FIGLIO DI UN SOLE NERO

 

ussai più e più volte senza ricevere risposta alcuna.
Il gelo mi attanagliava i sensi, fin quasi a stordirli, anestetizzandoli.
<<Ben altro mi salverà dal dolore di questa esistenza!>> pensai, e dal cervello un brivido corse lungo la schiena. Un presagio? No, nulla di più lontano dalla libertà avrei trovato in quel luogo spento ma solo un'altro pesante fardello a cui far posto nella mia coscienza.
L'abitazione si stavagliava netta nel cielo invernale, in una posa di viva dignità, nonostante il Tempo avesse ormai fatto il suo corso tra quelle mura. Gli ultimi raggi di sole cedevano il posto alla notte, in un rito che si consuma fin dalla nascita di ogni cosa ma questa sera, vi era un odore diverso nell'aria, odore di tempesta, odore di morte.
Dalle finestre trasudavano goccie di oscurità che, lente ed inesorabili, colavano lungo i muri di cemento, disegnando strani tarocchi.
Anche la sera bussava a quella porta ma nonostante la Sua illustre presenza, nessuno si faceva avanti nell'aprire.
Non c'era nessuno in casa. Lo capii dal camino: non usciva fumo e in una giornata così fredda non è immaginabile che qualcuno si neghi volontariamente della dolce compagnia di un fuoco, avendo la possibilità di accenderne uno.
Un altro discorso va fatto per quelli della mia razza, che per ogni notte d'inverno superata ringraziano il Cielo. Barbone, senzatetto, rifiuto, ho diversi nomi, a seconda delle persone che incontro, ma quel giorno non ero l'unico in questa triste città ad elemosinare un riparo, un aiuto. Il gelo guidò la mia mano nel girare la maniglia, nel violare l'intimità di quei luoghi: avevo bisogno di un riparo per passare la notte. Spinsi ed entrai, con passi calmi e misurati cercando di non far rumore, nonostante fossi sicuro che nulla di vivo abitasse quelle stanze.
Nonostante fossi sicuro che gli unici inquilini di quella casa fossimo io, il buio e il freddo, sentivo distintamente una quarta presenza, indistinta e sfuggevole

 

il Ricordo?

 

per questo camminai tentando di non far rumore.
Conoscevo storie sui luoghi disabitati e nei segreti antri del mio cuore temevo di svegliare gli antichi fantasmi che giacciono acquattati, rannicchiati, negli angoli polverosi delle abitazioni abbandonate.
Loro attendono.
Attendono che qualcuno lenisca le loro ferite, attendono di poter condividere con altri le loro colpe, i loro dolori perché essi sono condannati ad essere soli, a consumarsi lentamente, come i luoghi ove risiedono, per l'eternità.
Da molto tempo nessuno calpestava quei pavimenti,

 

(mesi, anni, secoli, vite? Quale importanza può avere?)

 

da molto tempo nessuno respirava l'aria di quella dimora ma nonostante questo, girai per quelle stanze buie ed impolverate per minuti che sembravano anni, alla ricerca di qualcosa che nemmeno io conoscevo, che nemmeno io potevo immaginare.
Sentivo il richiamo di una voce sconosciuta, che nel suo malinconico suono mi spinse con follia fin davanti a quella porta.
Era socchiusa e il suadente richiamo, che dapprima avevo percepito come un sussurro, ora si trasformava, diventando un urlo straziante.
Da quella piccola apertura usciva un grido, un grido disperato, un grido lacinante, un grido silenzioso, muto e sordo.

 

porte socchiuse su gelide stanze

 

Vissi secondi di cieco terrore ma la mia mano si protraeva verso quell'uscio, spinta da un volere invisibile, dai fili del destino, come aveva fatto alla mia entrata in quel luogo, allora per causa del gelo, ora per motivi sconosciuti.
Spinsi e lo vidi.
Non solo i fantasmi soffrono in questi luoghi. Non solo i vivi si sentono soli ed io non ero l'unico in cerca di aiuto quel giorno.
Le pareti di quella stanza raccontavano una triste storia, come anche facevano le pagine strappate di un diario, che giacevano dappertutto sul pavimento. In quel posto abbandonato, tutto parlava, bastava saper ascoltare.
Mi feci spazio tra i volti abbozzati, istantanee di un tempo che non ritornerà e che ormai riempivano il pavimento, in una sorta di grottesco collage, stando attento a non ferirmi con le cornici spezzate, con quei stessi volti.
E parlai.
Parlai tutta la notte con l'impiccato.

Stefano Pradel