Il gatto a nove code

Regia: Dario Argento
Cast: James Franciscus, Karl Malden, Catherine Spaak, Pier Paolo Capponi, Horst Frank, Rada Rassimov
Soggetto: Dario Argento, Dardano Sacchetti, Luigi Collo
Sceneggiatura: Dario Argento
Fotografia: Erico Menczer
Montaggio: Franco Fraticelli
Scenografia: Carlo Leva
Costumi: Carlo Leva
Produzione: Italia
Durata: 1:51
Anno: 1971

Trama

Carlo Giordani, zelante e ambizioso giornalista, si ritrova ad indagare, insieme ad un enigmista cieco, Franco Arnò, e Lori, la sua nipotina, su un delitto legato ad un presunto furto avvenuto qualche giorno prima all’istituto del professor Terzi, una clinica che si occupa di ricerche genetiche; il misterioso assassino, a quel punto, comincia ad eliminare tutti coloro che ritiene un pericolo per la propria incolumità: cerca di farlo anche con Giordani e Arnò, che però scampano miracolosamente alle sue grinfie. Chi è l’omicida? I suoi delitti sono legati per caso alla teoria cromosomica “XY”, al centro delle ricerche dell’istituto Terzi, che individuerebbe in una particolare struttura genetica l’attitudine naturale a delinquere di determinati individui? E Lori? Anche lei è in pericolo?

Recensione

"Il gatto a nove code", secondo capitolo della cosiddetta “trilogia degli animali” dopo "L’uccello dalle piume di cristallo" e prima di "Quattro mosche di velluto grigio", è il film che si frappone tra un Dario Argento ancora in parte legato ai canoni tradizionali dello spaghetti thriller, e un regista che, con "Quattro mosche di velluto grigio", ma soprattutto con quel capolavoro assoluto che è "Profondo rosso", dimostra di aver elaborato una poetica totalmente autonoma, seppur sempre rispettosa della tradizione. Ciò si vede soprattutto nelle sequenze precedenti il delitto che sta per compiersi, dove più marcato rispetto al film precedente è il livello di suspence, e dove le modalità di ripresa e il montaggio risultano meno influenzati dagli stereotipi tecnici propri del genere thriller italiano, a cui è preferito invece l’uso sapiente e costante della soggettiva, l’attenzione per i dettagli (che in "Profondo rosso" e in altre pellicole a seguire verrà magistralmente esasperata), l’utilizzo, più in generale, di soluzioni e inquadrature innovative.
Il ritmo del film è quasi serrato. L’indagine prende slancio, poi langue, si ferma; quando sembra arenarsi, spunta un nuovo indizio, una nuova traccia, una nuova pista da seguire, e riparte; poi si ferma di nuovo, per riprendere ancora una volta, e così via. Il tutto è inframezzato dalle sequenze - inquietanti, paurose - dei delitti, e condito dalla paura con cui i protagonisti devono convivere sapendo che l’assassino vuole ucciderli entrambi. E ancora: colpi di scena, depistaggi, ambiguità... Insomma, in questo film c’è davvero tutto; ma gli ingredienti di quel tutto sono dosati con perizia, con maniacale precisione. "Il gatto a nove code" è un film che fa paura, ma appassiona, intriga; chiunque non potrebbe vederne una parte senza arrivare alla fine.
Nella pellicola non mancano l’ironia e la comicità, spesso abilmente mescolate con la paura (ad esempio, la divertente scena del barbiere), ma non mancano neanche discorsi meno faceti: quello sulle persone omosessuali e sui loro sentimenti, appena sfiorato, ma presente a più riprese nel film; quello dell’amore morboso di un padre verso la figlia, tuttora scabroso (figurarsi all’epoca!).

Degno di nota è poi il ritratto che Argento fa dei personaggi, un ritratto articolato ed originale: Carlo Giordani è ambizioso, irriverente, pragmatico, ma non manca di una spiccata umanità e di senso dello humor (un tema, quello del giornalista che vuole fare carriera, che tornerà in "Profondo Rosso" col personaggio di Gianna Brezzi); Franco Arnò, ex giornalista rimasto non-vedente a seguito di un incidente, è una persona di grande intelligenza, astuta e, come si vedrà, coriacea, sanguigna; ma è allo stesso tempo affabile, simpatico, e sempre pronto a giocherellare con la nipotina.
Importante, nel racconto argentiano, è l’elemento scientifico, con la centralità della teoria “XXY”, al centro degli studi dell’istituto di genetica. Quello della scienza e, più in generale, dei riferimenti a qualche branca di essa, è un leit-motiv della produzione argentiana fin dagli esordi (lo testimonia già l’Ornitus nevalis de L’uccello dalle piume di cristallo), e assumerà, in "Quattro mosche di velluto grigio", un ruolo fondamentale relativamente alla scoperta del colpevole. I riferimenti scientifici, oltre che rendere più accattivanti ed originali le trame di Argento, sono importantissimi ai fini della captatio benevolentiae: essi servono, cioè, a sfumare il più possibile, agli occhi dello spettatore, il limite tra finzione e realtà, con l’inserimento di una trama inventata in un contesto, quello delle scienze, che invece non ha nulla di campato in aria, e che perciò si fa portatore di un’illusione di realtà.
Che dire di più? Guardate "Il gatto a nove code": potrete dire di aver investito al meglio due ore della vostra vita!
Voto: 8

(Salvatore Napoli)



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