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FINALMENTE LIBERI

 

ella semioscurità di quella fetida baracca il corpo del capitano Tanner è scosso dall'ennesimo, violento colpo di tosse: "Robinson, ti prego, dammi un po' d'acqua". Fred Robinson ubbidisce, porgendogli la gavetta che era stata legata alle sbarre della finestra per raccogliere qualche goccia di pioggia. Fred è qualcosa in più di un semplice aiutante di campo per il capitano Tanner: fra i due si era instaurato subito un rapporto di reciproca stima che aveva conosciuto, nonostante le atrocità della guerra, anche dimostrazioni di sincera e leale amicizia. Neppure la terribile esperienza in un campo di prigionia delle SS avrebbe potuto far venire meno il giuramento di fedeltà che il soldato Alfred J. Robinson aveva prestato al suo superiore. Ma le condizioni di vita in quei baracconi sono comunque allucinanti: a dispetto delle leggi che impongono un trattamento più dignitoso per i prigionieri di guerra, la fame e le malattie avevano falcidiato il numero di soldati americani reclusi in quel lurido lager infestato dai pidocchi e flagellato, come molti altri, da un'epidemia di tifo.
In tanta desolazione i prigionieri statunitensi conservano però un barlume di speranza: dai discorsi delle SS, quei soldati che sanno qualche parola di tedesco hanno capito che il nazismo sta per crollare; le truppe alleate sono ormai vicine e la liberazione sembra imminente. Robinson si avvicina al suo comandante e gli sussurra: "Coraggio, capitano! Ha sentito quello che dicevano gli altri? Stanno venendo a liberarci, ormai è solo questione di ore. Non può mollare proprio adesso!". Tanner, divorato dalla febbre, tenta di sorridere ma il suo volto si contrae in una tragica smorfia. Scosso dalle convulsioni, di lì a poco il capitano Tanner perde conoscenza. Udite le grida dei soldati americani, entrano due SS e, viste le condizioni dell'ufficiale americano, lo fanno portare via in barella, stendendogli sopra alla meno peggio una sudicia coperta.
Fred sente dire ad uno dei due: "Er ist tot". Non capisce bene il tedesco, ma l'ultima parola ha imparato a comprenderla. Per il coraggioso capitano Tanner è dunque la fine? Fred Robinson trattiene a stento le lacrime, ma l'urlo del sottufficiale nazista lo scuote: uscendo da quella fatiscente baracca, l'uomo con la divisa delle SS vomita addosso ai prigionieri americani tutto il suo disprezzo gridando "Schweine! Alles kaputt!".

 

Sono passate meno di quarantott'ore e all'interno del campo di prigionia domina il caos. È un fuggi fuggi generale, gli ufficiali delle SS stanno abbandonando il lager in tutta fretta portandosi dietro quanto è possibile, ma la loro precipitosa ritirata ha un inequivocabile significato: gli Alleati sono ormai alle porte. Fred, che con devozione quasi filiale aveva assistito il capitano Tanner, sta male: colpito anch'egli dalla febbre tifoidea, è attraversato dai brividi e avverte le forze venirgli meno. Nel frattempo anche l'ultimo soldato nazista ha ormai abbandonato il campo di prigionia: mentre alcuni reclusi fanno appello alle loro residue forze ed escono dalle baracche in attesa dell'arrivo delle truppe amiche, Fred Robinson è davvero allo stremo e tenta un ultimo, disperato sforzo. "Devo farcela, devo resistere, non posso cedere proprio ora che la libertà è a un passo!", ripete a se stesso come per farsi coraggio. All'improvviso tutto sembra girargli vorticosamente attorno, poi il buio: Fred crolla esausto, col viso per terra, poco prima che i mezzi dell'esercito alleato arrivino nel lager. La scena che si presenta agli occhi dei liberatori è raccapricciante: ai soldati americani non rimane che separare i vivi dai morti, avviando urgentemente i primi verso il sanatorio più vicino ed adoperandosi per dare una degna sepoltura agli altri.

