La notte dei morti viventi (1968)

Titolo originale: The night of the living dead
Regia: George A. Romero
Cast: Duane Jones, Judith O’Dea, Karl Hardman, Marilyn Eastman, Keith Wayne, Judith Ridley
Soggetto: John A. Russo, George A. Romero
Sceneggiatura: John A. Russo, George A. Romero
Fotografia: George A. Romero, Joseph Unitas
Montaggio: John A. Russo, George A. Romero
Produzione: USA
Durata: 1:35
Anno: 1968

Trama

In visita alla tomba del padre, Barbara viene aggredita da uno strano individuo; quando suo fratello, Johnny, vi ingaggia una colluttazione, cade e batte la testa su una lapide. Barbara, sconvolta, si rifugia in un’isolata casa di campagna, dove, poco dopo, arriva Ben, scampato anche lui all’attacco dei misteriosi esseri. Grazie alla radio, i due scoprono che, a causa delle misteriose radiazioni emanate da una sonda inviata su Venere, i morti insepolti tornano in vita e attaccano gli uomini per cibarsi delle loro carni. Insieme ad una giovane coppia e al signor Cooper, che ha con sé la moglie e la figlioletta, morsa da uno di questi mostri e perciò inchiodata al letto, Ben architetta un piano per scappare. Ci riusciranno?

Recensione

Se non fosse uscito in bianco e nero (per quanto ne circola una versione a colori), La notte dei morti viventi, pietra miliare del cinema horror nonché capostipite dello zombie-movie moderno, non avrebbe avuto lo stesso impatto sul pubblico. Le atmosfere plumbee dell’incipit, la violenta contrapposizione di luci ed ombre che domina nella scena in cui Barbara, giunta nell’abitazione di campagna, vi si aggira angosciata, fino alla notte, nera come la pece, popolata dalle figure grottesche dei morti viventi, che circondano la casa, illuminati sinistramente dalla luce lunare: tutte queste scene non sarebbero state così espressive e spaventose se il film fosse uscito a colori.
La pellicola, oltre ad essere un gioiello di suspense, contiene varie scene anticipatrici di quel filone che si chiamerà splatter o gore, da tempo elemento imprescindibile dello zombie-movie: ne è un esempio il momento in cui Barbara, esplorando l’abitazione, trova, al piano di sopra, un cadavere dal volto scarnificato; o, ancora, la sequenza in cui la bambina, divenuta uno zombi, si ciba del braccio del padre morto (per poi uccidere sua madre con una cazzuola); ma il livello di raccapriccio giunge al massimo grado con la morte di Judy e Tom, una giovane coppia, finita carbonizzata nel camioncino di Ben: i morti si cibano dei loro resti, e Romero descrive l’aberrazione della vicenda con dovizia di particolari macabri e rivoltanti.
Molto interessante, a livello narrativo, è la descrizione dei protagonisti, e ancor più quella dei rapporti che intercorrono tra loro, soprattutto quelli che portano a scontri anche violenti, in quanto indaga la reazione degli uomini di fronte ad una catastrofe di quelle proporzioni, al terrore. Sono tipi umani diversi: Cooper è petulante, pauroso, infantile; Ben è colui che invece riesce a mantenere la calma e a ragionare; Tom e Judy sono due giovani terrorizzati da ciò che avviene, ma lucidi fino al punto di aiutare Ben; e così via. E’ Ben, il più equilibrato, il più forte, a guidare il gruppo, a divenirne leader; ma Cooper, testardo, superbo, irascibile, mette costantemente in discussione la sua guida, come si evince già dalla discussione nata tra i due sulla decisione se rifugiarsi tutti in cantina o restare al piano terra. Gli altri, più deboli di carattere, si accontentano di schierarsi dalla parte di chi sembra il più forte e il più giusto, ovvero Ben. Ma se Ben riesce ad isolare Cooper e a far sì che tutto il gruppo segua le sue direttive, è il suo piano di fuga a provocare la morte di Judy e Tom, ed è la sua idea di restare al pianterreno a far sì che i morti si prendano Barbara; inoltre, Ben si salva rifugiandosi in cantina, proprio il posto in cui Cooper diceva essere più sicuro. Insomma, nessuno è un eroe senza macchia, e nessuno è immune dalle contraddizioni.

Romero mostra un’interessante vena antropologica, e la sua indagine sui caratteri e le azioni umane di fronte alla paura sembrano talmente applicabili a realtà più articolate e complesse da apparire quasi come una vera e propria metafora dell’uomo, della società, della Storia.
Altro punto che merita attenzione è il motivo per cui i morti tornano in vita, ossia le radiazioni di una sonda spaziale. Forse esse sono metafora del progresso incontrollato e positivista, un progresso di cui spesso si accentuano i pregi e si nascondono i difetti. Sono proprio tali difetti, invece, a causare, nel film, l’inizio di quella che pare un’apocalisse. La stessa idea del contagio di cui, come si scopre alla fine del film, sono portatori gli zombi - chi ne viene morso si trasforma, poco dopo, in uno di loro - rende bene l’idea degli orrori che scaturiscono dalla modernità, tanto osannata.
Davvero inquietante e destabilizzante l’ultima scena del film. La morte di Ben, causata - almeno così sembra... - da un tragico errore - lo sceriffo lo scambia per un morto vivente - lascia lo spettatore con l’amaro in bocca: a volte il terrore, sembra voler dirci Romero, sconvolge l’uomo al punto da non permettergli di riconoscere più neanche i suoi simili.
Belle le musiche, che permeano il film soprattutto nella sua prima metà e riescono a completare la narrazione e a renderla più inquietante, più intensa.
Voto: 10
(Salvatore Napoli)



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