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opo diversi tentavi l'avevamo scoperto. Sì, il tesoro sepolto nella cripta di S. Eusebio era ormai tornato alla luce. Già la scoperta della fantomatica camera sepolcrale, sepolta diversi metri sotto terra ed accessibile solo attraverso un condotto sotterraneo, era da considerasi una vittoria. Avevamo fatto diversi sopralluoghi, avevamo con noi vecchie carte catastali e militari e ricerche molto accurate tratte da vecchi libri, ed avevamo parlato con alcuni degli abitanti di quel paese. Tutti sapevano della leggenda, ma nessuno era a conoscenza di nulla di preciso.
L'interesse generale che nutrivamo per quella storia si stava spegnendo ed avevamo già preso in considerazione più volte la decisione di rinunciare alla ricerca per dedicarci ad un'altra. Ma proprio quel mattino, mentre ci addentravamo tra i resti di quella vecchia abbazia, accadde tutto, tutto così in fretta.
Di quell'abbazia, descritta in antichi manoscritti dell'epoca del massimo della sua potenza e del suo splendore, restava ben poco. Le alte guglie, il campanile e le due snelle torri che puntavano verso il cielo erano già crollate decenni prima. I bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale l'avevano poi distrutta del tutto. Solo pochi muri restavano in piedi ed erano, ormai, diventati parte di quella distesa di rampicanti e di rovi che li avvolgeva. Il muro più alto non superava i due metri ed il tetto non era più distinguibile dall'ammasso di mattoni e di tegole crollate che spuntavano tra i cespugli.
Avevamo visitato quel posto almeno sette volte, pensando che da lì si potesse accedere alla cripta del santo, sempre trascurando un particolare che quella volta, per fato o per casualità, notammo. Il terreno, in prossimità del campanile, delle cui fondamenta rimaneva solo una debole traccia, presentava rigonfiamenti piuttosto anomali. Decisi e disposti a scavare tutto il giorno lungo il perimetro, iniziammo proprio intorno a quella collinetta così innaturale. Dopo avere spostato un'enorme quantità di terra, la lama del badile urtò contro qualche cosa di solido. Si trattava di un ingresso murato. Dal tipo di mattoni usati per chiudere quel varco che portava all'interno di quella collinetta, molto simile, tra l'altro, all'ingresso di un più recente acquedotto, riuscimmo a valutarne il periodo intorno all'anno mille e duecento. Quei vecchi mattoni di pietra avevano custodito quel segreto per quasi ottocento anni. Era proprio quello l'ingresso ai locali sotterranei che cercavamo, e non andava ricercato all'interno delle mura della chiesa, ma all'esterno del campanile. Grazie ad un piccone ed ad altri strumenti appropriati riuscimmo in poche ore ad aprire un varco tale da permettere il passaggio ad una persona, seppure con qualche difficoltà. Dal vicino paese non giungeva alcun segno di vita e così proseguimmo nel nostro lavoro.
Avevamo previsto, lungo la strada che portava ai resti di quell'abbazia, due persone, munite di radio, pronte ad avvisarci dell'eventuale passaggio di qualcuno. Durante l'arco di tempo impiegato per sfondare quella parete si avvicinò solamente un contadino, a meno di cento metri da noi, intento a guidare il suo potente trattore, senza che si accorgesse di noi. Roberto fu il primo ad entrare. All'interno di quella collinetta c'era una piccola stanza, contenente una scala che scendeva al livello delle fondamenta della chiesa, e più sotto ancora. Illuminò con una torcia elettrica molto potente i gradini, che gli parvero solidi. Sceso per almeno dieci metri, trovò il sepolcro del santo. Posta su di una serie di pilastri vi era una teca di vetro, trasparente ma leggermente opaco, contenente la salma mummificata del santo, vestita da abiti sontuosamente lavorati. Ma il vero tesoro non stava nelle pietre preziose cucite sul suo mantello, o nell'oro che gli avvolgeva il collo rinsecchito. Era fuori da quella teca, per nulla impolverato. Si trattava di un piccolo forziere, nell'angolo opposto di quella stanza dalla bizzarra forma di trapezio allungato. Sulle pareti erano affrescati angeli ed altri elementi religiosi, tipici dei sepolcri medioevali. Con un colpo secco fui in grado di far saltare la serratura dello scrigno.
Aprendo il coperchio e dirigendovi il fascio di luce della torcia vidi, con Roberto, un'infinità di piccole pietre preziose, miste a croci d'oro di tutte le dimensioni, che erano a loro volta sovrastate dal leggendario topazio azzurro di S. Eusebio. Una pietra grande come un pugno e pura in ogni suo punto. Il tesoro l'avevamo trovato. Ora dovevamo andarcene al più presto per evitare incontri con altre persone.
Mentre, guidando la risalita lungo la scala, reggevo la maniglia anteriore di quello scrigno, sorretto dall'altra parte da Roberto, attraverso le radio i nostri compagni ci avvisarono dell'arrivo di qualcuno. Ci sbrigammo ad uscire da là sotto, sebbene il peso non indifferente di quel forziere ci facesse scivolare sui gradini umidi e lisci, consumati dall'erosione del tempo. Usciti all'aperto, dopo un breve attimo di abbagliamento per via della forte luce diretta del sole, decidemmo di nascondere il tesoro insieme agli attrezzi e di scappare via. Riuscimmo a nascondere tutto abbastanza velocemente da non farci scoprire da quelle persone che, vedendo due automobili nuove, non di quelle conosciute del paese, avevano deciso di chiamare le forze dell'ordine.
