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LO SQUALO
di Peter Benchley - pagine 293 - Mondadori
Nato dalla penna di uno dei più famosi (in Italia a dire la verità non molto) romanzieri - almeno tra quelli vissuti nella seconda metà del ‘900 - interessati alle ambientazioni oceaniche, “Lo squalo” (“Jaws”) è un opera che non necessita di tante presentazioni. Resa celebre dall’omonima pellicola diretta da Steven Spielberg, la storia di Peter Benchley (di cui ricordiamo anche “Abissi”, “La ragazza del mare di Cortés” e “Tentacoli”) si apre con un prologo di indubbio impatto emotivo, per poi afflosciarsi in una parte centrale dove l’autore tende a limitarsi a caratterizzare (anche eccessivamente) i vari personaggi e a regalare una serie di scoccate ironiche in taluni casi gratuite (penso alla battuta del bambino di colore riferita al padre che non gli vuole raccontare le “gesta” dello squalo, o alla parte demenziale in cui una famiglia giunge dalla città solo per vedere lo squalo in azione e si lamenta perché non si vede nessun bagnante aggredito).
Troppo lungo il capitolo - dalle palesi tinte erotiche - in cui Hooper flirta con la moglie di Brody, con tanto di fantasie sessuali rese esplicite dal narratore.
Sono tuttavia indimenticabili e valgono da sole la lettura le ultime 100 pagine, capaci di incollare il lettore al romanzo. Quint - il pescatore interpretato da Robert Shaw nell'opera cinematografica - è un personaggio così forte da trasudare il suo carisma in ogni pagina del libro. Non mancano un paio di spruzzate splatter e una descrizione di sicuro impatto (mi riferisco alla descrizione della verdesca che si mangia le viscere che Quint le ha strappato dal ventre).
Benchley dimostra anche il suo attaccamento a Melville, regalando evidenti citazioni a “Moby Dick” (in Spielberg tali omaggi vengono addolciti).
Si segnalano, inoltre, almeno tre/quattro differenze rispetto al film che non vi sto qui a indicare, per non rovinare una vostra eventuale lettura. Occorre comunque dare atto agli sceneggiatori di esser stati in grado di superare l’opera letteraria prendendo tutto il meglio e sostituendo i tempi morti con scene più piccanti (penso al ritrovamento della barca del pescatore, oppure alla scena in cui Hooper seziona uno squalo o a quella in cui un pescatore cade in acqua dopo che lo squalo ha portato via la palafitta su cui esso si trovava). Nel complesso una piacevole lettura, scritta in un modo non poi tanto commerciale ma comunque scorrevole. Peccato per la parte centrale. Comunque buono.
Voto: 7-
[Matteo Mancini]

 

Incipit
Il grande squalo scivolava silenzioso nelle acque notturne, spinto da brevi colpi della coda a mezzaluna. La bocca era aperta solo quel tanto che bastava per far giungere un flusso d’acqua alle branchie. Quasi non c’era altro movimento: un’occasionale correzione della rotta, apparentemente senza meta, con il lieve sollevarsi e abbassarsi di una pinna pettorale, così come un uccello muta direzione inclinando un’ala e alzando l’altra. Gli occhi erano ciechi nel buio fitto, e gli altri sensi non trasmettevano nulla di insolito a quel piccolo, rudimentale cervello. Pareva che dormisse, non fosse stato per il moto dettato in milioni d’anni dall’istinto di conservazione.

 

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