissi l'unica cosa che potessi dire: "Questo… questo è impossibile…".
"Lo sa anche lei che le vie del Signore sono infinite. Ciò che a lei pare insensato è logico nel SUO disegno!".
E poi ancora.
"Una volta non credevo in Dio, ma in questi ultimi quarant'anni sono cambiato, E Lui deve averlo notato, e ha mandato lei a salvarmi. La prego, non lasci che mi prendano.
QUESTO È IL SUO SCOPO!".
Si buttò contro di me, sul coltello che stringevo inconsciamente in mano. La lama penetrò nel suo petto fino al manico. Molto probabilmente la punta era uscita dalla schiena. Mi pare che una cosa simile, fatta però con la spada, fosse un metodo di suicidio usato nell'antichità.
Il pavimento si riempì di sangue.
"Grazie", mormorò il vecchio mentre dell'altro liquido rosso gli sgorgava dalle labbra e bagnava il suo volto secco.
Cadde con un tono sordo, il coltello piantato nel petto.
E io rimasi lì a guardare. Ma non vidi solo il corpo di un vecchio, poiché, non appena l'uomo esalò l'ultimo respiro, la torcia si spense e piombai nel buio.
E allora quelli comparvero.
Si riunirono a formare quasi un anello completo intorno al vecchio.
Non erano in trecento, ma questo non doveva contare.
Ora che potevo vederli in faccia, non potei che provare un disgusto maggiore rispetto all'ultima volta: erano semitrasparenti e grigi, con la pelle dilaniata e i crani trapanati come aveva detto il vecchio a proposito dei suoi esperimenti.
Non fluttuavano come si è soliti pensare; in compenso, erano ricoperti da sangue rosso fuoco e ghignavano come scheletri, ai quali assomigliavano parecchio.
Parevano tante Danze Macabre.
Ma il vero orrore giunse quando vidi il fantasma del vecchio alzarsi dal corpo come una qualsiasi persona si alzerebbe dal letto di mattina.
Che sorpresa erano lì ad attenderlo.
Le sue vittime, che fino ad allora erano rimaste inspiegabilmente mute, ringhiarono all'unisono e gli si gettarono addosso, mordendolo e dilaniandolo con le unghie delle loro orrende e scheletriche mani.
Ecco qual era la "membrana" che li divideva: il fatto che lui fosse vivo e loro No.
Per quarant'anni egli era riuscito a sfuggire alla loro vendetta semplicemente rimanendo vivo. E ora, credendo di poter essere liberato era finito invece nella tana nel lupo.
Credo proprio che ci sia davvero un ente supremo a governare tutto, e a quest'entità non manca il senso dell'umorismo.

 

Quand'ebbero finito con lui, le cose si rivolsero verso di me, fissandomi con lo stesso sguardo che il gatto usa con un topolino e incominciarono a ridere.
Era una risata stridula, che mi gelò il sangue nelle vene come e peggio della loro "canzone".
Scappai attraverso una finestra e corsi per i campi, parallelo alla strada.
Fui raccattato dallo sceriffo il mattino dopo sul tardi e portato in paese.
Mia sorella aveva messo in allarme tutte le principali forze dell'ordine, addirittura i postini.
Mi riportarono a casa.
Non ho mai detto che cosa mi capitò davvero quella notte. Tempo dopo, forse una settimana, lessi che il corpo ormai decomposto del vecchio era stato ritrovato con un coltello piantato nel petto.
Non ci volle molto perché attribuissero l'omicidio ad una banda di ladri, magari molto giovani.
È una cosa che si sente spesso.
Tutto è filato liscio fino a mezz'ora fa.
Ero nella mia camera, come ora, solo che era mezzanotte.
Ho sentito una risata stridula e una canzone orrenda.
Pareva che qualcuno stesse sfregando del metallo su dell'altro metallo.
E ora ho paura.

Emiliano Ranzani