 

Finalmente Fred Robinson riapre gli occhi: è sdraiato in un letto dalle candide lenzuola, mentre dalle bianchissime tende filtra un sole radioso; gli si avvicina un uomo dal camice immacolato che gli dice: "Ben svegliato, Robinson!". Seppur ancora stravolto, Fred nota sul camice dell'uomo le mostrine ed i gradi di ufficiale medico dell'esercito americano. "Dove sono? Che è successo?", chiede Fred. "Non tante domande, soldato!", gli dice il medico con tono asciutto: "La lascio in compagnia della signorina, io devo continuare il mio giro per visitare i nuovi arrivati". In quel momento entra una bella ragazza dai capelli chiari e dagli occhi verdi: dice di chiamarsi Louise e veste un'uniforme da crocerossina. Gli sorride. Fred le domanda. "Che... che cosa è successo?".
"È successo quello che tutti noi attendevamo!", rispose Louise. "Il III Reich è crollato, la guerra è finalmente finita! Nonostante tutto alla fine abbiamo vinto!". Fred si sente quasi mancare per l'emozione: la guerra è finita per davvero, ancora un po' e, una volta ristabilitosi, potrà finalmente fare ritorno in America dai suoi cari.
"Non riesco a crederci!", dice pensando ad alta voce. "Tra poco saremo tutti a casa!". L'infermiera lo fissa con un sorriso al tempo stesso dolce e struggente; lì per lì sembra quasi asciugarsi una lacrima, poi dice: "Mi scusi adesso, ma devo proseguire".
Fred si sente al culmine della felicità: sarà stata la gioia per la notizia che ha appena ricevuto, ma ora è come se la stanchezza e la debolezza lo avessero improvvisamente abbandonato. A un certo punto, ancora ebbro di allegria, vede affacciarsi sull'uscio della stanza una fisionomia conosciuta: Timothy Magilton, un commilitone arrivato in Europa assieme a lui e che era stato poi mandato a combattere sulle Ardenne.
"Tim!", disse Fred. "Che ci fai qui?".
"Quello che ci fai anche tu, immagino!", rispose Timothy superato il primo attimo di imbarazzo. Poi aggiunse. "Sai, in realtà io mi trovo qui già da un bel po', poi ho saputo che eri arrivato anche tu, e così...".
Abbracciandolo, Fred gli dice: "Oh, Tim, è fantastico! Ci pensi? Ancora un po' e potremo tornare a casa!".
Magilton lo guarda con un'espressione triste e mormora: "Già... a casa...", stringendosi nelle spalle. Un'ombra di malinconia si dipinge sul suo viso, e subito dopo Tim si allontana dicendo: "Scusami Fred, ma devo lasciarti. Però ti prometto che tornerò a trovarti al più presto, okay?".
"Okay, amico mio!". Uscito Timothy, Fred si getta sul letto fissando le bianche, spoglie pareti della stanza con un indefinibile sorriso. Questa sporca guerra è finalmente finita, tra poco egli potrà fare ritorno a casa, provato nel corpo e nello spirito, segnato dalla lunga prigionia, dagli stenti e dalle malattie ma finalmente libero!
Improvvisamente, quasi dal nulla sembra materializzarsi un viso a lui ben noto: incredibile a dirsi, è proprio quello del capitano Tanner! Anche lui, come Tim Magilton e lo stesso Fred, indossa una casacca bianca, evidentemente il pigiama che l'ospedale militare dà in dotazione ai degenti.
"Capitano!", esclama Fred. I due si stringono in un lungo, commovente abbraccio, poi Fred rompe il silenzio: "Capitano... Ce l'abbiamo fatta! È finita! La guerra è finita!".
"Sì, Robinson, ce l'abbiamo fatta! Finalmente è finita!", gli risponde l'ufficiale stando ancora abbracciato a lui.
"Non credevo di rivederla ancora vivo, signore!", dice Fred. "Quel giorno, quando i tedeschi l'hanno portata via dalla baracca, ero convinto che lei fosse morto". Il capitano Tanner sospira profondamente senza rispondere, anche perché ormai Fred Robinson, visibilmente euforico, è un fiume in piena. "Appena tornerò a casa, voglio andare a pescare le trote nel torrente dietro casa mia come facevo prima di partire per la guerra! E lei cosa pensa di fare per prima cosa, capitano?". Tanner lo fissa dritto negli occhi, poi dopo un breve attimo di silenzio scuote la testa e dice: "Oh, Fred, non hai ancora capito?".
"Capito cosa, signore?".
"Fred, nessuno di noi tornerà mai a casa! Noi resteremo qui per sempre!".
Fred, come attraversato da un fremito, comincia a tremare nervosamente: "Qui... dove? Che significa? Perché non dovremmo tornare a casa?".
"Non torneremo a casa semplicemente perché per noi non c'è più alcun posto dove andare! Fred, le persone che vedi in questo luogo non sono semplici soldati: sono state anch'esse vittime delle atrocità di questa sporca guerra. Come me, come te, come milioni di altre persone: tutti morti per mezzo delle pallottole, delle bombe, delle malattie. Uccisi dalla follia dell'uomo. Perciò ti dico di non avere paura, presto non avrai più nostalgia di casa; adesso ci troviamo in un mondo nuovo, migliore: un mondo senza guerra, finalmente liberi!".

Siro Palladino