L'uomo che sapeva troppo

Titolo originale: The man who knew too much
Regia: Alfred Hitchcock
Cast: James Stewart, Doris Day
Paese: U.S.A.
Anno: 1956
Durata: 120 minuti

TRAMA

I coniugi McKenna, Ben – James Stewart e Jo – Doris Day (al momento della scelta molti erano perplessi in realtà fu una mossa indovinata) insieme al figliolo Hank sono in vacanza in Marocco in completo relax. Così, mentre sono in visita al mercato di Marrakech accade un fatto molto strano che dà inizio a tutto l’intrigo e rappresenta anche uno dei punti più avvincenti dell’intera narrazione.

RECENSIONE

E’ una delle scene madri di Hitchcock, vista rivista e studiata da molti cinefili. Louis Bernard, un cordiale signore francese conosciuto il giorno prima dalla coppia, si avvicina lentamente nella piazza assolata e affollata. Ha un coltello conficcato nella schiena e tenta invano di estrarlo. E’ vestito come un uomo del posto ed ha faccia e mani tinte di nero (o meglio di marrone), ma lo spettatore non lo sa. Ce ne accorgiamo soltanto quando si avvicina a Stewart per poi ricadere a terra, Ben gli tocca la faccia con le dita asportando la tinta di cui era ricoperta. L’uomo è morente e chiama Ben su di sè. Stewart si appoggia a terra ponendo l’orecchio alla bocca di Bernard: “un uomo di stato sarà ucciso, a Londra...” Pochi istanti ed è finita, Bernard è morto.
Questo era Hitch perché, se forse il film a rivederlo oggi appare appena passato in qualche frangente, certe sequenze rimangono strepitose per intensità e studio dei particolari. Le scene iniziali furono veramente girate in esterna in Marocco e donano un tocco di esotismo che farà poi la differenza. Un mondo completamente diverso rispetto alle consuete esterne cui ci aveva abituato, fatte di tipici scenari inglesi e americani.
Il resto del racconto è intuibile, il piccolo Hank viene rapito dai cospiratori per persuadere al silenzio James Stewart che, come spesso nel maestro inglese, si trova tormentato tra il fare il proprio dovere civico denunciando o, ben più prezioso, proteggere i propri cari in questo caso il figlioletto. Altro aspetto tipico in Hitch è il perfetto sconosciuto, un cittadino, un medico in vacanza con la moglie, che si trova invischiato in una faccenda torbida e complessa che lo inghiotte. E’ la morale del signor nessun che vorrebbe solo star tranquillo e che invece è costretto a lottare per quella agognata normalità – visione questa tra l’altro un po’ datata di una società scomparsa, anche negli USA.
Siamo sinceri, o almeno è quello che prova a fare chi scrive, gran parte dei capolavori di Hitch ci appaiono oggi un tantino obsoleti, come se quella tensione e quei primi piani che un tempo facevano sospirare oggi suscitano tenerezza. Quei rossi e turchesi sembrano parecchio improbabili, così come il mobilio degli interni e anche alcune scenografie esterne, che se all’epoca erano perfette oggi rivelano la vera natura di artifizi di posa fittizi. E’ vero, inutile negarlo, ma ciò anche perché 60 anni di tecnologie e rivoluzioni sociali e culturali hanno finito per stravolgere anche una settima arte che, più ad esempio della pittura, è fortemente vulnerabile ai cambiamenti comportamentali in atto. Detto questo però, per onestà inetellettuale, rimane ancora tanto da dire e da vedere a proposito di Hitch.
Che cosa? Beh innanzitutto l’intensità. Di cosa? Dell’autore, dello sceneggiatore, del regista, che in Hitch erano spesso la stessa persona. C’è una scena che... Hank è appena stato rapito ma la madre non lo sa. Ben deve dirglielo ed è nervoso, sono in camera d’albergo. E’ una scena semplice, niente di trascendentale, eppure... ci rimane impressa, ci ripensiamo anche nei giorni successivi, c’è rimasta in mente... “Devi prendere queste gocce perché lo dico io!” – Incalza con forza Ben. E Doris Day: “Ho capito Ben, siamo all’inizio della nostra discussione mensile”. La rappresentazione del litigio è pleonastica, borghese, d’accordo, ma a parte questo c’è dell’altro, c’è che uno spettatore di 50/60/70 anni che l’ha già vista almeno 3 volte se la rivede, non può farne a meno e questo, al di là del pregio dei due grandi attori, dipende da come la stessa è stata pensata. Intensità in questo senso.
Ecco dunque, se il grande maestro da un lato cede qualcosa, fisiologico, recupera comunque dall’altro. E se di un film odierno non ricordiamo neanche una parola dopo appena un’ora, dei suoi capolavori possiamo ricordare un’intera sequenza anche di 5 minuti dopo 30 anni. In questo risultato c’è probabilmente del genio in chi l’ha innescato.
Voto: 7
(Claudio Bacchi)