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LA PECORA BIANCA

 

passato quasi un quarto di secolo, eppure ricordo quasi tutto di quella domenica, anche se con i contorni sfumati tipici del sogno: un brutto sogno. Rivedo la pecora bianca, è impressa nella mia memoria da allora, come lo era sulle pagine di quel libro dalla copertina azzurra.

 

Era una primavera, verso la fine degli anni Settanta, nei boschi intorno ad un piccolo centro del Lazio settentrionale, vicino Viterbo. Eravamo partiti di buon mattino, una ventina di ragazzini e quattro adulti, se così si possono chiamare quattro ragazzi intorno ai vent'anni, alle prese con gli esami universitari e con quel momento fondamentale della vita di ognuno che è il passaggio all'età adulta.
La gita sarebbe durata tre giorni, un'esperienza formativa lontano da casa per quei giovani esploratori, occasione di incontro con i loro colleghi della Toscana.

 

Eravamo piccoli, anche se alti e ben nutriti, non sapevamo ancora quanto potesse essere buia la notte, specialmente se si è lontani da qualsiasi centro abitato e dalle cose che si amano.
La notte prima della partenza era stata agitata come sempre: noi tre fratelli per la prima volta saremmo stati fuori insieme, e il più piccolo si svegliava di continuo, farfugliando nel dormiveglia per poi ricadere nel sonno. Noi due più grandi ne ridevamo, ma ci eravamo comportati allo stesso modo quando avevamo la sua età.

 

Di solito al mattino i sogni svaniscono dalla memoria, ma quella volta ricordavo, perchè non era la prima occasione in cui sognavo quel cielo viola, e la gigantesca pecora bianca... La testa dell'animale era sepolta nell'oscurità nell'alto della pagina, su quel libro di animali che sfogliavo spesso la sera: adoravo gli animali in quel periodo, continuavo a leggere quello ed altri libri, ed alcune delle illustrazioni le ho ben vive nella memoria ancora oggi.

 

Passammo quella prima giornata in modo allegro, stanchi per il viaggio ma felici. Fu alla sera, dopo cena, che mi accadde un fatto strano: mi ero allontanato solo di pochi passi dalla tenda, proprio per non farla troppo vicino, e vidi uno strano alone bianco, come fosse un lenzuolo appeso al nulla, un chiarore che si diffondeva per una vasta area, sopra i cespugli. Cominciai a chiamare gli altri, arrivarono due dei miei compagni con le torce elettriche, ma l'immagine sparì, lasciando solo quella brutta sensazione, quel biancore che mi riportò con la mente alle pagine di quel libro.

 

Il giorno dopo trascorse veloce tra le attività di campo, la raccolta della legna e i preparativi per l'incontro con i ragazzi toscani che avrebbe avuto luogo all'indomani. Tutti parteciparono tranne Ferdinando, un ragazzino entrato nel gruppo l'anno prima ma che ancora non si era abituato alle regole della comunità, che continuava a non partecipare alle attività comuni e anzi le disturbava con scherzi che non facevano ridere nessuno.
Quel ragazzo mi stava antipatico, non lo sopportava nessuno di noi in realtà, ma non avremmo mai pensato di augurargli ciò che accadde quella notte.

 

Era l'alba della domenica quando Claudio si alzò: si accorse che mancavano le scarpe di Ferdinando solo perchè erano molto simili alle sue, e temeva di scambiarle. Non avendole trovate, si infilò le sue pensando che quell'asociale probabilmente stesse architettando uno dei suoi scherzi.
Fu quando uscì Fabio che si allontanarono per dividersi una delle loro prime sigarette, prese al fratello maggiore di quest'ultimo e conservate come piccoli tesori, spiegazzate dalle ore passate nella tasca della camicia, ma ancora in grado di essere fumate.

 

Si scambiarono quel mozzicone sempre più corto, mentre camminavano, fino ad arrivare ad un avvallamento del terreno, dove lo scenario cambiava all'improvviso: le foglie bagnate dalla rugiada non c'erano più, lasciavano il posto ad un'area calpestata da qualcosa di molto grosso, che aveva lasciato striature brune sulle foglie ed un ciuffo di peli bianchi... O erano i biondissimi capelli di Ferdinando?
No, era la pecora bianca, ma gli altri non lo capirono subito, mentre io sapevo che esisteva e cominciai a sentirmi in bocca il sapore della paura. Sapevo che sarebbe arrivata a prendere qualcuno, l'avevo sognato.
E quel chiarore della sera prima era un segno.

 

Cercammo le tracce del ragazzo, poi cominciammo a preoccuparci: pensavamo ad uno scherzo, e a distanza di anni mi rendo conto dell'assurdità di quella idea. Come avevamo potuto pensare che fosse una finzione?
Eravamo convinti che fosse un macabro gioco, organizzato da quell'irrequieto ragazzo, ma smettemmo di pensarlo verso le dieci, quando ormai avevamo allertato tutti, ed eravamo impegnati in una frenetica ricerca.

 

Fummo attirati dal rumore dei conati di vomito provenienti dalla zona nord del bosco, oltre il teatro di quella che ritenevamo una messinscena, conati espulsi dai due ragazzi che esploravano l'area più lontana dalle tende. La scena fu raccapricciante, la pecora bianca ne aveva fatto scempio, il sangue era sparso dappertutto, come i brandelli dei vestiti dello sventurato ragazzo, intorno all'ammasso di carne straziata che una volta chiamavamo Ferdinando.

 

Non si scoprì mai con certezza cosa fece a pezzi il nostro amico, so solo che tornammo di corsa a Roma e che sette di noi furono trattenuti in ospedale per superare il trauma.
Parlai per una settimana, anche nel sonno, con gli occhi sbarrati, farfugliando di una pecora bianca e gigante, ma nessuno mi credette e nessuno mi crede tuttora.

 

Anche perchè nessuno sa che in quel volume sui carnivori non c'era ovviamente nessuna pecora, ma un immenso orso bianco in piedi sulla calotta artica.

 

Tre anni dopo lessi su un giornale che avevano trovato una specie di zoo abusivo, nel folto della foresta, a circa due chilometri da dove eravamo accampati, e c'era anche una pecora bianca, che dormiva beata, nel suo letargo invernale...

Alessandro Maiucchi