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UN GIORNO DOPO L'ALTRO
di Carlo Lucarelli - pagine 264 - euro 9,00 - Einaudi
Carlo Lucarelli è come un vecchio amico, ogni tanto bisogna passare a salutarlo, sia in un suo libro, sia un qualche suo mistero televisivo. Lui è lì, sempre uguale, e questo è un bene, considerato il modo serio e ispirato con cui svolge il suo ruolo, sempre a metà strada tra scrittore e giornalista.
E il Carlo noir-zionale a volte è più serio, e riesce, pur senza esprimere giudizi, a far inorridire e indignare; a volte si diverte di più, e gli piace raccontare una storia delle sue, all’italiana, cattiva e leggera, magari con qualcuno dei suoi personaggi preferiti, come in questo caso.
Ecco che allora Lucarelli sfoggia un’altra qualità: riesce a mitizzare una canzone. Lui prende un brano, che probabilmente deve piacergli parecchio, e lo fa diventare qualcosa di più che una colonna sonora, gli cambia il significato e lo fa diventare un personaggio, più o meno silenzioso, del suo lavoro.
Era successo con Almost blue e succede di nuovo con questo “Un giorno dopo l’altro”, in cui è una canzone di Luigi Tenco a dare il titolo al libro e il suono a uno dei personaggi principali della vicenda. E senza dimenticare l’importanza che Lucarelli ha dato a canzoni come quelle dei Nine Inch Nails (sempre in Almost blue) o pseudo-sciocche come “Ludovico sei dolce come un fico” (L’isola dell’angelo caduto), c’è da sottolineare come in questo romanzo, datato ormai 2000, Lucarelli sfoderi tutto il suo repertorio: suspense, freddezza, poesia, cattiveria, amore e, a tratti, ironia e scene grottesche; tutto miscelato con padronanza della vicenda e della struttura narrativa che la regge.
Ovviamente, visto che si ritrova di nuovo Grazia Negro, la poliziotta meridionale, tenace e coraggiosa di Almost blue, non ci si può aspettare un lavoro con la stessa spontaneità e intensità (si sa che i sequel sono, per definizione, almeno secondi al primo lavoro), ma la trama che Lucarelli tesse, pur concedendosi qualche banalità e qualche orpello di troppo, tiene il lettore incollato alle pagine e funzionerebbe anche senza sapere nulla del precedente romanzo.
La vicenda non è complessa.
Vittorio è un killer che lavora a pagamento che, una volta braccato, pare trasformarsi in spietato serial killer, con tanto di soprannome (Pit Bull) e tracce lasciate lungo il percorso. Grazia, a sua insaputa, mette insieme qualche pezzo del puzzle che questo feroce assassino sta costruendo, un ragazzo Alex, grazie a una sbirciatina segreta in una chat dove lavora, scopre l’identità di un mandante del Pit Bull, e quindi mette in discussione la segretezza del suo modus operandi. Ecco che, ovviamente le loro vite smettono di andare avanti “un giorno dopo l’altro” e si intrecciano, fino ad arrivare all’apoteosi finale (un classico scontro bene-male). Il tutto con il solito linguaggio asciutto e a tratti poetico dell’autore, che racconta più di ciò che giudica e che ha il merito di non rendere antipatici e ripetitivi i personaggi che già avevamo conosciuto in Almost blue (Grazia e il suo ora-fidanzato cieco, Simone).
Se vogliamo cercare qualche difetto, in questo classico thriller d’azione all’italiana, è il fatto che il Pit Bull sia una copia furbetta del vecchio Camaleonte, un assassino che continua a cambiare faccia, e che Simone sia un personaggio pressochè inutile, così come la gravidanza in corso d'opera della protagonista. Ma sono davvero peccati veniali.
Il libro si riscatta con l'ottima caratterizzazione di Vittorio, il killer tutto casa e autostrada, e della sua mancanza di scrupoli e attenzione maniacale per i dettagli, nonchè per la vita in un centro di gestione di un sito internet, con tanto di chat e comprimari ben descritti.
Insomma, stiamo parlando di un romanzo noir che resta comunque un’opera d’intrattenimento, e per la velocità e il piacere con cui lo si legge, è un lavoro perfettamente riuscito.
Voto 7,5
[Gelostellato]

 

Incipit
Doveva aver fatto un volo di almeno dieci metri, perché la macchina stava ancora bruciando molto più indietro, ferma accanto al marciapiede, tra un furgoncino dal parabrezza incrinato e una Volvo col bagagliaio spalancato dall'esplosione. Doveva essere uscito sfondando il vetro davanti col sedile e tutto, come espulso da un jet, e doveva aver fatto una capriola per aria, perché era atterrato di schiena, quasi in mezzo all'incrocio. Doveva essere morto, perché la bomba, sparandolo fuori dall'auto, gli aveva strappato tutte e due le gambe all'altezza, del ginocchio, bruciandogli il resto del corpo fino all'osso, e invece era ancora vivo e stringeva la bandoliera bianca del brigadiere Carrone, e la stringeva forte, come se volesse strangolarlo. Cercava di parlare, le labbra arricciate sui denti, piegate all'ingiù in uno sforzo che gli gonfiava una bolla rossa di saliva all'angolo della bocca. Teneva l'unico occhio aperto fisso sul brigadiere e intanto tirava e tirava, spingendo fuori dalla gola bruciata un gorgoglio raschiante e teso, che sembrava strappargli i polmoni di bocca.
- Coraggio, - disse il brigadiere, - sta arrivando l'ambulanza... coraggio -. Si sentì stupido, inevitabilmente stupido a parlare cosi a un uomo ustionato a morte e senza più le gambe, e intanto strappava indietro, perché c'era abituato a queste cose, era stato in Irpinia per il terremoto, aveva fatto un turno in Kosovo ed era a Capaci quando avevano fatto saltare Falcone e i cugini della scorta, ma quell’uomo continuava a tirarlo verso di sè, verso la bocca scavata e rinsecchita che sembrava già quella di un morto. E non gli faceva schifo, no. Gli faceva paura.
L’uomo smise di tirare e le mani gli scivolarono sulla pelle screpolata della tracolla del brigadiere, lasciando una scia rossastra e nera. Smise di tirare come se non avesse più forza, come se volesse raccoglierla e riservarla per qualcos’altro, e infatti piegò in avanti il collo e sputò un ringhio duro come un colpo di tosse.
- Pit Bull! - gridò, - Pit Bull!