Sul luogo rimase solamente la breccia da noi aperta nel muro, comunque abbastanza nascosta dalla conformazione naturale del terreno e, tra gli alberi della vicina boscaglia, il tesoro con gli attrezzi. Tornando a casa, in auto, ci domandammo quando e se saremmo riusciti a recuperare la nostra roba. Sebbene la sera stessa fosse davvero troppo presto, decidemmo che ogni giorno che sarebbe passato avrebbe costituito un grande pericolo che qualcuno trovasse sia il tesoro che gli attrezzi da scavo, e che quindi, coperti dall'oscurità del crepuscolo, saremmo tornati nove ore dopo. Il piano era di passare con l'auto, cercando di capire se vi era gente nei dintorni o un posto di blocco sul luogo dove eravamo certi avessero trovato almeno il muro sfondato. Due di noi sarebbero scesi a recuperare almeno lo scrigno, mentre l'auto faceva inversione di marcia a luci spente.
Tutto andò piuttosto bene fino a che io e Roberto scendemmo dall'auto. La luce interna, accesasi aprendo la portiera, ci ricordò quanto male organizzati fossimo. Lo stesso valeva per la luce della retromarcia, bianca e splendente. Superato l'imbarazzo iniziale, corremmo in direzione della boscaglia, illuminando il meno possibile il terreno davanti ai nostri piedi. Quello che mi colpì immediatamente fu come le stelle si vedessero bene in piena campagna al buio della notte. I nostri passi erano davvero troppo rumorosi, mentre nemmeno i grilli si sentivano cantare. Vedendo, lungo la strada principale, i fari di un'auto, ci gettammo a terra rimanendo immobili per diversi istanti. Avevamo progettato di impiegare due minuti per scendere dall'auto, recuperare il tesoro e risalire. Ne passarono sette. Sette lunghissimi minuti anche per Antonello che ci aspettava a luci spente in auto.
Nel passare accanto ai resti dell'abbazia sentimmo dei suoni provenire dalla cripta. In un primo momento non riuscii a distinguerli, ma poco dopo li riconobbi chiaramente. Era una musica. Tetra e lugubre, composta da toni bassi e lenti. Ripetitiva. Ossessiva. Sebbene il terrore che vi fosse qualcuno pronto ad accenderci una torcia in faccia fosse immenso, ci avvicinammo lentamente alla breccia che quello stesso mattino avevamo aperto. Quella musica diabolica proveniva proprio da là sotto. La distinguevamo molto bene. Il volume era debole, appena udibile, ma nel nostro cervello il ritornello era chiaro. Chi poteva esserci là sotto? Ci avevano scoperto? Ci avrebbero scoperto? Cosa dovevamo fare? Muovendo lentissimi passi ci dirigemmo verso i nostri attrezzi abbandonati.
Fortunatamente il tesoro era ancora là, coperto da erba e foglie, ai piedi di un albero, accanto ad un cespuglio. Raccogliemmo solo lo scrigno, lasciando il piccone, la vanga e gli scalpelli al loro posto. La musica aumentò d'intensità. La suggestione della notte, le civette che volavano nella nostra direzione, spaventate forse da qualche cosa nei pressi della cripta, il peso dello scrigno, il fango e l'erba scivolosa, il buio, i rami pieni di spine che ci graffiavano le mani ed il viso, i fari delle auto che correvano lungo la statale, tutto contribuiva a creare un effetto irreale.
Vedendo il bagliore della nostra torcia avvicinarsi, Anotello iniziò a venirci incontro, sempre a fari spenti. La musica ora era forte, rimbombava nelle nostre teste ed era chiaro che non era la musica della paura generata dal nostro subconscio. Da quel buco in quel muro non proveniva solo la musica, ma anche una leggera nebbia giallastra, appena visibile quando qualche luce di un'auto di passaggio la illuminava. Non sentendo più le nostre gambe per la fatica urtammo contro il cofano e le portiere dell'auto al momento di fermarci per salirvici. La nebbia veniva verso di noi infittendosi. Partimmo slittando, era facile su quello sterrato dosare male la potenza, specie se tesi e nervosi. Tutti e tre sentimmo quella musica e fummo avvolti da quella nebbia. Lungo la strada del ritorno la nebbia si diradò fino a sparire. Avevamo le mani congelate dalla paura. Il macabro ritornello ci echeggiava ancora in testa. Roberto, che sedeva dietro, aprì lo scrigno. Quel liquido denso, quello che ancora oggi, talvolta, ci esce dal naso, gli ustionò una mano, rivelandosi l'unico contenuto del forziere. Lo gettammo in un canale che correva lungo la strada. Non servì a nulla. Avevamo udito la voce dei morti ma, purtroppo, eravamo ancora vivi.

Luigi Bavagnoli