H.P. Lovecraft, l'uomo che guardava oltre

«Penso che la cosa più misericordiosa al mondo sia l'incapacità della mente umana di mettere in relazione i suoi molti contenuti. Viviamo su una placida isola d'ignoranza in mezzo a neri mari d'infinito e non era previsto che ce ne spingessimo troppo lontano. Le scienze, che finora hanno proseguito ognuna per la sua strada, non ci hanno arrecato troppo danno: ma la ricomposizione del quadro d'insieme ci aprirà, un giorno, visioni così terrificanti della realtà e del posto che noi occupiamo in essa, che o impazziremo per la rivelazione o fuggiremo dalla luce mortale nella pace e nella sicurezza di una nuova età oscura.»
Così scriveva Lovecraft nel suo libro “Il richiamo di Cthulhu” del 1926. Scriveva come se avesse saputo qualcosa in più, lo stesso “in più” che molti si affannano a cercare di comprendere.

Come se gli fosse stata data la possibilità di guardare oltre, sollevare la densa cortina che avvolge l’ignoto e sbirciarvi dentro. Un uomo forse soffocato dalla banalità di un’esistenza prevedibile o forse un uomo che, con ostinata caparbia, finì con lo scoprire i segreti accessi che si affacciano su mondi di tenebra (Eleonora Della Gatta: 30 giugno 2011)



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