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IL CORRIDOIO

 

on so quanti anni avessi al tempo. Non molti comunque. Ero piccolo.
Era una di quelle rare occasioni in cui i miei genitori permettevano a me e a mia sorella di svuotare la cesta dei giocattoli accumulati nel tempo e presto dimenticati nel fondo di questa.
Lo facevamo abitualmente nell'ingresso dell'appartamento in cui abitavamo. Sopra il tappeto rosso decorato che ricopriva il freddo pavimento di marmo.
Mia sorella, che era più grande di me di quattro anni, si stancava presto e non si stupiva più come un tempo nel riscoprire quelle meraviglie colorate nascoste nel fondo di quel contenitore di paglia.
Spariva lasciando a me il compito di rimettere tutto in ordine prime di cena. Quel giorno in particolare non so cosa preferì al gioco.
Ero solo, come tante volte era accaduto e come d'altra parte ero abbastanza abituato a stare solo, considerato che i miei genitori lavoravano tutto il giorno.
La luce del corridoio che portava dall'ingresso alle camere da letto era accesa. Quel corridoio mi aveva sempre spaventato. Il muro era incavato sulla destra e vi era incastonato un grosso armadio che ne occupava quasi tutta la superfice.
In fondo al corridoio vi era un minuscolo sgabuzzino. Ancora in fondo, girando a destra, il corridoio si fermava dopo sì e no tre metri dove c'era il bagno, accanto alla camera da letto dei miei.
Quella sera mi trovavo in ginocchioni sul tappeto rovistando tra i giocattoli. Il corridoio si trovava alla mia sinistra. Con la coda dell'occhio intravidi qualcosa muoversi. Sobbalzai come mio solito. Voltandomi vidi una piccola palla rossa con delle decorazioni gialle-oro che terminava il suo recente moto proprio davanti alla porta dello sgabuzzino. Dopo il sobbalzo pensai inizialmente che fosse il gatto che giocava per casa. Mi rimisi a rovistare tra i giocattoli cercando di non badare allo spavento che ancora mi pervadeva, continuando a voltarmi di tanto in tanto verso il corridoio.
Ma durò poco perchè senza nessun altro segno vidi, e tutt'ora rabbrividisco al ricordo, spuntare da dietro l'angolo un bambino. All'incirca della mia età se non uno o due anni di meno. Fece qualche passo fino alla palla e senza chinarsi per raccoglierla rimase fermo a guardarmi. Io ero immobilizzato dalla paura. Quello non doveva essere qui.
Lo avevo incontrato altre volte ma mai nella realtà. Mi faceva delle poco gradite visite nei sogni. Sempre, o quasi, in quel corridoio. Mi afferrava le gambe da sotto il letto di mia madre e io non riuscivo mai a superare la porta che divideva il corridoio dall'ingresso. La porta si chiudeva o... m'immobilizzavo. Proprio come ora.
Paralizzato dalla paura a un passo dai miei genitori che avrebbero potuto proteggermi ma che non potevo raggiungere nè chiamare. La voce non mi usciva dalla gola per quanto la bocca fosse spalancata.
Non so cosa sia successo dopo, penso di averlo rimosso. Forse rimase fermo a fissarmi per poco, dopodichè se ne tornò dietro l'angolo, verso l'attaccapanni dove spesso io mi nascondevo per gioco. O forse mi venne incontro fino ad afferrarmi il braccio sinistro dando dei piccoli strattoni cercando invano di portarmi con lui. Senza cambiare di un minimo l'espressione che aveva nella faccia. Una faccia che non ricordo.
Ma qui i ricordi si mescolano con i sogni dando vita a qualcosa di meno attendibile. Sogni che mi perseguitarono ancora per anni. I miei genitori, quando tornavo da scuola, mi raccontavano spesso delle mie peripezie della notte prima. Quando mi agitavo coperto di sudore uralando frasi che non ricordo. Sempre le stesse.
Io non ricordavo nulla. Come ancora non ricordo. Solo sento che in un qualche modo lui è ancora con me. Parte di me. Forse fu quel contatto. Riesco ancora, grazie forse a quel poco di anima da sognatore che mi rimane dall'infanzia, a distinguere qualcosa della sua sagoma che si riflette sullo schermo del mio computer mentre scrivo questo racconto.
La sua sagoma che guarda lo schermo da fuori la finestra alle mie spalle, per sapere cosa sto raccontando di noi a chi non avrebbe mai dovuto vederci giocare.

Marco Buzzini