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INCONTRI INCONSUETI

Cazzo...

 

ra tardi e nonostante per lui fosse periodo di vacanza era davvero ora di andare a letto. Spense svogliatamente il computer e si diresse verso la porta. Uscendo dallo studio si tirò la porta dietro e, spinto dal solito languorino notturno, deviò la marcia verso la cucina.
Dopo aver agguantato qualche schifosa merendina confezionata e una tazza di cappuccino liofilizzato, lasciò la stanza per recarsi finalmente a letto.
Ogni volta che si trovava sul punto di dover alzare il piede per salire il primo scalino sentiva un brivido giù per la schiena. Il buio alle sue spalle e la consapevolezza di essere solo in quel piano della casa gli trametteva qualcosa di indescrivibile. Sapeva di essere solo. Sapeva che nessuno poteva trovarsi alle sue spalle ma non riusciva a non guardare con la coda dell'occhio verso il centro del salotto che rimaneva dietro di lui. Ogni volta che saliva quelle scale. Ogni volta che le scendeva. C'erano troppi pertugi in cui si sarebbero potute intravedere facce o sagome o ombre. Se lo sentiva alle spalle. In piedi accanto al mobile, davanti alla finestra.
La sagoma si confondeva con le piante e con la sua stessa ombra proiettata sulla tenda. Era sempre lì che osservava, spiava. Lo potevi intravedere guardando giù dalle scale, per quella finissima tromba. Si confondeva con la ringhiera in legno, ma potevi sentire che c'era. I passi risuonavano spesso per la casa a qualsiasi ora, e i rumori del legno delle porte si confondevano con quelli prodotti da lui. La scala della soffitta che scricchiolava. Il cane che spesso fissava immobile le scale. Spesso abbaiava. Spesso fuggiva a rintanarsi dietro le gambe dei padroni senza un motivo apparente. E chi sa dire se le voci che sentiva distintamente di notte fossero state dei vicini oppure no.
Quando avvenne il contatto lui era influenzato. Girava per casa in pigiama. Ebbe il solito brivido salendo le scale e, come al solito, d'istinto si voltò. Lo vide CHIARAMENTE in fondo al salotto dove sempre se l'era immaginato; ma la sagoma era ben definita, non come nelle sue fantasie. Si ghiacciò. Non riusciva a muovere un muscolo.
La sagoma restava ferma. L'unica lampadina accesa cominciò a lampeggiare all'impazzata. Nello stesso momento da quell'ombra provenne una specie di lamento che incrociava una A e una O in un suono cupo quanto insensato.
La lampadina lasciava più momenti bui che illuminati e il suono aumentava. Lui non poteva fare null'altro che tremare. Ad un tratto il salire del lamento arrivò al culmine ma prima di placarsi ci fu un attimo di buio totale. In quell'attimo di colpo il suono non proveniva più dal fondo della stanza ma era proprio accanto al suo orecchio. Si sentì strattonare in direzione delle scale che portavano nel seminterrato.
In quel momento la luce tornò a lampeggiare. Fioca e bluastra. Marco aprendo gli occhi si rese conto di essere nella sua camera e riconobbe qella strana luce come il segnale orario che lampeggiava sul display dello stereo. Era sudato. Pensò di alzarsi e spegnere i termosifoni ma era troppo stanco per farlo , come era troppo stanco per pensare a quello strano sogno. Si limitò ad esclamare <<Cazzo ...>>, con la voce roca e sibilante. Poi, dopo un grosso sorso d'acqua, non fece altro che rimettersi su di un fianco e chiudere gli occhi cercando, nel dormiveglia, di non pensare a chi sarebbe potuto esserci sotto al suo letto o a quella figura che si delineava dietro la libreria ogni qualvolta il lampeggiare dell'orologio rischiariva la stanza.

Apri!

 

Scrisse il titolo solo alla fine, come faceva sempre. Era davvero tardi, proprio come aveva descritto nel racconto. D'altraparte l'autobiograficità era una caratteristica dei suoi scritti. In tutto ciò che raccontava metteva del proprio. Mescolava la fantasia con i ricordi e le sensazioni degli stessi momenti in cui scriveva fino a provocarsi una reazione emotiva che si avvicinasse il più possibile alle sensazioni che avrebbero dovuto vivere i protagonisti delle sue storie.

 

<<E ora chi esce da qui ...>>, disse tra sè fissando la porta. Prese un pò di coraggio e la aprì dopo aver spento il pc. Una volta fuori si bloccò. Guardò verso il fondo del salotto rigurgitando tutte le sensazioni che aveva già infilato in quel video. Sapeva di dover cambiare la storia. Non poteva andare verso la cucina come nel racconto. Fece quello che si fa solo quando la paura pompa abbastanza adrenalina nelle vene, si diresse verso il punto da lui descritto come quello in cui sarebbe dovuta apparire la sagoma scura.


