L'avvocato del diavolo

Titolo originale: The Devil's Advocate
Regia: Taylor Hackford
Cast: Al Pacino, Charlize Theron, Keanu Reeves
Produzione: USA
Anno: 1997

TRAMA

Kevin Lomax è un brillante e spensierato avvocato della Florida. Un vincente incallito, sposato con una splendida moglie, bello strasicuro di sé e non ha mai perso una causa. Andato al bagno nel corso di una causa in tribunale, si guarda allo specchio e riflette sul fatto che sta difendendo un professore accusato di pedofilia, sapendo che probabilmente è colpevole. Da qui parte un suo trasferimento in un galattico studio a New York, capitanato da John Milton, uno strano tipo, inquietante ma anche molto carismatico e affascinante. Risucchiato da una New York che sembra una Babilonia, pian piano Kevin scenderà ad ogni tipo di compromesso pur di inseguire fama, successo, e lussuria.

RECENSIONE

Filmone di Hackford costruito con stile e cura impeccabili, grazie anche a Reeves (negli anni ’90 ha fatto grandi cose) e al mostro sacro Pacino che qui gioca con un personaggio col quale va a nozze, non foss’altro perché interpretare il bene o male assoluto è forse il sogno di molti attori. E infatti, va subito detto che se Lomax/Keanu Reeves e Mary Ann/Charlize Theron sono bravissimi e convincenti, novelli sposini belli e rampanti, per John Milton/Al Pacino va aperto decisamente un capitolo a parte. Pacino, come ho già scritto altrove (cit. recensione “Donnie Brasco”) non interpreta Satana, il Diavolo, il Male..., Pacino è Satana, nel senso che lo diventa, lo incarna, ne ha le fattezze, i modi, la voce, lo sguardo. In molti altri film la recitazione di Pacino assomiglia ad una curva, ed anche qui in Devil’s Advocate. La curva inizia con John Milton sornione e attendista, che si confonde col popolo, parla col commerciante coreano, cammina in modo volutamente sciatto, ma è una posa. Pian piano sale, osserva Lomax e inizia a mettergli pressione, glielo dice perfino: “Si, mai una causa persa, lodevole. Ma voglio vedere come te la cavi con la pressione addosso”. Lo stesso incontro con Mary Ann è istruttivo. I modi di Milton sono rassicuranti, ma anche melliflui, ambigui, troppo galanti, ostentatamente seducenti, e Mary Ann ne rimane colpita, sedotta si direbbe, ma anche angosciata. Ancor più angosciata quando si accorge che tutte le altre mogli degli avvocati dello studio sono ammaliate e – si direbbe quasi - stregate da Milton. Lo guardano e gli parlano come se volessero portarselo a letto, o peggio. Di lì a poco Mary Ann perderà il controllo.
Così, se a tre quarti film la curva di Milton ha raggiunto la piena consapevolezza di un leader massimo, indiscusso, che controlla e dirige uno studio legale che sembra una portaerei, ordina, sceglie e comanda con l’autorevolezza e un potere simili a quelli di un capo di stato, la curva da qui in giù prende il colore della trasfigurazione del male. John Milton toglie la maschera e svela il piano del diavolo. Diventare il padrone assoluto di un mondo che ha già venduto la propria anima, ai raggiri, all’egoismo, alla lussuria, al peccato. C’è solo da generare un figlio perché il tutto diventi ancor più sublime. “Perché qualcuno avrebbe creato cose tanto belle e gustose, succulente, per poi intimare agli uomini: non toccare, non leccare, non gustare…?” Gli occhi di Milton qui escono dalle orbite e noi sprofondati nella poltrona abbiamo l’allucinazione lucida di conversare con un reale genio del male, pensando sotto sotto che forse ha pure ragione, che le cose vanno prese al volo, gustate, staccate dal ramo come la benedettissima mela di Eva.
Insomma, c’è tanto Pacino in Devil’s. Ce n’è talmente tanto che è assurdo pensarci con un interprete diverso. Diventare qualcun altro piuttosto che interpretare un ruolo è cosa riservata a pochi, pochissimi. E’ un dono oltreché il frutto di sacrifici e passione. Devil’s Advocate è coinvolgente e adrenalinico, senza dubbio e sin dall’inizio, con atmosfere ambigue e scelte registiche importanti, sceneggiatura solida e dialoghi credibili, ottimi interpreti e scenografie potenti, ma indubbiamente la prova di Pacino rende a tutta l’opera uno smalto unico.
Voto: 7,5
(Claudio Bacchi)