Tsukamoto si racconta

Dall'Asian Film Festival X Edizione intervista esclusiva a Tsukamoto Shinya dalla nostra inviata Anna Maria Pelella. La retrospettiva di questa decima edizione dell’Asian Film Festival è stata dedicata a Shinya Tsukamoto, uno dei più importanti registi contemporanei, che in questa occasione è stato insignito di un Premio alla carriera. Autore di numerosi capolavori, che spesso hanno goduto dell’attenzione internazionale all’interno dei festival più importanti,Tsukamoto esplora con acume e coraggio il rapporto corpo-tecnologia, come nella trilogia di "Tetsuo", le profondità della psiche umana, come in "Vital" e "Gemini", l'erotismo conturbante, come in "A Snake of June", o il concetto stesso di realtà, come nei due "Nightmare Detective". Alla presenza del regista è stato presentato anche l'ultima sua fatica "Kotoko".
Abbiamo avuto l’opportunità di incontrare il regista di cui proponiamo l’intervista.

In Vital l’elemento ricorrente è il mare, in A Snake of June c’è la pioggia, in Kotoko sono presenti entrambi, come mai c’è questo ricorrere di un elemento in maniera così evidente?
Il mare è l’elemento da cui tutti veniamo e io ho inteso sottolineare il carattere primordiale delle esperienze occorse ai protagonisti.

L’altro elemento è quello della danza connesso direttamente alla pioggia, c’è un significato nella sua scelta?
Una donna che danza, sotto la pioggia per di più, rappresenta la bellezza della natura, non c’è nulla di più piacevole da ammirare.

Anche in Nightmare detective, c’è la pioggia…
In Nigthmare?

Akumu Tantei…
(Ride) ah... ma no quella era una grondaia che lasciava cadere l’acqua su di lei...

In Vital Hiroshi non ricorda e parte dal corpo per ritrovare la memoria, in Kotoko lei usa il dolore per sentire di essere viva, c’è un elemento comune tra i due o è solo casuale che in entrambi il corpo funga da tramite per la consapevolezza?
In effetti sono due aspetti dello stesso processo, non c’è contrapposizione, sono due persone che hanno bisogno di un tramite per trovare qualcosa che hanno perso.

Quanto di quello che vediamo in Kotoko è reale e quanto frutto della mente di lei?
Kotoko ha subito una violenza, per cui il suo problema è quello di uscire dal dualismo che le contrappone l’esperienza del male a ogni esperienza che potrebbe portarle qualcosa, quindi lei scinde in due tutto quello che incontra e molto è nella sua mente, come un meccanismo di difesa.

Scindere è quindi il suo modo di mantenere il contatto con la realtà?
L’unica sua esperienza è stata di violenza, lei deve quindi conservare qualcosa separandolo da quello che ricorre nella sua esperienza: il dolore.

Curiosamente il dolore è anche il suo meccanismo di consapevolezza...
Sì, c’è una sovrapposizione, ma lei non ha altro modo per salvare qualcosa, poi il male prende il sopravvento e lei si perde...

Tutte queste espressioni sono indice di un demone interiore o vengono da fuori?
Nei film americani il demone viene sempre attaccato e muore, in questa mia visione invece c’è una comunione con il demone, che viene dall’interno e per questo coesiste con l’esperienza dei protagonisti.

La paura di porsi in relazione con gli altri di Kotoko è un elemento ricorrente nel suo cinema, è qualcosa che le appartiene?
Sì, io ho sempre la sensazione che ci sia qualcosa di cattivo che potrebbe turbare la mia serenità, per natura sono una persona serena, ma ho sempre la sensazione che potrebbe finire da un momento all’altro con una semplice intromissione dall’esterno.

Una specie di stalker emozionale?
Si potrebbe dire così, o meglio che si tratta di un’altra parte di me che viene fuori quando sono rilassato.

Il suo rapporto con questo demone interiore è cambiato nel tempo o è sempre presente?
No, è sempre lo stesso, uso solo modi diversi per raccontarlo (ride).

Qual è il suo incubo peggiore?
Sono inseguito, nel buio e non vedo chi mi segue, ho paura ma nello stesso tempo provo piacere, come quando trattieni a lungo e poi lasci andare la vescica (ride).

Una liberazione dalla tensione, insomma...
Sì, come fosse una cosa fisiologica.

E' esatto dire allora che lei queste contrapposizioni le porta dentro e le espone allo sguardo per liberarsene?
Non me ne libero, ma le metto fuori e poi tornano a perseguitarmi (sorride).

Lo spazio nei suoi film è sempre soffocante, come mai?
La vita serena è solo un’apparenza, io ammonisco con le ombre che rappresento, a stare sempre in guardia e a stare attenti all’illusione della serenità.

Qual è il film che le ha fatto più paura?
Ringu, in Europa però, mi ha detto Gaspar Noè, che non ha fatto poi tanta paura...

Bè non tutti la pensano così, molti hanno ritenuto che l’originale Ringu fosse molto più ansiogeno del remake americano... lei quali registi ritiene che lei siano stati di ispirazione?

Kurosawa Akira, Imamura Shohei, Takeshi Kitano.

Ozu?
No, da noi o ti piace Kurosawa o ami Ozu (sorride).
  E registi europei?
Fellini, e Dario Argento.

Come giudica il J-horror?
E' stato molto importante, e credo sia ancora fonte di influenze e contaminazioni.

C’è censura sui contenuti di un’opera da voi in Giappone?
Al cinema no, assolutamente, ma in televisione sì, perché la guardano i bambini e si sta molto attenti a quel che si mostra.
  In Marebito lei è un videoamatore, è un caso o lei intende sottolineare che il regista vede più degli altri?
(Ride) Non era un mio film, è solo un caso che avessi la videocamera...

Cose le piacerebbe girare adesso se ne avesse l’opportunità?
Mi piacerebbe una cosa di animazione erotica, costa poco e se poi va bene posso farne una serie (sorride).

Ha dei progetti al momento?
No, non ho finanziamenti, al momento mi limito a pensare... (sorride)
(Anna Maria Pelella: 20 marzo 2012)



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