Camminando si guardava intorno, ma senza mai lasciarsi sfuggire la destinazione dal quadro visivo. Accese la luce. La stanza non era così vuota come si immaginava di trovarla. Le tende bianche, una a destra, una a sinistra e una di fronte erano più rigonfie del solito. Senza nemmeno pensarci sù si diresse verso la più vicina, quella alla sua sinistra, lanciando delle veloci occhiate alle altre. La aprì velocemente afferrandola con le mani, senza far uso della cordicella apposita. Niente. Accese anche la luce della terrazza per vedere meglio fuori. Niente. Si voltò e camminò verso la seconda finestra. Continuava a gettare occhiate all'ultima tenda, quella che in principio si era trovato sulla destra. Era la più gonfia delle tre. Arrivato davanti alla seconda finestra aprì con uno scatto la tenda. Ancora niente. <<Ora tocca a te>>, sussurrò tra i denti. Si avviò verso l'ultima finestra. Con i muscoli meno tesi per la scarsa fiducia nelle proprie paure dopo i risultati avuti con le altre due tende. Accese la luce esterna. Afferrò i due drappi bianchi e spalancò le braccia. Niente di nuovo tranne il fatto che premendo l'interruttore aveva spento la luce che probabilmente era già accesa prima del suo arrivo.
Mentre stava per lasciare andare la tenda la sua attenzione fu attratta da qualcosa. Accostò la faccia al vetro della portafinestra per vedere meglio fuori. Nel buio del giardino retrostante la casa, distingueva qualcosa di scuro che si confondeva con le ombre. Il pensiero della sagoma oscura del suo racconto non lo scalfì minimamente.
Appoggiò la testa al vetro. In fondo era un tipo abbastanza concreto. Strizzò gli occhi per mettere a fuoco. Nella sua materia grigia c'era stampata la frase <<sono cose che succedono solo agli altri>>. Il cuore perse un colpo ma la parte razionale prese il sopravvento. Non poteva essere una sagoma umana quella in mezzo al giardino. Al massimo un ladro!
<<Chiccazzo..?!>>, disse, stavolta a voce alta. Allungò la mano verso l'interruttore. Lo premette. Quando la luce si accese sentì una strana voce: <<Apri!>>, e si ritrovò faccia a faccia con qualcuno che si trovava al di là del vetro. La faccia attaccata alla finstra proprio davanti alla sua. Una figura incappucciata sbalordita quanto lo era lui e quasi più terrorizzata. Se non fosse stato per qualche millimetro di vetro si sarebbero toccati.
Marco si gettò indietro fino a sbattere contro il tavolo.
S'infilò la felpa sopra il pigiama mentre fuggiva in cucina. Agguantò una specie di grosso mattarello in legno molto simile ad una mazza da baseball, e si precipitò fuori dalla portafinestra della cucina spinto più dalla paura che dal coraggio.
Niente. Non c'era niente. Niente davanti alla finestra di un attimo prima. Niente intorno.
Si voltò istintivamente verso il punto dov'era apparsa per la prima volta quella sagoma scura. Nienta nemmeno lì. Nonostante le luci fossero tutte accese rimaneva una gran porzione di giardino in ombra. Dopo essersi infilato il cappuccio della felpa per il freddo, si avventurò verso i punti più bui, allontandosi di un paio di metri dalla luce. Mentre frugava nell'ombra la luce della finestra dalla quale aveva visto la sagoma si spense. Pensò ai suoi genitori che, svegliati dal rumore, erani forse scesi a vedere. Tornò verso la portafinestra di cucina dalla quale era uscito. In lontananza pareva chiusa. Camminado l'occhio gli cadde di nuovo sulla finestra da cui tutto era iniziato. C'era qualcuno con il volto appoggiato al vetro che guardava fuori.
Si fermò in piedi in mezzo al giardino fissando quello che era certo essere suo padre. Marco aveva in faccia un espressione che voleva far capire al genitore <<idiota mi hai chiuso fuori>>. Si accorse che la sua espressione non lo avrebbe sicuramente aiutato a rientrare in casa considerato che suo padre non ci vedeva molto.
Si avvicinò alla finestra fino ad avere la faccia davanti a quella di suo padre che, infastidito dall'effetto specchio del vetro accese la luce esterna.
In quel momento Marco intonò a voce alta e chiaramente irritata un <<Apri!>> che gli si strozzò in gola. La faccia che aveva di fronte non era quella di suo padre bensì la sua ... più giovane di 5 minuti.

 

Marco spense il pc e si diresse senza pensarci troppo verso il proprio letto.

Marco Buzzini